“Io ho una morale molto
semplice: non fare del male né del bene a nessuno. Non fare del male a nessuno perché
non solo riconosco agli altri lo stesso diritto, che credo mi spetti, di non
essere disturbato, ma perché penso che per il male del mondo bastano i mali
naturali. A questo mondo viviamo tutti a bordo di una nave salpata da un porto
ignoto per un porto ignoto; è necessario avere nei confronti degli altri una
amabilità da viaggiatori. Non fare del bene, perché non so cos’è il bene né so
se faccio del bene quando credo di farlo. Come posso conoscere gli eventuali
danni che arreco nel fare un’elemosina? Come posso conoscere i mali che posso
causare quando educo o istruisco qualcuno? Nel dubbio, mi astengo. E trovo
anche che aiutare o delucidare è, in un certo qual modo, commettere il male di
intervenire nella vita altrui. La bontà è un capriccio del temperamento: non
abbiamo il diritto di rendere gli altri vittime dei nostri capricci, anche se
di umanità o di tenerezza. I benefici sono cose che si infliggono, per questo
li detesto freddamente.
Dal momento che, per un
principio morale, non faccio il bene, allo stesso modo non esigo che sia fatto
a me. Se cado ammalato, ciò che più mi pesa è di obbligare qualcuno a curarmi,
cosa che non mi piacerebbe fare a qualcun altro. Non ho mai visitato un amico
malato. Ogni volta che sono stato malato e qualcuno mi ha visitato, ho sofferto
quella visita come un disagio, come un insulto, come un’ingiustificabile
violazione della mia imprescindibile intimità. Non mi piace che mi vengano
fatti doni: in tal modo mi sento obbligato a fare doni anch’io: alle stesse
persone o ad altre, o a chicchessia.
Sono fortemente socievole in
un modo fortemente negativo. Sono l’inoffensività incarnata. Ma non sono altro
che questo, non voglio essere altro che questo, non posso essere altro che
questo. Per tutto quanto esiste ho una tenerezza dello sguardo, una dolcezza
dell’intelligenza: niente del cuore…”
Brano tratto da “Il
libro dell’inquietudine” (Feltrinelli)
di Fernando Pessoa
RispondiEliminaBello, mi piace. E tutto sommato ha ragione, è condivisibile. Si tratta, credo, di una morale fondata sul rispetto dell’intimità di ciascuno, della sua privacy.
Si, sotto certi aspetti, la morale di Pessoa è condivisibile. Vedi Ettore, l'altro giorno ho fatto l'elemosina ad un giovane extracomunitario fermo all'uscita di un negozio. Mi faceva pena, con i suoi occhi bassi e il cappello in mano in attesa di ricevere qualche spicciolo. Ho pensato: se questo giovane a fine giornata riuscirà a raggranellare un pò di soldi, difficilmente si sposterà da quella vantaggiosa posizione e, quindi, tutti i giorni starà lì a chiedere l'elemosina; non sarà mai invogliato a trovare una sistemazione diversa, un lavoro, qualunque esso sia. E allora aveva ragione Pessoa quando si chiedeva "Come posso conoscere gli eventuali danni che arreco nel fare un’elemosina?" Forse intendeva proprio questo: l'elemosina, a volte, non permette a chi la riceve di crescere e migliorare.
Eliminafinezza stilistica, mente limpida, pensiero mai scontato
RispondiEliminatengo da anni il libro dell'inquietudine su un tavolinetto vicino al divano.
ogni tanto lo apro a caso, ogni pagina è una sorpresa.
massimolegnani
E' quello che faccio anch'io. Ti consiglio anche "Una sola moltitudine", i due volumi pubblicati da Adelphi e curati da Antonio Tabucchi. Ciao Carlo, un saluto.
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