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lunedì 28 aprile 2014

"La vita ingenua" di Vittorio Gorresio (1910-1982)


 
Non so se “la vita ingenua” sia il libro migliore di Vittorio Gorresio, con cui lo scrittore piemontese vinse nel 1980 il premio Strega. Credo, comunque, che sia quello a cui lui si senta più legato, perché attraverso una prosa dai toni lievi e delicati, soffusa di bonaria ironia, ci racconta in prima persona la sua storia personale, le vicende della sua famiglia; ripercorre con la memoria i luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza; si apre agli altri e svela frammenti di vita, anche i più intimi; rende noti i suoi affetti personali attraverso una galleria di ritratti familiari. In primo piano la figura del padre, un uomo all’antica che credeva molto nei valori militari, patriota sincero “ma non deformato dal militarismo”. E poi i due fratelli, anch’essi militari, che moriranno durante la campagna di guerra in Russia. Senza dimenticare altre figure importanti della sua vita come le due nonne che lui chiamava Nonnina e Nounou, politicamente distanti l’una dall’altra.

Il libro si può dividere in due parti distinte: la prima abbraccia gli anni della sua fanciullezza, la seconda invece rievoca i fatti delle due grandi guerre. Ritengo molto più interessanti le pagine della prima parte del libro, durante gli anni della prima guerra mondiale, sullo sfondo della Cuneo  del primo Novecento, come peraltro scrive anche il suo amico A. Galante Garrone nella sua bella prefazione. Lo scrittore, attraverso le vicende della sua famiglia, ci racconta il mondo della piccola borghesia di provincia, un mondo oramai scomparso, con i suoi difetti ma anche con i suoi innumerevoli pregi. Da piccolo, lo scrittore piemontese era convinto che la sua città natale – Cuneo – unitamente alla sua famiglia, fossero il motore della patria, in virtù di tutti i militari di casa sua: il padre era un generale dell’esercito, i suoi due fratelli ufficiali degli alpini, i nonni, sia quello materno che paterno, avevano entrambi rivestito il grado di colonnello, mentre i suoi bisnonni erano stati generali savoiardi o piemontesi. Era cresciuto respirando in famiglia il convincimento della superiorità della condizione del militare rispetto a quella chiamata comunemente borghese. E pensare che solo lui aveva scelto una professione borghese, quella appunto di giornalista.

Educato al rispetto del culto e della dottrina cristiana nonché alle buone maniere, sempre il primo della classe durante lo svolgimento dei suoi studi, era persuaso che la guerra fosse la cosa più normale di questo mondo “la guerra era per me una componente necessaria dell’esistenza, alla stregua della pioggia e del sole, del giorno e della notte”. Pertanto il tempo, per Gorresio, scorreva scandito in capitoli: prima della guerra, durante la guerra e dopo la guerra; trovarsi quindi immerso in un conflitto mondiale non gli faceva alcuna impressione. Però cominciava a “temere la vita” e si chiedeva cosa avrebbe saputo fare per guadagnarsela. La carriera militare non lo attirava; aveva intrapreso gli studi giuridici ma quelle materie lo interessavano poco e soprattutto non aveva nessuna intenzione di fare l’avvocato perché “difendere assassini e discolpare ladri” non gli sembrava “una funzione missionaria ma un tentativo di ribaltare la verità”. Le sue aspirazioni erano altre, seppure vaghe e confuse. Voleva diventare un grande scrittore, per esempio, o uno storico o un poeta. Qualche volta pensava al giornalismo che gli avrebbe permesso di viaggiare e conoscere popoli e paesi.

Seguono i trasferimenti del padre ufficiale da una città all’altra, da Napoli a Caserta e quindi l’approdo a Roma, dove Gorresio visse il resto della sua vita. Un ricordo speciale nel libro è rivolto, poi, ai rapporti che i suoi familiari ebbero con la famiglia reale proprio a Roma, dove il padre, quale comandante del collegio militare, ebbe tra i suoi allievi il principe ereditario Umberto di Savoia. Ma Roma non era una città molto amata dalla sua famiglia, nei cui confronti nutriva un sottile disprezzo per la sua arretratezza. Senza contare che “il complesso di superiorità dei piemontesi era in quegli anni ancora forte nelle nostre famiglie di immigrati, e noi bambini ne subivamo facilmente il contagio”, così scrive l’autore.

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