Scrivo su questo blog da 13
anni, e tutto è nato per gioco: volevo vedere l’effetto che fa. Avevo l’abitudine
di scrivere al computer le “recensioni” dei libri che leggevo, salvandole poi in
un semplice file word: mi piaceva, ogni tanto, rileggerle per rinfrescarmi la
memoria su questo o quel libro. Diciamo che ho trasformato quel mio iniziale
esercizio di scrittura in un blog, con l’aggiunta di post attinenti altre
tematiche. Devo dire però che non sono molto prolifico: pubblico 2/3 post al mese, molto
al di sotto della frequenza media di pubblicazione che – secondo certi
“esperti” del settore - dovrebbe essere di 2/3 a settimana. Ciò al fine di
instaurare una quotidiana connessione con chi ti legge, e convincere Google ad
inserire il tuo blog tra le prime pagine di ricerca. Ma io non ho di queste
velleità e poi non ho seguaci, i “famigerati” follower, che
aspettano ansiosi il mio ultimo post.
Scrivere è una cosa seria e
impegnativa: ma non è il mio mestiere, lo ammetto. A volte mi sento addirittura
inadeguato in questo ruolo, perché non sono nato con la penna in mano (come si
suol dire), né ho l’impertinenza di affermare che non potrei vivere se non
scrivessi, come mi capita di leggere in giro. Certo, la scrittura rappresenta
un ottimo esercizio per l’anima e per la mente, sostiene la memoria e ti fa
stare bene. Può essere un valido strumento di analisi e di ascolto che ti aiuta
a riflettere. E se non mi esercitassi in questa maniera, credo che oggi sarei
ridotto a scrivere solo la lista della spesa e i bollettini postali. Non bisogna
però dimenticare che verba volant scripta manent, come dicevano gli
antichi. E’ fondamentale, quindi, stare attenti a ciò che viene disseminato
nella blogosfera, un mondo dominato dalle parole che sempre più spesso
perdono di significato e di valore. Una volta scritte, diventano
parole pubbliche che acquistano un peso, una vera responsabilità. E
restano lì a disposizione per chissà quanto tempo. Un mondo - questo della
rete - dove tutti trafficano con la scrittura in modo anonimo, dove si può
scrivere qualsiasi cosa senza verificare la veridicità del contenuto,
spacciando un vocabolario spesso ingannevole senza che ciò porti discredito
alla dignità di chi scrive.
Cesare Pavese diceva che “è
bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una
folla”. E forse è questa la molla che spinge ad aprire un blog: scrivere, prima
ancora che per un piacere personale, per un inconfessabile desiderio di vedere
qualcuno che ti legge. A dir la verità, quando scrivo un post non ambisco a
tanto, o meglio non mi illudo di parlare a una folla. Immagino, sempre, di
parlare da solo, anche se, da qualche parte, ci sono quelle tre/quattro persone
che si ostinano a leggermi (ringrazio di cuore) e a lasciare qualche commento
pur non avendo il sottoscritto meriti particolari.
Ho letto che nel mondo, secondo
le statistiche, esistono oltre 400 milioni di blog (22 milioni solo in Italia)
e ogni giorno vengono pubblicati su WordPress circa 70 milioni di post. Numeri
pazzeschi che fanno capire quanto spietata sia la concorrenza. D’altra parte le
visualizzazioni di un blog sono legate spesso a quel noto principio: “do ut
des”. E io do davvero poco alla blogosfera perché non sono presente
sui social, non ho cellulari e quindi posso utilizzare solo il
computer, seguo pochissimi blog, non resisto in Internet più di mezz’ora. E non
sempre lascio commenti al blog visitato. Ma anche il commento deve avere una
sua dignità, al pari del post. Certo, ognuno è libero di scrivere quello che
vuole. Ma ha un senso fare un post scrivendo che oggi piove e non mi va di
uscire, e ricevere il commento di uno che afferma che anche dalle sue parti il
tempo è inclemente? E poi ancora un altro che magnifica, invece, il bel tempo? Post
e commenti di questo tono possono accrescere il numero degli articoli
pubblicati e fare adepti aumentando le visualizzazioni, ma di certo non
arricchiscono uno strumento on line nato con l’intento di pubblicare altri
contenuti.
Durante i primi tempi - forse
infervorato dalla novità ed esaltato dall’idea che ci potesse essere qualcuno
interessato ai miei scritti, che non aspettasse altro che un mio post
giornaliero - davo più spazio al mio narcisismo (sentimento questo che gioca un
ruolo fondamentale nella blogosfera), e mi impegnavo molto di più: e i post
crescevano e si susseguivano uno dietro l’altro, in tempi brevi. Pensavo – come
forse pensano un po' tutti - che il successo di un blog dipendesse
esclusivamente dall’ultimo post pubblicato, e non già dai precedenti che,
secondo una consolidata credenza, pare non contino più nulla, non siano più
leggibili, come se non esistessero. E’ raro, infatti, che un visitatore lasci
un commento su un vecchio post, come avviene, invece, per l’ultimo nato. Io
credo che un post scritto bene e con impegno negli anni passati - se non
riguarda la stretta attualità - è sempre attuale per chi non l’ha letto. Per
quanto mi riguarda (con tutto il rispetto per gli altri blogger che fanno altre
scelte), è difficile che io scriva un articolo sulle scemenze che dice l’on. caio o sulle frottole che racconta l’on. sempronio, o su questo o quel delitto
familiare di cui parlano largamente i media. I fatti di cronaca nera, gialla e
rosa e il teatrino della politica trovano poco spazio sul mio blog. Per queste
tematiche ci sono in giro giornalisti e persone molto più autorevoli e
informate di me anche in rete, e non vedo quindi perché uno dovrebbe leggere la
mia opinione per farsi un’idea su un determinato argomento, spesso
inflazionato. Il blog, diciamocelo, non è un giornale che deve riportare le
ultime notizie – che poi in certi periodi di vacche magre sono le stesse del
giorno prima e del giorno prima ancora – ma una sorta di diario emotivo
condiviso in cui specchiarsi, un raccoglitore di idee, di sentimenti, di
sensazioni, di esperienze, di letture, di spunti di riflessioni che non hanno
una scadenza e non sono legati al fatto del giorno. E allora, quando proprio
non sappiamo che scrivere, meglio riproporre qualche vecchio post, che magari
ha già avuto un discreto successo di lettori, di visualizzazioni e di commenti.
E’ come riascoltare una vecchia canzone, è come rileggere una poesia o una
pagina di un bel libro. Senza ingolfare la rete di testi inutili e noiosi.
E’ pur vero che quando certe attività diventano
abitudinarie si crea – a volte senza accorgersene - una insolita dipendenza.
Sorge allora spontanea la domanda: ma se questo consolidato legame venisse
interrotto improvvisamente e si decidesse di dire basta, quale reazione emotiva
produrrebbe? Nella fattispecie, se domani decidessi di uscire dalla rete e non
scrivere più su questo blog, cosa mi verrebbe a mancare? E, soprattutto, potrebbero
mai sentire la mia mancanza quei pochi e affezionati lettori che fino a questo
momento hanno avuto la costanza di seguirmi e di leggermi? Ora, senza voler
apparire irriguardoso, la risposta a questi interrogativi è molto semplice: io
non ne soffrirei più di tanto, forse mi sentirei quasi liberato da questo
impegno. E loro, “i miei lettori”, tutt’al più si domanderebbero, non vedendomi
apparire con l’ultimo post: chissà che fine ha fatto quel “luddista” che
metteva in discussione la tecnologia e aspirava a vivere in un eremo, con un
cane, due galline e una capretta. E senza smartphone. Sarà forse morto?... purtroppo
succede anche questo in rete. Ha cambiato finalmente vita? Si è stufato del
blog?
In fondo, miei cari amici vicini e lontani, la
nostra presenza qui in rete vale, né più né meno, quanto la nostra assenza. “Ciò
che scriviamo - ebbe a dire una volta il filosofo Andrea Emo, un nobiluomo
veneto che discendeva dai dogi e passò la sua vita in ombra e in solitudine - è
una lunga lettera ad ignoti, a lettori sconosciuti o futuri, che forse non
esisteranno mai: che porteranno il nome omerico di: Nessuno”.