Noi che apparteniamo alla generazione nata a
cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 del secolo scorso abbiamo avuto il raro privilegio
di vivere una transizione storica, sociale e tecnologica senza precedenti, che
di fatto ci ha portati a vivere in due epoche diverse, in due mondi
estremamente lontani e contrapposti. Siamo cresciuti in un mondo rigido e tradizionale
basato su valori conservatori, caratterizzato da relazioni dirette e ritmi
lenti, un mondo che, in qualche maniera, custodiva tutti i secoli precedenti,
durante i quali i cambiamenti più significativi si manifestavano gradualmente, spesso
impercettibili nel corso di una singola generazione. Tanto impercettibili che le
strutture sociali ed economiche che usava mio nonno erano le stesse che avrebbe
usato mio padre, per tutta la vita, e poi in parte lo scrivente. Abbiamo
sperimentato il boom economico che ci ha permesso di migliorare il nostro stile
di vita. Si può dire che la nostra generazione sia l’unica a possedere una
sorta di “doppia cittadinanza” culturale: conserva ancora valori e competenze
pratiche del passato, ma ha dovuto apprendere, non senza difficoltà, le
complessità tecnologiche del presente, a partire dagli ultimi 20/30 anni.
La nostra è stata l’ultima
generazione che ha vissuto l’infanzia senza l’automobile, che ha abitato case senza
l’acqua corrente (ci si lavava in un catino, nel cortile), che non aveva il
frigorifero e la lavatrice e il telefono e il riscaldamento (si andava a letto
con la borsa dell’acqua calda per scaldarsi i piedi); è stata l’ultima
generazione che alle scuole elementari sedeva sui banchi di legno grezzo con il
buco per il calamaio, che prendeva bacchettate dal maestro (senza che nessuno
chiamasse il telefono azzurro); l’ultima generazione che ha visto le lucciole
nelle calde serate estive; l’ultima generazione che ha vissuto l’infanzia senza
schermi, giocando all’aperto a nascondino, al salto della corda, con le
monetine lanciate contro il muro o con la trottola o con la fionda o con i
bottoni; è stata l’ultima generazione che ha letto “il grande Blek” e “Capitan
Miki” e “Tex” e “Tarzan”; l’ultima generazione che aveva un rapporto diretto
con il sarto (ti cuciva i pantaloni e poi li allargava man mano che crescevi), e
l’ultima generazione che ha visto per le strade l’arrotino, l’ombrellaio, lo
stagnino; è stata l’ultima generazione che ascoltava alla radio, la domenica,
“tutto il calcio minuto per minuto”, che guardava l’unico canale televisivo in
bianco e nero, la cui programmazione giornaliera aveva un inizio (con la tv dei
ragazzi) e una fine, annunciata in serata da una delle annunciatrici Rai.
La nostra è stata l’ultima
generazione che poteva permettersi il lusso di immaginare un futuro radioso,
avendo tutto davanti e niente alle spalle.
Ora siamo entrati nel terzo
millennio della storia dell’umanità, in un mondo globale dove la velocità del
cambiamento in ambito sociale, economico e tecnologico è senza precedenti.
Soprattutto la tecnologia evolve a un ritmo esponenziale, tanto da superare la
nostra umana capacità di adattamento e comprensione: non facciamo in tempo a
capire il funzionamento di una procedura o di un congegno che già diventa tutto
obsoleto, superato, da sostituire. Stiamo viaggiando a velocità siderale verso un
futuro incerto e frenetico, senza avere più un passato da ricordare e da cui
partire. Perché manca lo spazio e il tempo per la sedimentazione, la
riflessione e la trasformazione del presente in memoria storica. Viviamo un eterno
presente costituito da un flusso continuo di eventi e di esperienze e di fatti
e misfatti che si susseguono senza sosta e senza lasciare alcuna traccia. Un
presente proiettato nel futuro che non genera un passato solido da cui trarre
insegnamento.
Diceva Simone Weil che “la
perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale”. Il passato è
la nostra radice spirituale e umanistica che fornisce valori e legami e che
permette all’individuo di non sentirsi una pedina dell’apparato, ma parte
integrante di un insieme più vasto e profondo definito da cultura e tradizioni.
E se perdiamo il passato, perdiamo la nostra umanità, saremo sradicati e
disorientati, incapaci di dare un senso alla nostra esistenza.

Siamo stati l'ultima generazione che ha utilizzato la lettera scritta a mano e trasmessa tramite posta, quale mezzo di comunicazione a distanza, l'ultima, sana generazione che sapeva attendere la risposta, senza fretta :)
RispondiEliminaMi identifico con le tue parole e con ciascuno di tutti quei “la nostra è stata l’ultima generazione a…”
RispondiEliminanoi con un piede, anzi con tutto un arto nel passato e l’altro, anzi, poche dita, nella tecnologia presente che ci vorrebbe sempre più veloci!
massimolegnani