martedì 24 febbraio 2026

Un paese fondato su Sanremo

 




Il festival di Sanremo è nato nel 1951, tre anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione italiana. Mi viene da pensare che sarebbe ora di proporre un referendum per cambiare l’articolo 1 della stessa Costituzione, in questi termini: “l’Italia è una repubblica democratica fondata su Sanremo. La sovranità appartiene al Festival che la esercita nelle forme e nei limiti imposti dalla Rai”.

Sta per cominciare. E’ da diverse settimane che veniamo bombardati da un ritornello televisivo forte e chiaro: “tutti cantano Sanremo”. Imperversa la “sanremite”. E’ come l’influenza stagionale: colpisce tutti e non c’è vaccino che possa fermarla. E’ un’overdose mediatica totalizzante che eclissa ogni altra notizia o interesse culturale e politico nel Paese. Siamo invasi da una quantità esorbitante di luoghi comuni, di polemiche, di festeggiamenti, di finta animazione, di pettegolezzi collettivi, di interviste che ci squalifica agli occhi di mezzo mondo.

Quando una gara di canzonette diventa, in assoluto, la più evocata, citata, annunciata, attesa - anche dalle autorità istituzionali - vuol dire che non stiamo tanto bene e che ormai viviamo fuori dalla realtà e dalle sue priorità.


martedì 10 febbraio 2026

La perdita del passato come memoria storica

 


Noi  che apparteniamo alla generazione nata a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 del secolo scorso abbiamo avuto il raro privilegio di vivere una transizione storica, sociale e tecnologica senza precedenti, che di fatto ci ha portati a vivere in due epoche diverse, in due mondi estremamente lontani e contrapposti. Siamo cresciuti in un mondo rigido e tradizionale basato su valori conservatori, caratterizzato da relazioni dirette e ritmi lenti, un mondo che, in qualche maniera, custodiva tutti i secoli precedenti, durante i quali i cambiamenti più significativi si manifestavano gradualmente, spesso impercettibili nel corso di una singola generazione. Tanto impercettibili che le strutture sociali ed economiche che usava mio nonno erano le stesse che avrebbe usato mio padre, per tutta la vita, e poi in parte lo scrivente. Abbiamo sperimentato il boom economico che ci ha permesso di migliorare il nostro stile di vita. Si può dire che la nostra generazione sia l’unica a possedere una sorta di “doppia cittadinanza” culturale: conserva ancora valori e competenze pratiche del passato, ma ha dovuto apprendere, non senza difficoltà, le complessità tecnologiche del presente, a partire dagli ultimi 20/30 anni.

La nostra è stata l’ultima generazione che ha vissuto l’infanzia senza l’automobile, che ha abitato case senza l’acqua corrente (ci si lavava in un catino, nel cortile), che non aveva il frigorifero e la lavatrice e il telefono e il riscaldamento (si andava a letto con la borsa dell’acqua calda per scaldarsi i piedi); è stata l’ultima generazione che alle scuole elementari sedeva sui banchi di legno grezzo con il buco per il calamaio, che prendeva bacchettate dal maestro (senza che nessuno chiamasse il telefono azzurro); l’ultima generazione che ha visto le lucciole nelle calde serate estive; l’ultima generazione che ha vissuto l’infanzia senza schermi, giocando all’aperto a nascondino, al salto della corda, con le monetine lanciate contro il muro o con la trottola o con la fionda o con i bottoni; è stata l’ultima generazione che ha letto “il grande Blek” e “Capitan Miki” e “Tex” e “Tarzan”; l’ultima generazione che aveva un rapporto diretto con il sarto (ti cuciva i pantaloni e poi li allargava man mano che crescevi), e l’ultima generazione che ha visto per le strade l’arrotino, l’ombrellaio, lo stagnino; è stata l’ultima generazione che ascoltava alla radio, la domenica, “tutto il calcio minuto per minuto”, che guardava l’unico canale televisivo in bianco e nero, la cui programmazione giornaliera aveva un inizio (con la tv dei ragazzi) e una fine, annunciata in serata da una delle annunciatrici Rai.

La nostra è stata l’ultima generazione che poteva permettersi il lusso di immaginare un futuro radioso, avendo tutto davanti e niente alle spalle.

Ora siamo entrati nel terzo millennio della storia dell’umanità, in un mondo globale dove la velocità del cambiamento in ambito sociale, economico e tecnologico è senza precedenti. Soprattutto la tecnologia evolve a un ritmo esponenziale, tanto da superare la nostra umana capacità di adattamento e comprensione: non facciamo in tempo a capire il funzionamento di una procedura o di un congegno che già diventa tutto obsoleto, superato, da sostituire. Stiamo viaggiando a velocità siderale verso un futuro incerto e frenetico, senza avere più un passato da ricordare e da cui partire. Perché manca lo spazio e il tempo per la sedimentazione, la riflessione e la trasformazione del presente in memoria storica. Viviamo un eterno presente costituito da un flusso continuo di eventi e di esperienze e di fatti e misfatti che si susseguono senza sosta e senza lasciare alcuna traccia. Un presente proiettato nel futuro che non genera un passato solido da cui trarre insegnamento.

Diceva Simone Weil che “la perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale”. Il passato è la nostra radice spirituale e umanistica che fornisce valori e legami e che permette all’individuo di non sentirsi una pedina dell’apparato, ma parte integrante di un insieme più vasto e profondo definito da cultura e tradizioni. E se perdiamo il passato, perdiamo la nostra umanità, saremo sradicati e disorientati, incapaci di dare un senso alla nostra esistenza.


martedì 3 febbraio 2026

La vita fugge et non s'arresta una hora

 


Tra i grandi pensatori del passato che hanno saputo esprimere, con immagini di straordinaria intensità, la fugacità del tempo che scorre e la precarietà dell’esistenza umana, c’è sicuramente Francesco Petrarca. Nel sonetto La vita fugge et non s’arresta una hora l’autore del Canzoniere (…oggi mi piace tornare sui banchi di scuola), ci invita a riflettere sul senso della vita, sul declino della giovinezza e sulla morte che “vien dietro a gran giornate”. Una riflessione esistenziale potente, carica di malinconia e inquietudine. Io credo che non occorra fare la parafrasi del testo per comprenderlo.

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;

e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sí che ’n veritate,
se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi penser’ fòra.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ’l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.