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martedì 4 maggio 2021

Il piacere dell'ozio

 


«O Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria! O Ozio, padre delle arti e delle nobili virtù, sii il balsamo delle angosce umane!  

Paul Lafargue

Quelli che appartengono alla mia generazione sono stati educati – diciamo pure così - secondo l’avvertimento di quell’antico proverbio che recita: “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. In più, ci è stato inculcato quell’altro pensiero, ancora più sibillino, vale a dire: “il tempo è denaro”. Insomma, in questi ultimi anni hanno cercato (forse riuscendoci) di far passare il messaggio secondo cui il lavoro è l’unica virtù in cui credere, e che il tempo a nostra disposizione va utilizzato nel migliore dei modi possibili: produrre e consumare. O meglio, consumare avidamente per continuare a produrre in un circolo vizioso senza fine.

Ora io non voglio assolutamente mettere in discussione l’attuale organizzazione del lavoro: non ne ho le competenze. Né saprei concepire una società che lo abolisca: è comunque la nostra risorsa economica che ci permette di vivere e avere un futuro. E poi sarebbe davvero un grave atto d’accusa contro la civiltà moderna che ci offre tanti benefici. Tuttavia mi piace fare una breve considerazione su questo antico modo di ragionare, generato esclusivamente dalla logica mercantile e produttivistica della società dei consumi, che sta cancellando (o ha già cancellato?) il tempo della pausa e della lentezza. Basta osservare un qualsiasi locale pubblico (bar, pizzeria, ristorante…) di una grande città nell’ora di pranzo, tanto per fare un esempio. Ebbene, i commensali - lavoratori e impiegati in pausa pranzo che siedono a quei tavoli - continuano a lavorare imperterriti al cellulare…mentre il piatto piange. Una volta esisteva quel momento di piacevole interruzione durante il quale ci si poteva estraniare e pensare ad altro, senza essere connessi: sparito. Quelli che hanno la mia età ricorderanno certamente “l’intervallo” televisivo che veniva mandato in onda tra un programma e l’altro senza messaggi pubblicitari, fatto solo di paesaggi in bianco e nero, di vecchi borghi o di greggi di pecore che pascolavano, il tutto accompagnato da un dolce sottofondo musicale. Erano sprazzi di autentico rilassamento che rimandavano ai ritmi lenti dell’esistenza. Oggi tali immagini sarebbero inconcepibili e antieconomiche, divorate da una pubblicità falsa e immorale.

C’è qualcuno che sta tentando di impossessarsi del nostro tempo e della nostra libertà e annullare quello spazio interiore che potremmo dedicare alla riflessione, all’ozio, alla convivialità. Questa filosofia di vita legata all’efficientismo economico a tutti i costi, questi ritmi frenetici e questi tempi del vivere dettati solo dall’economia e dalla tecnologia, dalla fretta e dalla velocità, dalle macchine e dal “sempre connesso” non mi hanno mai entusiasmato. Lo confesso. Ho sempre rivendicato ritmi più lenti e a misura d’uomo; ho sempre guardato all’ozio quale espressione di un modo diverso di stare nel mondo e nella vita; e cerco di vivere il tempo senza affanni e di rapportarmi con consapevolezza alle cose e ai luoghi senza rincorrere le mode del momento, respingendo le lusinghe di chi vuole controllare e veicolare le mie scelte. E, naturalmente, da sempre rivendico un approccio al lavoro meno pregnante e onnivoro, meno competitivo e più umano, che non decida il ruolo degli individui nella società a seconda del lavoro che svolgono. Qualcuno ha detto che il lavoro nobilita l’uomo e lo rende più felice (sarà poi vero?); per me rappresenta solo un’attività necessaria per vivere, e non un mezzo di affermazione sociale o di rivalsa che genera, spesso, ingiustizie e prevaricazioni.

Gli antichi Greci – da cui abbiamo ereditato il senso della bellezza artistica nella vita dell’uomo - disprezzavano il lavoro, riservato solo agli schiavi. E infatti ogni cittadino ateniese ne aveva diversi a sua disposizione: ciò gli consentiva di dedicare tutto il suo tempo ai giochi, allo studio, alla ginnastica, all’arte, tant’è che furono capaci di creare quelle opere artistiche e architettoniche straordinarie che ancora oggi ammiriamo. Anche nelle società delle epoche successive - almeno fino all’avvento della rivoluzione industriale – il lavoro non era considerato un valore essenziale in cui credere e in cui riconoscersi. Lavoravano solo le persone più umili, i contadini e gli artigiani, i quali dovevano provvedere non solo alle proprie esigenze vitali ma anche a quelle dei nobili, la classe sociale dominante che non svolgeva alcuna attività lavorativa. E se noi oggi possiamo ancora contemplare tutte le bellezze artistiche e architettoniche che ci hanno tramandato, dobbiamo ringraziare proprio loro, i principi e i signori delle corti rinascimentali che vivevano nell’ozio creativo e furono i mecenati dei più grandi artisti. Ci voleva il grande filosofo Bertrand Russell, che all’ozio dedicò un suo famoso libretto, per dire che l’ozio “è essenziale per la civiltà”. E che fu proprio questa classe di persone oziose che “contribuì in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civiltà. Fu questa classe che coltivò le arti e scoprì le scienze, che scrisse libri, inventò sistemi filosofici e raffinò i rapporti sociali. Persino la campagna per la liberazione degli oppressi partì generalmente dall’alto. Senza una classe oziosa, l’umanità non si sarebbe mai sollevata dalla barbarie”.

Noi oggi non abbiamo schiavi che possano lavorare per noi, offrendoci così più tempo libero. E poi non esiste più una “classe oziosa” come quella del passato, capace di lasciare al mondo tracce eterne del loro passaggio. A nostra disposizione abbiamo, però, la tecnologia con le sue macchine potentissime ed intelligentissime che ci consentono di produrre beni e servizi in tempi brevi, con sempre meno rapporto di lavoro umano. Secondo il sociologo Domenico De Masi “tutte queste macchine equivalgono ad almeno 33 schiavi. Eppure – scrive De Masi - la sensazione è che ci sia meno tempo di una volta per coltivare la propensione all’arte, la vocazione civile, la riflessione filosofica, i rapporti conviviali”. Invece di liberarci dagli affanni e restituirci il tempo da dedicare alle cose belle e alla riflessione interiore, la tecnologia ci illude e ci rende sempre più occupati, cosicché il tempo libero diventa solo un’opportunità di consumo, utile alla produzione e all’economia ma non alla crescita civile, culturale e spirituale, la sola che possa anche educare e raffinare il gusto di una persona. In un momento considerato di decadenza culturale, si è perso il senso dell’ozio – direi il buon uso del tempo - che permetteva di dare anche un senso all’esistenza. Siamo diventati noi gli schiavi, succubi delle macchine, che ci rubano la cosa più preziosa che abbiamo: il tempo.

Ora, non posso sfuggire a questa conclusione: la bellezza, in tutte le sue innumerevoli espressioni, nasce sempre dall’ozio creativo di qualcuno e non dal lavoro. E mi viene allora da pensare a un antico proverbio spagnolo che così ammonisce: “l’uomo che lavora, perde il suo tempo”. Beh…come se non bastasse questo anacronistico elogio dell’ozio nell’era della modernità e della velocità!


2 commenti:

  1. Siamo succubi della frenesia, del fare comunque, e a tutti i costi, lo "slow" è una sensazione malvista, legata a pregiudizi di inefficienza. E ci bruciamo il tempo anziché servircene, lo iper utilizziamo invece di passionalizzarlo. Siamo comunque noi al suo servizio anziché il contrario. Solo il fatto di ragionare sempre più in funzione dell'aumento di tempo e spazio lavoro, fa capire come il progresso sembri non lavorare per l'uomo, ma contro. Sembra aver individuato altre priorità rispetto a quelle del quieto vivere e del creare arte. Forse anche per questo non ho disdegnato i rallentamenti imposti dal periodo di pandemia. C'è chi è andato in depressione, e chi ha potuto dedicarsi a se stesso, in maniera estrosa e soprattutto feconda.

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    1. Grazie, Franco, per questa tua analisi che, naturalmente, io non posso che condividere. E quando scrivi che il progresso sembra "non lavorare per l'uomo, ma contro" affermi una santa verità. Il progresso ha migliorato senz'altro la vita materiale e ci fornisce macchine sempre più sofisticate per risparmiare tempo, ma non riesce a risolvere i nostri problemi interiori. Stiamo diventando unità produttive, non pensiamo più, non riusciamo più a vivere secondo la natura e i suoi cicli e la velocità, il vero nemico dei nostri tempi, non ci permette di riflettere e di trovare risposte alle tante domande sul senso vero della vita. I rallentamenti imposti dalla pandemia non sono stati un problema, neanche per me: la mia vita è rallentata comunque, mi piace vivere in maniera oziosa e non consumistica. Pascal, il grande pensatore, sosteneva che tutta l'infelicità degli uomini deriva dalla loro incapacità di stare da soli in una stanza. Non ci riusciamo, neanche per un breve periodo...e la depressione avanza.
      Buona serata

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