Cerca nel blog

lunedì 4 febbraio 2019

Lo sguardo del cellulare



Siamo intrappolati nei nostri cellulari e non ce ne accorgiamo. O facciamo finta di non accorgercene. Lo smartphone è diventato lo strumento in cui ci rispecchiamo quotidianamente e con cui moltiplichiamo a dismisura il nostro insaziabile “io”, che ci rimanda ad una dimensione surreale, facendoci perdere i contatti con il presente e con la realtà che ci circonda. Assistiamo, oggi, a questo bisogno ossessivo di immortalare “l’attimo fuggente” di celebrità per trasmetterlo, poi, online affinché una moltitudine di persone possa rivederlo, alimentando, così, quell’egocentrismo che ci divora. Siamo diventati malati di visibilità; vogliamo stare nella notizia; vogliamo addirittura essere noi la notizia attraverso una foto, o meglio un video di pochi minuti che ci vede protagonisti. E allora, braccia sollevate a impugnare il nostro giocattolo preferito – lo smartphone - sguardo concentrato sul piccolo schermo e via: un video o una serie di clik…click…click. Tante foto da pubblicare su Instagram (ma guarda che bel gelato sto mangiando…e non vedi che meraviglia ‘sta torta…che bello quel cappellino…sorrisetti….smorfie…baci). E poi tanti selfie da condividere con i nostri “amici virtuali” sui social che ci danno visibilità e tanti “like”, segnali quest’ultimi che ci inebriano di felicità e di soddisfazione. Più like abbiamo e più ci sentiamo potenti. C’è sempre, in queste manifestazioni, un bisogno di rimarcare un principio irrinunciabile: “io c’ero”. Ad un funerale di un personaggio famoso ripreso dalla televisione: e allora un selfie con la bara è imperdibile e molto richiesto. In occasione di una tragedia naturale come un terremoto: non può mancare il solito selfie con le case distrutte alle nostre spalle. Al concerto di una star internazionale: e allora il video è d’obbligo, e chissenefrega se ci perdiamo le emozioni del momento, perché a noi interessa non guardare più dal vivo, con i nostri occhi, ma filmare il concerto e poi guardarlo a casa, dopo averlo mandato in rete. Mi è capitato di vedere un video con delle immagini raccapriccianti in cui delle persone, anziché mettersi in salvo di fronte alle onde gigantesche di uno tsunami (il video sta su internet), facevano di tutto per riprendere la scena, prima di essere definitivamente travolte dall’acqua. La scena, naturalmente, era stata ripresa da qualcuno che stava più in alto e si è salvato, con il suo prezioso filmato.

Ho l’impressione che non sappiamo più vivere la quotidianità con lo sguardo normale e consapevole rivolto verso le cose, verso i fatti che accadono e le persone che ci circondano, e che non sappiamo più guardare se non abbiamo tra le mani un supporto elettronico che faccia da filtro tra noi e la realtà. Mi è capitato di vedere degli adolescenti sulla metropolitana che comunicavano tra di loro con degli SMS: eppure stavano gli uni di fronte agli altri. Tempo fa sul treno un ragazzo, seduto di fronte a me, parlava con un suo amico che si trovava nella stessa carrozza ma in uno scompartimento più avanti.

Con l’avvento dei cellulari con fotocamera, soprattutto i giovani appaiono sempre di più affetti da bulimia fotografica acuta, che li induce a riprendere qualsiasi cosa si trovi nei loro paraggi, che si muova o stia ferma, che sia viva o sia morta. Le fotografie - che un tempo fissavano ricordi e memorie - oggi paradossalmente sembrano sostituire lo sguardo consapevole delle persone e  testimoniare non tanto curiosità e interesse nei confronti della cosa fotografata, quanto la rituale presenza fisica in un determinato luogo di chi impugna uno smartphone. E nel confondere il guardare con il possedere un’immagine attraverso un cellulare, si finisce per prestare sempre minore attenzione alla realtà circostante.

14 commenti:

  1. Concordo con te, spendiamo troppo tempo al cellulare e non vedo quali possano essere i rimedi
    Piero

    RispondiElimina
  2. Basterebbe spegnerlo, ogni tanto. Soprattutto quando ci si trova a stretto contatto con altre persone. E sarebbe già un bel passo in avanti.

    RispondiElimina
  3. l'avvento delle macchine digitali ha radicalmente modificato la mentalità dei fotografi, soprattutto di quelli ultra-dilettanti. Prima ogni scatto consumava una "posa" della pellicola e, dato che le pellicole costavano, c'era tutto uno studio dell'inquadratura, un'attenzione per le condizioni di luce, un'indecisione se valesse davvero sprecare un fotogramma per quel soggetto. Ora invece puoi scattare all'infinito senza consumare nulla e se il risultato non ti soddisfa lo puoi sempre modificare con la "post-produzione".
    credo che una parte della compulsione a fotografare (e fotografarsi) dipenda proprio da questa "evoluzione" dei mezzi fotografici.
    massimolegnani

    RispondiElimina
  4. Sono d'accordo con quello che scrivi. Resta comunque il problema che è rappresentato dall'uso improprio ed esagerato del cellulare.

    RispondiElimina
  5. "Ho l’impressione che non sappiamo più vivere la quotidianità con lo sguardo normale e consapevole rivolto verso le cose, verso i fatti che accadono e le persone che ci circondano, e che non sappiamo più guardare se non abbiamo tra le mani un supporto elettronico che faccia da filtro tra noi e la realtà."

    Temo tu abbia profondamente e tristemente ragione.

    RispondiElimina
  6. Siamo diventati schiavi di uno strumento che usiamo in maniera distorta, la cui utilità nessuno mette in dubbio

    RispondiElimina
  7. Come non essere d'accordo ancora una volta con te!
    Quello su cui mi soffermo a pensare è riuscire a scorgere una notevole "bellezza" in queste tue reali e triste osservazioni!
    A volte la consapevolezza soltanto nell'utilizzo improprio di uno strumento che potrebbe rivelarsi dannoso,eviterebbe di trasformare la persona strumento stesso!

    Linda

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E’ una delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità: tuttavia, per come lo usiamo, si sta rivelando una trappola micidiale che divora la nostra capacità di ragionare e di conversare, ci mette perennemente in comunicazione con chi è lontano e ci allontana da chi ci è vicino. Io non ho il cellulare (se devo fare o ricevere telefonate ho quello fisso di casa…mi vergognerei se dovessi raccontare i miei fatti personali per strada o sull’autobus) e da questa mia posizione privilegiata posso osservare il comportamento di chi ce l’ha. Ebbene l’altro ieri ho visto un gruppo di 6/7 ragazzi seduti su un muretto: stavano tutti chini sul loro giocattolo. Tutti collegati con un altrove e nessuno sentiva il bisogno o l’urgenza di parlare con chi gli stava accanto. Incredibile!! E se gli fai notare l’uso improprio che ne fanno, ti rispondono pure male, perché non sanno ammettere la loro dipendenza. E’ la droga del terzo millennio.

      Elimina
  8. La tua posizione "privilegiata" può e deve essere quella di molte persone non solo con l'uso del telefono fisso ma anche di quello mobile ,quindi si... è l'uso distorto che ne facciamo a sentirci privilegiati o non ... e non di certo lo strumento in sé!

    Io in questo momento sto usando lo smartphone, e quel triangolino rosso che mi segnala il tuo blog ,come pericoloso e dannoso ,può essere un mio uso distorto di come lo utilizzo assumendomene gli eventuali rischi che ne possono conseguire!Tu mi dici che non hai idea nonostante usi la tua posizione privilegiata! In questo caso sia tu che io siamo consapevoli ed inconsapevoli di Cosa ci tiene collegati nello scrivere? ...o forse io sono consapevole solo della mia forza di volontà , che mi lega invece che ad una sedia, come il poeta astigiano Vittorio Alfieri,ad uno smartphone... solo per ridire la famosa frase di quel: "volli ,sempre volli,fortissimamente volli"...credere in questa ostinata utopia che " sente" nella certezza e nella forza dell'amore!!

    Cosa dovrei temere Pino ?...te ,lo smartphone, quel triangolino rosso o quello in cui mi da forza e coraggio di non avere paura di nulla,come la forza dell'AMORE?

    Quanta spiritualità esiste in te davvero Pino?Scrivi cose belle e vere da quella posizione privilegiata, complimenti!Non pensare che lo smartphone mi impedisca di guardare ancora la "bellezza" negli occhi delle persone,non pensare che io non viva nel "privilegio" di percepire l'amore o la sua mancanza nelle persone ...parlo di quelle che incontro nello studio medico,nel treno,quelle che ancora interagiscono fisicamente...perché nel caso non lo fanno ,allora i miei occhi riescono ancora a guardare fuori dal finestrino,fuori da uno studio ..i miei occhi ancora riescono a guardarmi dentro !

    L.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie davvero per le tue riflessioni che arricchiscono le mie. Sono d'accordo con te: non dobbiamo avere paura di uno strumento tecnologico, sia esso lo smartphone che il computer o qualsiasi altra applicazione, ma l'uso distorto che ne facciamo. Lo smartphone non impedisce di guardare la bellezza esterna, nelle sue innumerevoli sfaccettature; per fortuna non ha ancora queste capacità di poter pilotare la mente delle persone. C'è da dire, però, che la stragrande maggioranza della gente - basta guardarsi in giro - ha la testa perennemente china su quello strumento e non guarda altro. E' di questi giorni la notizia che il sindaco di una città del nord ha dovuto imbottire i lampioni lungo i marciapiedi perchè ci andavano a sbattere. Non sappiamo se ridere o piangere...
      Buona serata :-)

      Elimina
  9. "Riguardo alla mancanza di connessione protetta del mio blog, non so proprio cosa dirti. Ma questa cosa dove l'hai letta?"

    Bene, spero di averti chiarito dove l'ho letta!

    Spero che tu trovi la giusta chiave di lettura nel leggermi,perché non so scrivere bene,quello che mi riesce bene è sentire ... e spesso è complicato tradurlo a voi scrittori , ma devo ubbidire al mio sentire che mi chiede di intervenire!

    L.


    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sorrido quando leggo quel "voi scrittori". No, tu oltre a "ubbidire" al tuo sentire, sai anche scrivere benissimo e quindi fai bene ad intervenire. Per quanto riguarda, poi, quella lucetta rossa che si accende sul tuo smartphone quando ti colleghi al mio blog, ebbene sappi che non c'è da temere nulla. E collegati sempre perchè non può che farmi piacere. E' un problema tecnico a cui non so rispondere, considerate le mie limitate conoscenze tecnologiche ed informatiche, che sono ancora ferme ai segnali di fumo

      Elimina
  10. ...i segnali di fumo!

    E quindi non possiamo aver frainteso questa magnifica chiave di lettura...diciamo che è un intercettazione priva di tecnologia...anzi quel fumo è riuscito a passarci sotto!

    Sullo smartphone nel tuo blog ci hai dedicato molti post interessanti come questo .Uno si riallaccia al contatto della natura tra gli alberi di ulivo,al tempo che potremmo dedicarci usando le "mani" in modo intelligente e produttivo.

    Però una domanda voglio fartela!

    La raccolta delle olive con i nuovi sistemi non tortura un po' la pianta?

    Grazie per questi post,grazie per cosa fai emergere!

    Ti auguro una lieta giornata!

    L.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per il tempo che dedichi ai miei post.
      Si, l'abbacchiatore (così si chiama lo strumento meccanico che fa cadere le olive sul telo) "tortura" la pianta. Eccome la tortura! Hai usato un termine molto appropriato. Però le piante per fortuna si rigenerano e con la potatura, che andrebbe fatta ogni anno, si eliminano i rami secchi, quelli appunto rovinati. La campagna è una delle mie passioni, ma vivendo a Roma non posso frequentarla come vorrei. Auguro anche a te una bella giornata.

      Elimina