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sabato 28 giugno 2014

Siamo tutti scrittori



Secondo le statistiche in Italia si legge poco. Molto poco. Pare che più della metà dei nostri connazionali non legga nemmeno un libro all’anno. Ma se da una parte i lettori diminuiscono, dall’altra aumentano in maniera esponenziale le pubblicazioni: vengono infatti dati alle stampe circa 60.000 nuovi libri ogni anno. Sembra un curioso paradosso, ma questi sono i dati. D’altra parte basta entrare in una qualsiasi libreria di una grande città per rendersi conto della gigantesca mole di libri esposti in bella mostra negli scaffali. Si avverte un senso di saturazione e di frustrazione, nello stesso tempo, perché non sai da dove iniziare.
Le librerie dovrebbero essere i “luoghi dello spirito” ma quando poi ti capita di imbatterti nell’ultimo libro di Massimo D’Alema “Non solo euro” più di una domanda sorge spontanea: cosa ha da spartire siffatta opera letteraria con lo “spirito”? Che cosa può mai scrivere di così interessante un politico come l’autore del suddetto libro, che non abbia già detto e ribadito (ahi noi!) in questi ultimi quarant’anni di vita politica?  Ma le sorprese, per chi mette piede in questi posti dedicati alla cultura, sono veramente tante. Sarebbe infatti molto interessante, dal punto di vista antropologico, conoscere qualcuno che spende 15 euro per immergersi nelle ponderate riflessioni di Maurizio Lupi riportate nel suo ultimo capolavoro, pubblicato da Mondadori, “La prima politica è vivere” . Inoltre, per chi non lo sapesse, “La mafia uccide d’estate”: a svelarcelo è il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, in libreria a sole 18,50 euro (Mondadori). Sono scrittori molto in voga: gli “scrittori politici”.

Hanno fatto il loro ingresso nel mondo della letteratura anche gli “scrittori calciatori”: e con questi si potrebbe formare più di una nazionale. Si parte dal numero 10, Pirlo, che essendo notoriamente un calciatore pensante, non poteva scrivere che “Penso dunque gioco”; poi c’è il portiere e capitano della nazionale Gigi Buffon che non si è sprecato molto nel trovare un titolo al suo libro: “Numero 1”, pubblicato da Rizzoli; è presente anche Marchisio che ci racconta le sue emozioni  giocando nella “Juventus” (Priuli & Virlucca Editore). Se poi qualcuno va cercando emozioni forti, allora non può perdersi “L’ultimo gladiatore” di Antonio Conte. In attesa del nuovo allenatore della nazionale, non poteva mancare il suo ex  (Cesare Prandelli) con il suo libro pubblicato da Giunti (prima della disfatta mondiale), il cui titolo ci tranquillizza: “Il calcio fa bene”. Si potrebbe continuare, ma fermiamoci qui e apriamo un’altra finestra: quella degli “scrittori giornalisti famosi”, le cui belle facce fanno capolino dalla quarta di copertina dei loro libri. Costoro, non contenti di apparire ormai da anni nei talk show serali, hanno trovato il modo per rimpinguare i lauti compensi televisivi con un po’ di diritti d’autore elargiti loro a piene mani da editori compiacenti, per i quali non conta quello che scrivi, ma il volto noto che ti ritrovi. Ha fatto così il suo esordio nel mondo letterario Giovanni Floris, passando senza alcuna difficoltà dagli studi di Ballarò alla libreria con il suo primo romanzo “Il confine di Bonetti”, edito da Feltrinelli. E che dire di Massimo Gramellini, il quale, dopo il grande successo di pubblico per il suo primo libro pubblicato da Longanesi nel 2012 “Fai bei sogni” – grazie ai ripetuti passaggi pubblicitari a “Che tempo che fa” dove è ospite fisso - tenta di nuovo la scalata delle classifiche di vendita con la sua ultima creatura letteraria “La magia del buongiorno”, una raccolta di corsivi già pubblicati nel corso degli ultimi anni sulla prima pagina del “La Stampa” di cui è vicedirettore. Ma se il simpatico Gramellini (lo scrivo senza ironia) non fosse stato il personaggio noto che tutti conoscono e non avesse avuto quella vetrina settimanale da Fazio - mi chiedo – i suoi lettori lo avrebbero ugualmente premiato? Gli editori lo avrebbero rincorso allo stesso modo? Qualche dubbio mi sovviene. E così potremmo andare avanti con gli scrittori attori…gli scrittori presentatori…gli scrittori cantanti ecc. Va evidenziato, inoltre, nel panorama editoriale una categoria molto particolare che annovera i cosiddetti “scrittori di successo”. Sono quelli che vanno di moda in un determinato momento e che sfornano uno o più libri all’anno, come Giorgio Faletti, Beppe Severgnini, Stefen King, Ken Follet, Dan Brown, Fabrizio Volo. Mi viene in mente un certo Leopardi che all’inizio dell’’800, quando la televisione ancora non era stata inventata, scriveva: “è più facile ad un libro mediocre d’acquistare grido per virtù di una fama già ottenuta dall’autore, che ad un autore di venire in reputazione per mezzo di un libro eccellente”. Il grande poeta di Recanati aveva già previsto tutto. A questo punto uno si potrebbe chiedere: ma i grandi scrittori, quelli con la S maiuscola, che fine hanno fatto? Dove sono finiti  i D’Annunzio, i Pavese, gli Svevo, i Dostoevskij? Sono ancora presenti nelle librerie? Si, per fortuna ci sono ancora, basta cercarli. Non occupano, naturalmente, i primi posti delle vetrine, perché quelli sono ormai riservati agli improvvisati scribacchini dei nostri tempi: i vip della televisione, dello spettacolo e della politica.
La vera letteratura, se proprio lo vogliamo ammettere, è altro. E’ quella che non deve misurarsi con i mezzi di comunicazione di massa che contraddistinguono l’epoca in cui viviamo, ma deve suggerire domande, deve agire come coscienza critica, deve essere oggetto di inquietudine ma anche di denuncia. E’ quella che suscita riflessioni profonde:  luogo di metafore, di esperienze di vita, di dubbi, di illusioni. E’ quella letteratura che si propone come testimonianza e memoria, una memoria che sia sempre presente nella coscienza degli uomini e che si opponga alle mode e ai fatti di attualità ricorrenti, già ampiamente enfatizzati dai mass media.

Ho l’impressione che oggi la degenerazione della scrittura abbia abbassato notevolmente la qualità della domanda di lettura: preferiamo i libri della Littizzetto e di Vespa piuttosto quelli di Svevo e di Calvino. Il lettore è invogliato a comprare un romanzo soltanto se lo stesso viene presentato e divulgato in televisione, come qualsiasi altro prodotto commerciale.  E siccome nelle trasmissioni televisive si parla tanto - per esempio - dei romanzi scritti da Dario Franceschini – tutti pubblicati da Bompiani - e non si discute mai  di Beppe Fenoglio o di Ennio Flaiano, il lettore/telespettatore verrà acculturato dall’opera omnia del Ministro della Cultura e non conoscerà i suoi vicini di scaffale presenti in libreria, i cui cognomi iniziano appunto con la lettera F. Con questo non voglio dire che non ci siano nobili eccezioni: penso a Camilleri, Eco, Erri De Luca, Tabucchi e tanti altri. Resta il fatto, però, che il chiacchiericcio letterario mediatico oggi ha il sopravvento sulla buona letteratura. Diceva Italo Calvino che “l’ideale sarebbe sentire l’attualità come il brusio fuori dalla finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre sentiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza”.

 

sabato 21 giugno 2014

La cultura nel Cilento


Posto di seguito un mio articolo pubblicato su la rivista on line di notizie approfondimenti e informazioni dal Cilento  http://www.lamandragola.org/

Per parlare di cultura nel Cilento bisogna ripartire innanzitutto dalla sua storia millenaria e dalla ineludibile necessità di tutela del territorio e dell’ambiente, percepiti come capitale da salvaguardare, risorsa essenziale per la vita e la crescita culturale dell’intera comunità. Per rimettere la cultura al centro della vita di un paese che si reputi civile e moderno, e per risanare la difesa di un patrimonio artistico che di fatto rappresenta la spina dorsale della cultura e dell’identità di un intero territorio, è necessario ripartire, quindi, da tutti coloro che vi si riconoscono e si adoperano per il bene comune. Bisogna fare riferimento ai tanti giovani che escono dalle università, appassionati e preparati, per dare loro la possibilità di un efficace inserimento professionale all’interno di una realtà che può offrire molto dal punto di vista culturale. E’ necessario attingere da quel grande ed inesauribile scrigno storico-culturale fatto di chiese e conventi, di castelli e di palazzi nobiliari che costellano i paesi del Cilento, ereditati dalle passate generazioni. Perché elevare culturalmente un paese significa, essenzialmente, far maturare in ogni suo abitante consapevolezza e sensibilità, affinché possa comprendere e apprezzare la bellezza del patrimonio che gli appartiene. Un patrimonio che appartiene innanzitutto all’umanità, come ha decretato l’Unesco. Tale è il Cilento.
D’altronde, chi ha la possibilità e la curiosità di girare per i piccoli e grandi borghi del territorio cilentano, non può che imbattersi in bellissime testimonianze di un antico passato: palazzi baronali e nobili dimore che narrano di eventi tra la verità storica e la leggenda, chiese sconsacrate e conventi abbandonati, castelli e abbazie che raccontano di lotte tra potenti, galantuomini e briganti. Eppure, questa realtà così ricca e varia, è poco conosciuta, poco apprezzata e quindi poco valorizzata. Gli ospiti stranieri, quando vengono dalle nostre parti a visitare i luoghi più noti, quali Paestum, la Certosa di Padula o il Parco Archeologico di Velia, ci rimproverano insensibilità, impreparazione e incuria. E’ anche vero che molti tra noi non hanno neppure la minima idea delle ricchezze del territorio in cui abitano; la maggior parte di questi tesori – seppure appartenenti ad un’architettura minore – sono quasi ignoti ai più e giacciono abbandonati e incustoditi, in balia del degrado crescente. Conosco persone che abitano a pochi passi dal Castello di Rocca Cilento, eppure all’interno di quell’antico maniero non vi hanno mai messo piede: sono al corrente, però, dei castelli della Loira, in Francia. Ne conosco altre che sebbene percorrano tutti i giorni la statale che fiancheggia i templi di Paestum, non hanno mai visitato quello che è considerato uno dei siti archeologici più belli del mondo: però, se si recano in un qualsiasi paese all’estero, non si lasciano sfuggire il primo rudere che incontrano. Anche nell’arte vige quel paradosso secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde.

E allora urge una sorta di esame di coscienza collettivo che metta a nudo le responsabilità e le incoerenze di tutti: in primis degli amministratori e dei politici locali, spesso latitanti per atavica pigrizia mentale, alle prese con i problemi di sempre: l’abbandono colpevole del patrimonio artistico e paesaggistico; poi le responsabilità degli operatori turistici e culturali, che non sempre riescono a programmare uno sviluppo armonioso ed equilibrato dell’ospitalità e degli eventi culturali su tutto il territorio; e quindi le responsabilità dei cittadini cilentani – come d’altronde degli italiani tutti – i quali dovranno abituarsi all’idea di essere, prima ancora che proprietari dei tesori presenti sul loro territorio, custodi responsabili della propria identità storica.
Per far sì che i cittadini possano conquistare la maturità e la sensibilità necessarie per apprezzare sul serio le ricchezze della propria terra,  è fondamentale la cultura: quella cultura che per Fernando Pessoa, il grande scrittore portoghese, “non è leggere molto, né sapere molto: è conoscere molto”. E nel momento in cui si percepisce un impoverimento culturale in tutto il Paese, sostenere l’importanza della cultura nel territorio cilentano -come bene comune e come condizione irrinunciabile  di crescita morale e civile dei suoi abitanti – costituisce un impegno fondamentale che riguarda tutti, proprio al fine di rilanciare lo sviluppo di una terra troppe volte umiliata e offesa. Va sottolineata l’importanza di investire nella crescita culturale del territorio attraverso la promozione di eventi che facciano da volano per il progresso civile e per l’economia del Cilento, arrestando così anche l’isolamento che negli ultimi anni ha raggiunto picchi notevoli soprattutto nei comuni dell’interno. Lo sviluppo culturale non deve essere considerato una zavorra o un peso superfluo per la collettività. Bisogna abbandonare l’idea – sostenuta da certi politici cialtroni – secondo cui con la cultura non si mangia e rafforzare, invece, quel modello di giusto equilibrio tra la soddisfazione di bisogni culturali e bisogni economici. E’ ciò che si propongono gli ideatori ed i curatori di due importanti mostre-evento che si svolgono quasi in contemporanea nel Cilento.
 
La prima, inaugurata lo scorso 17 marzo, si svolge a Sapri e s’intitola “Estasi e Passione”. L’occasione, forse unica fino a questo momento per il Cilento, è quella di poter ammirare la grande influenza esercitata da Caravaggio durante i suoi soggiorni nell’Italia meridionale ed in particolare nella Napoli del primo Seicento, attraverso le opere di artisti che cambiarono per sempre il volto dell’arte nel meridione d’Italia, quali Giovanni Battista Caracciolo, Carlo Sellitto, Andrea e Nicola Vaccaro, Filippo Vitale, Luca Giordano ed altri. Va sottolineato che la manifestazione sta riscuotendo un notevole successo di pubblico, con una presenza di circa 16.000 visitatori in questi primi due mesi di apertura, determinando un notevole incremento delle attività turistiche e alberghiere presenti sul territorio. Io credo che oggi il Cilento sia in grado di offrire un turismo di qualità, perché dispone di beni di primaria importanza: dalla ricchezza e dalla varietà del paesaggio naturale alle zone archeologiche, dai musei che custodiscono opere pregevoli a un’architettura minore tutta da riscoprire e valorizzare, senza contare le innumerevoli proposte enogastronomiche volte a scoprire antichi sapori, universalmente riconosciute.

La seconda mostra-evento (in prima edizione) “Il Cilento dalla preistoria al Risorgimento” si tiene presso il quartiere fieristico di Vallo della Lucania (dal 24 maggio e fino al prossimo 31 luglio), in occasione del XV anniversario del riconoscimento Unesco del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni. Tale manifestazione – organizzata, tra l’altro, dalla BCC del Cilento e dal Comune di Vallo della Lucania, su iniziativa del Presidente del suddetto istituto bancario prof. Franco Castiello – è dedicata alla civiltà cilentana in tutte le sue innumerevoli sfaccettature e ideata come momento di identificazione nella storia, nella cultura e nell’arte del territorio; l’evento, avvalendosi anche di attività didattiche per le scuole, convegni, presentazioni di libri e visite guidate presso le numerose realtà micro museali presenti nell’area, ha lo scopo di far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, le bellezze di un Cilento poco conosciuto e spesso dimenticato. La mostra-evento – “di respiro nazionale” come ha sostenuto il prof. Castiello – intende fare un percorso storico sull’evoluzione della nostra civiltà, partendo dai reperti neanderthaliani per approdare al brigantaggio e quindi al Risorgimento, con i passaggi obbligati per la civiltà eleatica (V° sec. A.c.) e per quella lucana testimoniata dagli straordinari reperti di Rocca Gloriosa e Caselle in Pittari
Per concludere, vorrei dire che oggi viviamo in un mondo standardizzato, dove tutti i luoghi – soprattutto quelli di mare – apparentemente si somigliano; se si escludono certe caratteristiche climatiche e naturali (stiamo facendo di tutto per sconvolgere anche quelle), gli stessi luoghi sono diventati  sostanzialmente indistinguibili. Ma la ricchezza di un posto risiede essenzialmente nella sua diversità, che deve essere conservata o recuperata. La differenza che determina la ricchezza di un paese o di un territorio è data dai suoi monumenti ben custoditi, dall’ambiente naturale non deturpato da colate di cemento, dall’armonia dei suoi centri storici, dall’offerta culturale che riesce ad esprimere. Tutto ciò contribuisce a favorire non solo lo sviluppo economico e sociale del territorio, ma anche a migliorare i suoi abitanti. Non è infatti importante, da un punto di vista culturale, che un cittadino visiti un museo o stia fisicamente due ore tra i templi di Paestum o veda una mostra, dopo aver pagato il biglietto:  è importante che quelle occasioni culturali, che quel museo o quella mostra riescano a renderlo migliore e a cambiarlo. Dobbiamo essere consapevoli che la cultura deve formare cittadini, non turisti. E i cittadini si formano anche attraverso la lettura di un buon libro. Occorre allora invogliare alla lettura quelli che si dimostrano un po’ pigri, anche attraverso la presentazione di libri, magari di autori esordienti. Mi sembra che nel Cilento tali occasioni non manchino. Compito fondamentale di un Paese è quello di avere cittadini informati, dotati di saldi principi morali e di riferimenti culturali significativi. E se il Cilento saprà nel prossimo futuro realizzare tali obiettivi, avrà salvato se stesso e la sua millenaria storia.

venerdì 20 giugno 2014

Il dramma di una donna nell'Austria di fine Ottocento





La storia, sotto forma di monologo interiore, è ambientata tra Vienna e Salisburgo, sul finire dell’Ottocento. Tutta la vicenda del libro (scritto da Arthur Schnitzler nel 1928, qualche anno prima della sua morte avvenuta nel 1931),  ruota intorno ad una giovane figura femminile, Therese, appartenente ad una aristocratica famiglia viennese decaduta: il padre, Hubert Fabiani (di origini italiane) è un colonnello dell’esercito in pensione ( appare nelle prime pagine del romanzo, poi esce di scena quando viene chiuso in una casa di cura per disturbi mentali), la madre, invece, è una nobildonna croata, con velleità letterarie, sempre immersa nella lettura di romanzi, poco preoccupata dell’andamento della casa, che non si interessa affatto della figlia e le diventa sempre più estranea; il fratello, inoltre, poco più grande di lei, completamente assorbito dalla sua attività politica e professionale, non vive un buon rapporto con la sorella.
 
La protagonista ben presto si allontana dal suo opprimente ambiente familiare, in cerca di una sua vita indipendente;  inizia così a condurre una sorta di doppia esistenza alquanto raminga, da un luogo all’altro: l’una come istitutrice o dama di compagnia presso varie famiglie borghesi, l’altra come madre di un bambino, nato da una relazione illegittima, il cui genitore si dilegua subito dopo la nascita, abdicando così alle proprie responsabilità.  La nascita di questo bambino, inizialmente affidato alla custodia di una famiglia di contadini, viene vissuta dalla protagonista con un senso di grave e insanabile colpa, aggravata dal tentato infanticidio, il cui proposito sarà alla base della sua infelicità, del suo tormento interiore, della inutilità della sua esistenza.

Therese, fin dalle prime pagine del romanzo, appare insensibile, sembra non avvertire alcun sentimento materno, non riesce a provare nessuna tenerezza per suo figlio; si sente smarrita, non comprende il suo destino, non gliene importa nulla di essere madre, avverte la consapevolezza che “non era venuta al mondo per essere felice”.

Vive la sua esistenza in solitudine, come una creatura che non appartiene a se stessa, né agli altri, passa da una avventura sentimentale ad un’altra, senza una sua casa, si adatta rapidamente alle nuove situazioni che si presentano ogni qualvolta si ritrova a dover cambiare luogo di lavoro e famiglia, bilanciando con grande capacità gli elementi di riserbo e di familiarità che costituiscono entrambi  l’essenza della sua professione; è comunque consapevole di essere madre e di dover proteggere e allevare anziché il proprio figlio i bambini di gente estranea, “che non sapeva dove il giorno appresso avrebbe potuto posare il capo, che una volta, trattata da confidente casuale o coinvolta di proposito, veniva messa al corrente delle vicende, degli affari e dei segreti di gente estranea e poi la volta seguente veniva messa sul lastrico come una perfetta estranea”

Da quando aveva avuto quella sua prima dolorosa esperienza, Therese non crede più alla possibilità di essere amata e di essere felice, e i vari tentativi di approccio, goffi e disgustosi, che subisce da parte di padroni e di semplici conoscenti, non l’aiutano di certo a migliorare la sua posizione. Le sembra che tutti siano maldisposti, addirittura ostili nei suoi confronti. Suo figlio, che vede raramente, diventa sempre più un disadattato, un delinquente che finirà anche in galera, interessato solo ai pochi soldi della madre.

Nonostante la trama del romanzo sia alquanto scarna e debole, direi ripetitiva nelle scene narrate – assistiamo infatti a lunghe descrizioni dei vari contesti familiari in cui la protagonista si ritrova a svolgere la propria attività lavorativa - il romanzo riesce tuttavia a focalizzare l’attenzione del lettore sui meccanismi mentali dei personaggi, con la sua prosa colta e ricercata, com’è nello stile di Schnitzler.

Il finale del libro è profondamente drammatico e triste nello stesso tempo. Una tristezza che ti avvolge e ti sconvolge, quasi a farti male. L’autore, inoltre, attraverso il racconto di questa dolorosa e sofferta vicenda individuale, intende anche porre lo sguardo su un’intera società, quella austriaca di fine Ottocento, sugli aspetti, anche quelli più sgradevoli, delle abitudini della borghesia di quel particolare momento storico.
 

(letto nel gennaio 2013)

sabato 14 giugno 2014

Amica solitudine



“Non mi sono mai sentito solo, o minimamente oppresso da un senso di solitudine, meno che una volta, cioè poche settimane dopo che ero venuto nei boschi, quando, per un’ora, mi chiesi se la prossima vicinanza umana non fosse necessaria a una vita serena e salutare. Essere solo diventava qualcosa di spiacevole. Ma contemporaneamente, ero consapevole che nel mio umore c’era un leggero vizio, e mi pareva di potere già prevederne la guarigione. Stavo sotto una pioggia leggera, in preda a questi pensieri, e all’improvviso mi resi conto della benefica e dolce compagnia della Natura, reperibile proprio nel picchiare delle gocce e in ogni altro suono e visione attorno alla mia casa, una infinita e inesplicabile condizione d’amicizia che d’improvviso mi sorreggeva come un’atmosfera, in quanto rendeva insignificanti i vantaggi immaginari derivanti da vicinanza umana; così da allora non ci pensai più….
Trovo salutare restare solo per la maggior parte del tempo. Essere in compagnia, anche dei migliori, provoca subito noie e dispersioni. Amo restare solo. Non trovai mai un compagno che fosse tanto buon compagno della solitudine. Per la maggior parte, noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra. Un uomo che pensi o lavori è sempre solo – lasciatelo stare dove vuole. La solitudine non è misurata dalle miglia di distanza che si frappongono fra un uomo e il suo prossimo. Lo studente realmente studioso è un solitario, in uno degli affollati alveari di Harvard, come un derviscio nel deserto. Il contadino può lavorare da solo per tutto il giorno, nel campo o nel bosco, zappando o tagliando legna, e non sentirsi tale perché ha qualche cosa da fare; ma a sera, quando torna a casa, non può sedersi da solo in una stanza, alla mercé dei suoi pensieri, ma deve stare dove può “veder gente”, e svagarsi e – come s’immagina – remunerare se stesso per la sua solitudine giornaliera; pertanto egli si meraviglia come mai lo studente possa sedere, solo, in casa, per tutta la notte e gran parte del giorno, senza noia e pensieri neri; non capisce che lo studente, sebbene in casa, sta ancora lavorando il suo campo e sta tagliando nel suo bosco, come il contadino, e che a sua volta cerca lo stesso divertimento di quest’ultimo, sebbene, magari, in una forma più condensata.
Di solito, la compagnia è troppo da poco. C’incontriamo a intervalli molto brevi, non avendo avuto il tempo di acquistare qualsiasi nuovo valore reciproco. C’incontriamo ai pasti tre volte al giorno, e reciprocamente offriamo un nuovo assaggio di quel vecchio formaggio ammuffito che siamo. Abbiamo dovuto metterci d’accordo su una certa serie di regole, chiamate gentilezza ed etichetta, per rendere tollerabile questo frequente incontro, e così che non sia necessario venire ai ferri corti. C’incontriamo all’ufficio postale, alle riunioni, e presso il fuoco, ogni notte; viviamo l’uno troppo presso all’altro e ci intralciamo a vicenda, inciampiamo l’uno sopra l’altro, e credo che così perdiamo un certo mutuo rispetto. Certamente, per tutte le comunicazioni importanti e cordiali basterebbe meno frequenza. Pensate alle ragazze della fabbrica – mai sole, e tali appena appena nei loro sogni. Sarebbe meglio se ci fosse un solo abitante per miglio quadrato, come dove io vivo. Il valore di un uomo non è nella sua pelle, così non occorre toccarlo”.

( tratto da “Walden o vita nei boschi”
di Henry D. Thoreau )

 

giovedì 12 giugno 2014

Il poeta degli umili



Pablo Neruda (1904-1973) è stato uno dei più grandi poeti del Novecento, un poeta che ha saputo dare voce al popolo cileno, sviluppando una intensa comunicazione tra la sua anima e la sua terra, una delle più solitarie del mondo, una terra dalle infinite spiagge e dai monti selvaggi. Con questo suo libro di memorie “Confesso che ho vissuto” - scritto qualche anno prima di morire – il poeta cileno ripercorre la sua vita, i suoi ricordi tra la sua gente, rivive i momenti più significativi della sua esperienza politica e sociale, racconta del suo modo di essere poeta e scrittore.

Forte è stato il suo amore per il Cile e a tal proposito scriveva: “Penso che l’uomo debba vivere nella sua patria e credo che lo sradicamento degli esseri umani sia una frustrazione che in un modo o nell’altro offusca la chiarezza dell’anima. Io non posso vivere che nella mia terra; non posso vivere senza mettere in essa piedi, mani, orecchie, senza sentire la circolazione delle sue acque e delle sue ombre, senza sentire come le mie radici cercano nelle sue zolle le sostanze materne”.

Un poeta che amava la sua gente, quella gente che lavorava duramente nelle grandi miniere di rame, “senza scuole e senza scarpe”, che lo elesse senatore della repubblica il 4 marzo 1945 nelle liste del partito Comunista e che ascoltava in religioso silenzio le sue poesie, anche se non tutti erano in grado di capirle. Ma questo non era importante. Era importante invece che un poeta si degnasse di stare in mezzo a loro, di scrivere per loro, di vivere la sofferenza attraverso la poesia. “La mia poesia ha accettato la passione, ha sviluppato il mistero, si è aperta il passo fra i cuori del popolo. Tutte le alternative, dal pianto ai baci, dalla solitudine al popolo, sono presenti e vivono nella mia poesia, e in essa agiscono, perché ho vissuto per la mia poesia e la mia poesia ha sostenuto le mie lotte”, così scriveva.

Neruda sosteneva che scrivere un’opera, sia essa una poesia o un racconto, scaturiva da una precisa richiesta, propria della collettività. Affermava che quasi tutte le grandi opere dell’antichità furono fatte sulla base di precise istanze e in queste occasioni mai si è perduta la libertà, l’artista ha sempre conservato la sua indipendenza, la sua autonomia, la sua capacità di essere sempre se stesso. Mentre asseriva che nei momenti di maggiore trance creativo, il prodotto può essere parzialmente altrui, influenzato da letture e pressioni esterne.

La poesia di Neruda quindi non nasce da una ispirazione, da un momento di interiorità ma è il risultato di un’investitura che gli viene data dalla strada e dalle masse. Dalla sua gente. Era un poeta civile, ma anche un autore che sapeva essere passionale: “io continuo a lavorare con i materiali che ho e che sono; sono onnivoro di sentimenti, di esseri, di libri, di avvenimenti e di battaglie. Mi mangerei tutta la terra, mi berrei tutto il mare”. Era un poeta che viaggiava tanto, sia all’interno del suo paese che all’estero perché amava portare la sua poesia nelle piazze, nelle strade, nelle fabbriche, nelle aule scolastiche, nei teatri ovunque ci fosse gente capace di ascoltarlo: “ho percorso praticamente tutti gli angoli del Cile, disseminando la mia poesia fra la gente del mio popolo”. Eppure, nonostante questo continuo peregrinare diceva che gli piaceva viaggiare senza muoversi di casa, senza uscire dal suo paese, senza allontanarsi da se stesso: “mi piacerebbe starmene sempre davanti al fuoco, vicino al mare, fra due cani, a leggere i libri che ho raccolto a costo di tanta fatica, fumando la pipa”. Diceva che la poesia è sempre un atto di pace e che il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina.
 

(letto nel novembre 2009)

venerdì 6 giugno 2014

Il tempo ci divora



E’ proprio vero, noi vorremmo ammazzare il tempo ma inesorabilmente è sempre il tempo che ammazza noi. E’ una battaglia persa quella che intraprendiamo, appena nati, con il padrone predestinato della nostra esistenza. Ma che cos’è dunque questa entità astratta che domina la vita di tutti noi? Per sant’Agostino il tempo non esiste in quanto è una dimensione dell’anima; egli affermava: “se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede non so cosa rispondere”.
Effettivamente nulla è più sfuggente e inafferrabile del tempo che ci accompagna come un’ombra in ogni istante della nostra vita, che scandisce le nostre giornate dalla nascita fino alla morte. Per poterlo percepire abbiamo inventato l’orologio e il calendario; ci affidiamo a questi strumenti per controllarlo, per programmarlo, per piegarlo ai nostri bisogni, ma non possiamo fermarlo, come ci piacerebbe fare in molte occasioni. “Vorrei fermare il tempo in questo dolce istante”, cantava Adamo negli anni ‘70. Ma il tempo, proprio nei momenti più belli, sembra avere una maggiore rapidità, acquista la velocità del suono. E allora per illuderci di poterlo domare, per allontanare questo pensiero ingombrante che ci assilla e, in qualche maniera, per rallentare la sua corsa ci adoperiamo alacremente per riempirlo di cose, di lavoro, di divertimenti, di programmi, di impegni, di doveri, di incontri.

La nostra società, per effetto di un progresso tecnologico ormai incontrollabile, va sempre più veloce e il tempo reale è ormai al di sotto delle nostre effettive possibilità percettive. Non possiamo più competere con i tempi di un computer; non abbiamo più coscienza di come possa essere il tempo nel prossimo futuro. Verrebbe da dire che l’unico tempo certo è quello del passato, legato appunto al ricordo di un luogo o di un momento vissuto. Anche nella comunicazione il tempo è diventato talmente veloce che un avvenimento qualsiasi, nel momento stesso in cui accade, diventa già superato da un altro ancora, in un continuo frenetico rincorrersi senza fine. Il tempo è diventato un valore economico, una merce che ha un prezzo altissimo: chi arriva prima vince, gli altri soccombono. E’ cambiato anche il rapporto tra spazio e tempo, si sono accorciate le distanze tra paesi e mondi diversi. Arriviamo prima, facciamo prima, concludiamo prima. Eppure non abbiamo mai tempo. Sembra un paradosso: la tecnologia doveva farci guadagnare tempo, abbiamo inventato strumenti che velocizzano al massimo il tempo, eppure questa velocità non ci basta. Basta vedere come diventiamo impazienti se per un attimo il computer si blocca, come diventiamo isterici se ad un nostro messaggio non segue una immediata risposta.
Ma al di là del rapporto che esiste tra il tempo e i vari mezzi tecnologici, la percezione del tempo cambia a seconda delle circostanze e delle situazioni che ci troviamo a vivere; diceva Albert Einstein “quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, gli sembra che sia passato solo un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di un’ora”. E’ chiaro che nel momento in cui siamo felici le ore diventano minuti e non ci accorgiamo del loro trascorrere; al contrario quando, per esempio, non riusciamo a prendere sonno perché siamo preoccupati, ci sembra che il tempo non passi mai e che si sia fermato. Eppure i tempi tecnici sono gli stessi, solo che noi li viviamo in maniera diversa, con uno spirito psicologico ed emotivo differenti: la gioia riduce tanto il tempo, quanto il dolore lo dilata a dismisura. Ma la sensazione varia anche a seconda dell’età e dell’esperienza. I giovani, per esempio, non avvertono mai il suo fluire perché la giovinezza, che apparentemente sembra un’età molto lunga, concede loro un privilegio che ad altri non è concesso e cioè quello di poter contrastare il tempo e addirittura sprecarlo, dal momento che ne possiedono in abbondanza; a volte per loro scorre addirittura troppo lento, tant’è che non vedono l’ora di diventare grandi, maturi e indipendenti. Non sanno a cosa vanno incontro. Infatti, una volta diventati grandi, ci si guarda indietro e  ci si accorge che, dopo i quaranta il tempo comincia a galoppare, passati i cinquanta precipita giù come un masso da una montagna e dopo i sessanta - poiché ci troviamo in età pensionabile - gli anni ruzzolano uno dietro l’altro a velocità interstellare, nonostante si viva l’illusione di giornate lunghissime, rese tali dai minori impegni.
Al suo passaggio il tempo corrode la vita e lascia i suoi segni sulle cose e sugli uomini, sulla facciata di una casa così come sul volto di una persona. Pensare di fermare o di cancellare il tempo è pura follia; è un immorale pensiero di onnipotenza insito in tutte quelle persone che, ad una certa età, proprio nel momento in cui il tempo sta per travolgerle, credono di poterlo bloccare attraverso un intervento di chirurgia estetica. Stendiamo un velo pietoso su questi penosi restauri.

domenica 1 giugno 2014

Quando il dolore fa oscillare la fede



La morte improvvisa di una persona cara viene vissuta dai superstiti quasi sempre come un trauma, come una violenza, un evento difficile da accettare e da giustificare. Quando la sorte ti priva prematuramente della persona che più ami e il dolore ti schiaccia e diventa sempre più lacerante, ti viene da pensare che su questa terra regna una sorta di ingiustizia divina che colpisce senza motivo le persone più indifese; non hai più speranze e il mondo ti crolla addosso. E se poi sei sorretto dalla fede cristiana, ti spingi perfino a credere - fosse anche per un solo istante - ad una cosa orribile e blasfema per un cristiano: e cioè che Dio stesso non esiste. Di fronte ad una tragedia umana – consideriamo per esempio la morte di un figlio in tenera età o eventi catastrofici come una guerra, un terremoto ecc., che provocano centinaia di morti - ti chiedi perché mai quel Dio a cui ti rivolgi nella preghiera, che sembra così presente nella tua vita quando non lo cerchi, risulti invece totalmente assente nel momento del maggior bisogno e nella tribolazione.
Ti domandi, senza trovare risposte soddisfacenti, perché sia successo proprio a te. E ti chiedi: cosa ho fatto di male per meritare un simile castigo? perché a questo mondo vengono sempre puniti i buoni anziché i cattivi? perché Dio non è intervenuto con il suo potere miracoloso?
La morte - quella violenta e imprevista che non ti aspetti - suscita inevitabilmente interrogativi sul bene e sul male di questo mondo, provoca dubbi, genera incertezze e confusioni. Viene accolta come una ingiusta condanna.

Nel suo breve e intenso libro autobiografico “Diario di un dolore”  lo scrittore irlandese C. S. Lewis (1898-1963) si ritrova a vivere questi momenti di sofferenza e ci parla della sua violenta reazione emotiva a seguito della morte,  per un male inguaribile, della sua giovane moglie; ci racconta la sua inconsolabile tristezza e si interroga sull’esistenza di Dio. L’autore fa soprattutto una riflessione sul dolore, un dolore angosciato che viene vissuto dal protagonista come una grave ingiustizia, una vera e propria violenza fisica. Un dolore “che assomiglia tanto alla paura” perché provoca gli stessi sussulti dello stomaco, la stessa agitazione e quel continuo inghiottire che lo fa stare continuamente male.

“Se la bontà di Dio” scrive l’autore “è in contraddizione con le sofferenze che ci vengono inflitte, allora o Dio non è buono oppure non esiste: perché nell’unica vita che conosciamo Egli ci fa soffrire al di là delle nostre paure più terribili e di ogni nostra capacità immaginativa. E se non c’è contraddizione, allora anche dopo la morte Egli può infliggerci sofferenze non meno insopportabili di prima” Parole molto dure pronunciate da uno scrittore che si era sempre dichiarato cristiano. Ma un cristiano che non si aggrappa ciecamente alla fede ma cerca di andare oltre le emozioni e che – di fronte alla tragedia familiare vissuta come una vera ingiustizia - mette in discussione le sue certezze e non si lascia abbindolare da facili ed ipocrite consolazioni; un cristiano che sente vacillare la sua stessa fede religiosa e che scava all’interno di se stesso alla ricerca di una plausibile giustificazione.