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mercoledì 29 gennaio 2014

Attenti a quei due


Ci sono due personaggi della letteratura che godono della mia simpatia: uno è “Oblomov”, dell’omonimo romanzo dello scrittore russo Goncarov, l’altro è lo scrivano “Bartleby” dello scrittore statunitense Herman Melville.
Oblomov è il rappresentante universale di quella pigrizia assoluta e indomabile, di quel comportamento ozioso e indolente che prende il nome di “oblomovismo”. Questo amante della vita comoda  vive di rendita in una tenuta di campagna, tra servi, contadini e amministratori dei suoi beni, standosene  sdraiato in poltrona tutto il giorno ad aspettare che il tempo passi. Inutilmente viene incalzato dai suoi collaboratori affinché faccia qualcosa e si liberi dalla sua inguaribile indolenza. Ma non c’è nulla da fare, perché il nostro eroe preferisce “il dolce far niente” a qualsiasi altra attività. E' felice così.
Bartleby, invece, è uno strano scrivano alle dipendenze di un avvocato, uscito dalla penna di Herman Melville, che apparentemente sembra un instancabile lavoratore, sempre chino sui suoi documenti in assoluto silenzio; guai, però, a chiedergli qualcosa, perché risponde sempre con la solita frase, come un ritornello: “preferisco di no”. Non esce altro dalla sua bocca.
Questi due personaggi, seppure nella loro diversità, sono i degni rappresentanti di una visione del mondo che non coincide affatto con quella che ci troviamo a vivere attualmente, caratterizzata dalla velocità, dalla massificazione dei comportamenti, dall’ iperattivismo sul lavoro e dalla frenesia. Sono il riflesso di una filosofia di vita che da una parte ci invita a non avere fretta e a dare spazio alla riflessione e dall’altra a ribellarci alla sopraffazione. Oblomov è l’eroe dell’ozio, dell’attesa, del “meglio aspettare”; Bartleby incarna, invece, il paladino della disubbidienza civile, colui che combatte il potere coercitivo dominante, che rompe l’equilibrio consolidato dalle regole e  dalle abitudini. Entrambi, con il loro atteggiamento controcorrente, sfidano il mondo circostante: il primo con la sua oziosità, il secondo con il suo diniego.

venerdì 24 gennaio 2014

Lo spettacolo del dolore


Tutti parlano male della televisione di “quella scatola magica che ormai è padrona della nostra vita, della società e degli individui” come scrisse tempo fa Giorgio Bocca, che ripete all’infinito le immagini, quelle stesse immagini che vengono trasmesse per illustrare un servizio e poi ritrasmesse, un minuto dopo, per presentare un servizio diverso. Eppure nessuno sa allontanarsene, tutti la guardano, chiunque vorrebbe stare “dentro”: come personaggio, come ospite, come concorrente delle tante trasmissioni a quiz, dove ti fanno credere che si può diventare milionari. Chiunque vorrebbe stare dentro, almeno come spettatore plaudente dei vari ballarò, delle vite in diretta, delle piazze pulite, delle gabbie, delle porte a porte. Insomma di tutti quei talk show in cui cambia solo il nome, ma la sostanza resta sempre la stessa. Basta, però, che la telecamera si soffermi - almeno per un attimo - sul nostro spettatore plaudente, che tanto ha penato per essere lì, affinché da casa possano vederlo e pensare: beato lui!
E’ una televisione inguardabile, una televisione che non perde occasione per spettacolarizzare in modo morboso soprattutto il dolore e le tragedie sia familiari che sociali. Fatti criminali che occupano uno spazio televisivo eccessivo. Notizie, queste, che debordano oltre i telegiornali ed invadono i programmi pomeridiani e di prima serata, dove immancabilmente pontificano avvocati e criminologi, psicologi e psichiatri, vittime e parenti delle vittime. Uno spettacolo, il più delle volte, volgare e osceno che viene dato in pasto ad un pubblico sempre più vorace. Un pubblico che piange, che si commuove, che si lascia coinvolgere emotivamente.
Sono tragedie quotidiane, quelle raccontate dalla televisione, che generano angoscia ma nello stesso tempo rassicurano, ci sfiorano ma non ci toccano, le osserviamo ma ne usciamo affrancati perchè appartengono agli altri.
E i giornali che fanno?
Più o meno si comportano come la televisione (tranne qualche raro esempio), non fanno che scopiazzare il peggio della televisione, tanta carta e poca sostanza. Oltre che le notizie ci vendono la bubblicità. E poi c’è il quotidiano pettegolezzo politico. Un lungo ricamo su quello che ha detto tizio e, il giorno dopo, un lungo fronzolo su quello che ha ripetuto Caio. Tranne, poi, ricamare il giorno successivo sulle adirate smentite di Caio e sulle sdegnate rettifiche di Tizio. Ma i pezzi forti di questi giornali che fagocitano milioni di euro di finanziamenti pubblici (soldi nostri) sono dedicati, come per la televisione, alle tragedie umane e familiari; intere pagine riservate all’ultimo efferato delitto, “che ha tanto scosso la coscienza del Paese”, lunghissimi servizi sulla personalità dell’autore della strage o della violenza, con annesse interviste dei vicini di casa, intervallate da belle immagini pubblicitarie, “perché la vita e lo spettacolo devono continuare”.
Evidentemente le tragedie fanno vendere più giornali così come le immagini più strazianti trasmesse dalla televisione fanno più audience. Ma la cosa che in me desta più orrore e sdegno insieme, non è tanto la notizia tragica che occupa la maggiore attenzione da parte di questi mezzi di informazione, quanto la loro ripetizione, il ritornare sempre su quell’immagine e su quella notizia per giorni, per settimane a volte per mesi, come in una sorta di sceneggiato a puntate, in attesa del nuovo dramma familiare, della nuova sciagura o incidente, del nuovo dolore, del nuovo spettacolo.
Si obietta: questa è l’informazione. No! non è informazione, è speculare per un proprio tornaconto, giornalistico o televisivo, sui sentimenti e sul dolore degli altri; è colpire le persone più deboli e sensibili attraverso immagini di crudeltà e di sofferenza, attraverso false parole di sdegno.
Mi auguro che i mezzi di informazione, tutti, (ricordiamo che oggi esiste anche internet) rivedano il proprio modo di dare notizie, che ritornino ad una corretta interpretazione degli avvenimenti e, soprattutto, che sappiano dare la giusta importanza agli avvenimenti che accadono in questa nostra società, senza enfatizzare alcuni fatti rispetto ad altri, senza costruire ad hoc la notizia per fare più presa sulla gente, altrimenti posso anche fare a meno di questo tipo di informazione.

domenica 19 gennaio 2014

Nostalgia





Per recarmi al lavoro, mi servo dell’autobus. La macchina è ferma sotto casa e da quando ho trovato quel parcheggio, non la prendo più.  Quindi, tutte le mattine sono lì alla fermata, e tutte le mattine alla stessa ora incontro delle persone, che come me prendono lo stesso mezzo per andare al lavoro; non le conosco, ma se dovessi incontrarle in luoghi diversi le identificherei immediatamente come "quelli dell’autobus". Che strano! Sono persone che mi sono diventate familiari, che fanno parte della mia vita quotidiana, pur non sapendo nulla di loro; mi preoccuperei se una mattina non dovessi più vederle alla fermata dell’autobus, sentirei quasi la mancanza di quelle vite, che senza conoscerle, “conosco” da tanto tempo e incontro tutti i giorni.

Come quel ragazzo, che cambia continuamente look, sempre con gli occhiali neri, che passa disinvoltamente dal vestito elegante ad un abbigliamento più comodo. O come quella signora sui 50 anni, sempre curata nell’aspetto, che non abbandona mai la lettura del suo libro. Oppure come quel signore, non più giovane, che si lamenta sempre dell’autobus che non arriva, o come quella bella ragazza dai lunghi capelli neri che porta sempre una grande borsa piena di carte e sta sempre al telefonino.

Il grande poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa scriveva: “ Nostalgia ! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita. Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino ? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo ? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria ? Il pallido tabaccaio ? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita ? Domani scomparirò anch'io da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch'io - l'anima che sente e pensa, l'universo che io sono per me stesso - sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui ?". E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi “.

mercoledì 15 gennaio 2014

RECENSIONE: "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi

Posto, di seguito, la mia recensione apparsa sulla rivista on-line "La Mandragola"
http://www.lamandragola.org/?p=1454#more-1454

Le problematiche mai risolte del sud

Per la tematica trattata, oggi potrebbe essere definito un libro-denuncia, il romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” riletto recentemente a distanza di oltre 30 anni dalla mia prima lettura, avvenuta negli anni immediatamente successivi alla licenza liceale. Volevo ritornare su quei temi, volevo catapultarmi in quella terra a sud di Eboli che, oltre ad essere un luogo fisico, per me rappresenta anche un luogo dell’anima.
 
Il romanzo è essenzialmente un duro e amaro “dipinto” sulle condizioni di vita disumane delle popolazioni del Sud Italia, e della Lucania in particolare, negli anni del ventennio fascista, popolazioni abbandonate da Dio e dallo Stato, alle quali “neppure la parola di Cristo sembra mai essere giunta”.
 
Si, perché Cristo si sarebbe fermato a Eboli e non sarebbe mai arrivato in questa terra, che era stata il regno dei banditi, dove il contadino viveva la propria esistenza nella misera, eternamente paziente. Dove anche la natura, fatta di lande desolate e incolte, sembrava più matrigna che madre.
Carlo Levi, antifascista di Torino, laureato in medicina, viene confinato in Lucania nel 1935 e vi rimarrà 3 anni. Assegnato prima a Grassano, viene poi trasferito a Gagliano (l’attuale Aliano), dove si trova immerso in una realtà, per lui, completamente nuova, in un mondo arcaico, chiuso, feudale dove “gli odi e le guerre dei signori sono il solo avvenimento quotidiano”. E sono proprio i signori ed i contadini i protagonisti di questo libro. Da una parte, quindi, i cosiddetti galantuomini, rappresentati dal podestà, dal brigadiere dei carabinieri, dal medico condotto, dal farmacista, dal prete e così via, uomini  pieni di sussiego e supponenza, sempre diffidenti tra di loro “che trasformano la propria delusione e la propria noia mortale in un furore generico, in un odio senza soste, in un perenne risorgere di sentimenti antichi e in una lotta continua per affermare, contro tutti, il loro potere nel piccolo angolo di terra dove sono costretti a vivere”. Insomma una piccola borghesia degenerata  Dall’altra parte i contadini, che non sono considerati uomini, ma bestie, rassegnati alla loro sorte, che vivono miseramente in catapecchie fatte di una sola stanza che serve da cucina, da camera da letto e quasi sempre anche da stalla per le bestie, sui cui volti sono impresse la pazienza e la rassegnazione. Una rassegnazione antica, perenne.
 
I signori erano quasi tutti iscritti al Partito, perché il Partito ai loro occhi rappresentava il Governo, lo Stato, il Potere; essi naturalmente si sentivano partecipi di quel potere. I contadini invece, per la ragione opposta, non erano iscritti a nessun partito politico, non potevano essere né fascisti, né socialisti, né liberali, perché erano faccende che non li riguardavano, appartenevano ad un altro mondo, non avevano una coscienza politica. Per loro, lo Stato era un’entità sconosciuta e astratta, da cui non si aspettavano nulla; per la gente di Lucania Roma era la capitale dei signori, il centro di uno stato in cui non si sentivano di appartenere. La vera capitale era stata Napoli, al tempo dei Borboni; ora poteva essere New York, la città dove i contadini emigravano in cerca di lavoro e di fortuna. Ed infatti nelle loro case, si potevano trovare due sole immagini appese alle pareti: il Presidente Roosevelt e la Madonna di Viggiano. Quindi né il Re, né il Duce vegliavano su di loro, ma il capo di uno stato estero e la Madonna.

L’arrivo del forestiero Carlo Levi a Gagliano viene salutato dai signori con diffidenza: soprattutto i due medici del posto vedono in lui (laureato in medicina anche se non aveva mai esercitato la professione) un possibile rivale. I contadini invece lo accolgono molto bene, si affidano alle sue cure, ai suoi consigli, lo vedono come un vero medico, molto più preparato dei “medicaciucci” del paese, di cui non si fidano.
 
L’autore si dilunga in descrizioni molto intense sulle condizioni di vita di questa povera gente, alle prese con la fatica quotidiana del vivere in una terra senza risorse, completamente abbandonata dallo Stato e in continua lotta con una malattia che non lasciava scampo e mieteva vittime:la malaria.
 
Attraverso quell’amara esperienza di vita, Carlo Levi matura la convinzione che non poteva essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, perché lo Stato era il vero ostacolo a che si facesse qualcosa di propositivo verso quella terra. Levi era convinto che fra lo statalismo fascista allora imperante – e tutte quelle altre future forme di statalismo che in un paese piccolo borghese come il nostro sarebbero sorte – e l’antistatalismo dei contadini, ci sarebbe sempre stato un abisso che si poteva colmare solo quando anche i contadini si sarebbero sentiti parte integrante dello Stato.
E poi c’era la borghesia di paese, un vero nemico per quella terra, che impediva ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini “una classe degenerata fisicamente e moralmente, incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale”.
Così scriveva Carlo Levi in questo libro, che costituisce la rappresentazione di un dramma umano e sociale, le cui problematiche, a distanza di quasi 80 anni, non appaiono del tutto risolte.

domenica 12 gennaio 2014

Ama il prossimo tuo...



Ama il prossimo tuo come te stesso, dice il vangelo.
Intanto dovremmo cominciare con l’amare noi stessi: e già questo è molto difficile, perché potrei anche detestarmi. Quindi se io mi detesto, sono autorizzato a detestare il mio prossimo?

Ma chi è il mio prossimo che, secondo il comandamento evangelico dell’amore, dovrei amare come me stesso?

E’ forse quel distinto signore, pigiato contro di me sul treno della metropolitana nell'ora di punta, che mi guarda con disprezzo?

E’ forse quella bella signora tutta profumata, truccata e ingioiellata che butta elegantemente per terra il mozzicone di sigaretta, cerchiato di rossetto? O quell’altra, invece, che abita sopra il mio appartamento e che va avanti e indietro con i tacchi da 12 cm.

E se fosse quel tizio che si dà delle arie manageriali, con due telefonini incollati alle orecchie, che strilla come un forsennato per strada? O quell’altro, seduto dietro di me sull’autobus, che ci tiene a far sapere a tutti che ha fatto le ferie a Marrakesc?

E’ forse quell'artista di buona famiglia che sporca muri e monumenti con le sue insulsaggini? O quei bravi giovanotti che mi lasciano la lattina della coca cola sul cofano della macchina?

Potrebbe essere quell'intelligentone in macchina che è fermo al semaforo dietro di me e mi suona appena scatta il verde; oppure quell’altro che gira per il quartiere con i finestrini abbassati e con lo stereo a tutto volume; oppure quell’altro ancora che cerca di fare il furbo e mi passa davanti mentre sto in fila alla posta da più di un’ora.

E se fosse quella dolce signora in tuta che porta il suo grazioso cagnolino, con il cappottino, a liberarsi sul marciapiede sotto casa? (mi sto ancora guardando la scarpa destra....quanto l’amo quella signora!!).

E se fossero, invece, i politici...i consiglieri regionali...gli assessori...i ladri di stato...gli evasori fiscali e i raccomandati, i corrotti e i corruttori?

Con tutta la buona volontà, questi qui proprio non riesco ad amarli.      

sabato 11 gennaio 2014

Ricordi


Nel cuore, per anni, ho custodito,
un mazzo di fiori segreto.
L'ho avvolto nel tulle sbiadito  
dei ricordi infantili,
l'ho chiuso in fogli sottili
di  malinconie .  

Care immagini sfuocate,
tenui colori,
emozioni sopite,
canti di antiche liturgie,
perduti odori.

Oggi, dopo tanto tempo,
sdraiata su un prato,
per caso,
ho ritrovato quei ricordi,
quei lontani fiori:
un mazzo ormai estraneo...
rinsecchito...
stantìo...........

Forse, di quei ricordi, non ho più bisogno,
ma mi dispiace dir loro :
" Addio..."

Ivana Trevisani Bach

A proposito di libri...ben venga il brutto per poter apprezzare il bello

Posto di seguito un mio articolo pubblicato il 21 dicembre 2013 dalla rivista on.line "La Mandragola"  http://www.lamandragola.org/?p=1334


Ho scoperto da poco questo blog molto interessante, che mi stimola a fare qualche commento.
Sono d’accordo con lei, Sig. Vladimiro, sull’importanza dei libri per il nostro spirito. Anch’io ho bisogno di toccarli e annusarli quando li leggo. Li devo sfogliare. Li devo sottolineare. E poi mi piace frequentare le librerie: i luoghi dello spirito. Ogni volta resto affascinato e turbato nello stesso tempo perché in presenza di tanti libri, mi accorgo dei miei limiti di lettore. Sono talmente tanti gli stimoli, le copertine, gi autori, i titoli che dopo un po’ avverto una sorta di disagio. Provo le stesse reazioni che a volte, anche una persona esperta, avverte uscendo da un museo dopo aver visto tante opere d’arte, dopo aver ammirato tante bellezze artistiche: sbalordimento, incapacità di ricordare tutto ciò che si è visto, a volte quasi un senso di frustrazione. Sarebbe forse meglio frequentare le piccole librerie, dove esiste un rapporto più diretto con i libri e con gli altri frequentatori.
Ma quali libri leggere?
Seneca, in una delle sue mirabili lettere a Lucilio, scriveva oltre duemila anni fa che bisogna accostarsi sempre ai migliori autori e, se talvolta si vuol passare ad altri, è necessario poi tornare sempre ai primi. Montaigne, il grande filosofo del ‘600, andava oltre, quando affermava che non bastano dieci vite per poter leggere i più grandi (egli si riferiva soprattutto ai testi dell’antichità) e pertanto non bisognava perdere tempo per quelli mediocri.
Però, a volte, bisognerebbe leggere anche qualche libro mediocre, scritto male, insomma un libro brutto. Non mancano. Anzi abbondano. Perché un brutto libro può stimolare più idee di un buon libro, in quanto un capolavoro della letteratura ti lascia senza parole, ti abbatte: libri come “Guerra e Pace”, “i Miserabili” ti fanno sentire piccolo. Di fronte alla grandezza di un Goethe o di Proust, la prima reazione è quella di schivarli, ti accosti a loro con timore e ti senti limitato al confronto.
Invece un testo brutto, come i tanti libri commerciali scritti dai divi della televisione – infiocchettati nelle librerie come strenne natalizie – stimola in un lettore abituato a leggere altro, una straordinaria reazione: ti fa sentire migliore.
Quindi ben venga il brutto per poter apprezzare il bello.

venerdì 10 gennaio 2014

Cilento, la "terra baciata dalla natura" che fu

Posto di seguito un mio articolo pubblicato in data 26 dicembre 2013 dalla rivista on-line http://www.lamandragola.org/?p=1355


Il mio amato Cilento, il cui nome – al solo pronunziarlo – faceva battere il cuore all’eminente studioso e viaggiatore pugliese Cosimo De Giorgi, che l’aveva percorso verso la fine dell’800. Ebbene, quella “terra baciata dalla natura”, come viene scritto in questo articolo, sembra non attiri più i turisti come una volta, quegli stessi turisti che, congiuntamente ad alcuni amministratori locali incompetenti e sciagurati, l’hanno saccheggiata per anni, l’hanno quasi distrutta, sfigurata, cementificata.
Mi verrebbe da dire: che gioia! finalmente non verranno più quelle orde di barbari e di incivili a sporcarla e depredarla, a violentarla.
Ricordo con nostalgia, nonostante non sia un matusalemme, quel Cilento antico, pittoresco, quasi selvaggio, che ancora non rientrava nei viaggi organizzati dalle agenzie di viaggi, che non era conosciuto dalle grandi masse dei turisti “mordi e fuggi”, che non veniva invaso, come cavallette, nei mesi estivi. Era un Cilento pulito e riservato, un’oasi di pace, che ti accoglieva quasi con pudore, che ti mostrava le sue bellezze naturali ed architettoniche, senza chiederti nulla: solo rispetto. Rispetto per la sua natura incontaminata; rispetto per le sue vicende storiche e umane. Insomma, il rispetto che si deve ad un luogo che è stato dichiarato patrimonio dell’umanità.
Fino a qualche anno fa era meta di pochi e accorti estimatori desiderosi solo di silenzio, di quiete e di natura,
buen retiro per chi come me è nato da quelle parti; il turismo di massa è riuscito in poco tempo a stravolgerlo, a cambiarlo, a standardizzarlo, a fargli perdere quell’unicità e quell’identità che lo caratterizzavano da sempre.
Estendere i privilegi, permettere a tutti di fare i propri comodi senza regole e senza controlli, grazie anche ad Amministratori locali senza scrupoli, significa distruggere il valore di un posto. E poi non possiamo lamentarci se quel posto viene abbandonato dai turisti.
Diceva un grande filosofo del passato, di cui ora non ricordo il nome, che quando conosciamo un posto bello, non dobbiamo farlo sapere agli altri. In altre parole, voleva dire che se tutti frequentiamo in massa lo stesso luogo, si finisce per distruggerlo in poco tempo.
Prima ancora che una provocazione, la mia è soprattutto un’amara riflessione. Non voglio tornare ai secoli passati, quando solo una piccola minoranza di persone viaggiava: c’erano i commercianti che lo facevano per necessità, poi i pellegrini che andavano a Roma per ottenere l’indulgenza ed infine gli scrittori e molti artisti, che volevano apprendere presso i grandi maestri stranieri e che cercavano ispirazioni artistiche e culturali nei paesi in cui si recavano; un viaggio in Italia costituiva una tappa quasi obbligatoria nell’educazione dei giovani delle famiglie ricche. Oggi invece succede il contrario: tutti viaggiano. Nonostante oggi viviamo in tempi di crisi, il viaggio è molto desiderato, è segno di distinzione, ed allora ci spostiamo in massa: un viaggio di massa verso luoghi di massa.
Esperienze ed emozioni che, vissute da pochi, risultavano uniche (mi viene in mente il viaggio in Italia di Goethe, o il viaggio nel Cilento di Cosimo De Giorgi, tanto per stare in tema) cessano automaticamente di esserlo quando vengono vissute da tutti (nessuno oggi si sognerebbe di scrivere un libro simile, perché nessuno lo leggerebbe).
Ho l’impressione che tutti i luoghi turistici, specialmente quelli di mare, oggi si somiglino: le stesse strutture alberghiere, gli stessi villaggi turistici, la stessa confusione di macchine e di persone, addirittura la stessa cucina, che rappresentava il segno distintivo del posto Se si escludono determinate caratteristiche climatiche e naturali (stiamo facendo di tutto per sconvolgere anche queste) tutti i luoghi sono diventati sostanzialmente indistinguibili. E allora mi chiedo: ha ancora un senso andare al mare nell’Isola del Giglio, piuttosto che a Rimini oppure trascorrere le vacanze nel Cilento piuttosto che in Calabria?
Cosa può differenziare un luogo da un altro se facciamo di tutto per estirpare e confondere quelli che sono gli aspetti naturali che li contraddistinguono ?
D’accordo, ci sono anche alcune emergenze, come le tante frane che distruggono ponti e strade (la colpa di chi è, del Padreterno?); e poi quella dei cumuli di spazzatura abbandonati lungo le strade senza che nessuno li raccolga. Noi sappiamo chi è che dovrebbe raccogliergli, e purtroppo non assolve in maniera corretta al suo compito. Ma sappiamo anche chi sono gli autori di questo degrado ambientale: e sono, nella maggior parte dei casi, quegli stessi turisti che vengono in ferie nel nostro Cilento, la cui presenza pare sia in forte calo.
Meglio così. La nostra terra non merita tali ospiti. Abbiamo bisogno di persone civili che rispettino il territorio che li ospita. Ma soprattutto abbiamo bisogno di amministratori locali che sappiano gestire la cosa pubblica con impegno, competenza e sensibilità. Amministratori che comprendano che, se si spiana una collina con olivi secolari per far posto ad un villaggio turistico con villette a schiera, si fa un danno irreparabile prima ancora che alla natura, all’uomo.

giovedì 9 gennaio 2014

Noi qui siamo poveri

Posto di seguito un mio articolo apparso sulla rivista on-line "La mandragola", disponibile al seguente indirizzo: http://www.lamandragola.org/?p=1407.


Dice bene Silvana Romano nel suo graffiante e lungimirante articolo: “mandiamoli via i signori, i vassalli, i valvassori, i valvassini, i fanti e i cavalieri…”.
Mandiamoli via: quelle teste coronate, quelle regine, quelle eccellenze che si sono inghirlandate su troni scaduti e che si reggono grazie ai tanti leccapiedi di regime, ai tanti cortigiani, agli innumerevoli nani e ballerine, sempre proni.
E’ proprio vero: nulla sembra cambiato rispetto al passato e questo modello di gerarchia medioevale vive ancora tra di noi, anche se con nomi e figure diverse. Insomma tutto cambia affinché nulla cambi sembra essere l’amara conclusione, quello spirito gattopardesco che accompagna da sempre la storia e le sorti del nostro paese.
Non più feudatari, come nel Medioevo, ma capi partito e capi corrente, parlamentari e consiglieri regionali, banchieri e amministratori delegati. E, come nel feudalesimo, esistono le guerre tra le fazioni e le lobby politico-affaristiche per la spartizione del malloppo e del territorio, attraverso tutti i mezzi, leciti e illeciti.
E noi, cittadini normali che non partecipiamo a questo spregevole banchetto, chi siamo?
Mi duole dirlo, ma siamo ancora sudditi, servi della gleba, che paghiamo le tasse anche per quelli che non l’hanno mai pagate, che apparteniamo a questo o a quel feudo politico senza contare una mazza e che ogni tanto ci chiamano a votare, con squilli di tromba e promesse roboanti di cambiamento. Ma nulla succede, e la nostra partecipazione al voto si rivela una inutile comparsata.
Il potere è ancora gestito come una ragnatela e non ha nulla a che fare con il buon governo e con la buona politica: è una autentica patologia della nostra società. Esprime la smania peggiore di dominare, di asservire, di padroneggiare, attraverso le ruberie, i soprusi e le rapine legalizzate.
E’ l’espressione dell’arroganza e dell’ignoranza: l’uomo che oggi voglia dedicarsi alla politica deve essere poco intelligente ma furbastro, deve essere privo di dignità ma borioso, amante del comando ma sempre dipendente da qualcuno, più arrogante e più retorico di lui.
Oggi la politica cammina di pari passo con il potere economico/finanziario: quindi sia i cosiddetti rappresentanti del popolo (ma come possono essere tali se sono stati nominati e non eletti?) che i gestori della ricchezza si sono arricchiti sempre di più dimenticando gli ultimi.
Quindi da una parte c’è il potere, l’ingiustizia e lo sperpero di denaro pubblico e dall’altra parte c’è la lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Ne ho avuto conferma durante queste festività di fine anno che – come ogni anno – le ho trascorse nel nostro Cilento. E così, approfittando delle belle e tiepide giornate natalizie, mi sono incamminato “alla ricerca del buono da ricordare” (come scrive Silvana Romano), desideroso di immergermi in una realtà più a misura d’uomo, non ancora oppressa in maniera eccessiva dalla modernità e dalle macchine, come succede invece in una città come Roma, dove vivo abitualmente.
Mentre mi trovavo a passeggiare tra i vicoletti del centro storico di Cicerale – incantato dai bei portali di pietra arenaria che ancora decorano alcuni interessanti palazzi nobiliari, abitati nel passato da qualche feudatario locale (almeno loro ci hanno lasciato qualcosa di bello….i moderni vassalli che cosa ci lasceranno?) – mi sono imbattuto in un vecchietto che avanzava con una carriola piena di legna da ardere. Quella figura sembrava fosse uscita da un dipinto del ‘600, tant’è che sia per l’aspetto umile e bisognoso che traspariva dalla sua figura, che per il contesto ambientale in cui mi trovavo, ho avuto l’impressione di essere piombato improvvisamente indietro nel tempo. Quel vecchietto, resosi conto che non ero del posto, quasi a volersi giustificare della sua misera condizione – rispetto alla mia apparente agiatezza – si è fermato e con un disarmante e rassegnato sorriso, mi ha detto : “Noi qui siamo poveri”.
Ecco, quell’immagine e quell’affermazione è la sintesi fotografica del paese reale. Quel “povero” del Cilento che portava a casa un po’ di legna per scaldarsi rappresenta idealmente il disagio economico e sociale che attraversa tutto il Paese in questo momento. Quelle semplici parole sussurrate con dignità, forse senza rancore, sono pur sempre un grido di dolore, un’espressione di malessere in un paese governato da una classe politica ricca e corrotta.
Voglio essere fiducioso e immaginare per questo 2014 dei politici generosi e onesti che pensino veramente al bene del paese e non ai loro interessi personali; che si impegnino con fatti concreti e senza retorica a risolvere i problemi esistenziali della gente in difficoltà.
Voglio immaginare che finalmente vengano ridotti i costi della politica…che vengano risolti i problemi occupazionali…che venga messo in sicurezza tutto il nostro territorio affinché le nostre strade non diventino delle mulattiere e i nostri paesi non scendano a valle quando piove.
Voglio immaginare che finalmente lo Stato provveda a tutelare seriamente il suo patrimonio artistico/architettonico….a finanziare adeguatamente l’istruzione, la sanità, la sicurezza dei cittadini.
Voglio immaginare, ancora, una nuova legge elettorale che ci permetta di mandare a casa tutti i lestofanti, di qualsiasi partito, che da più di venti anni continuano a rubarci la vita e la speranza.
Voglio immaginare, infine, un nuovo umanesimo che sappia dare un autentico significato all’uomo e alla sua esistenza, attraverso una migliore qualità della vita.

 

sabato 4 gennaio 2014

Paese mio che stai sulla collina...


Quanta malinconia mi suscitano le persone che non hanno un paese a cui aggrapparsi!

Non mi riferisco agli apolidi, ossia a coloro che nessuno stato riconosce come propri cittadini. No. Sto parlando, invece, degli abitanti delle grandi città, che non hanno mai conosciuto un paese di origine, che non hanno avuto la fortuna di nascere in un piccolo borgo, in uno di quei tanti minuscoli e pittoreschi comuni dell’Italia che rappresentano, secondo me, la vera anima di un territorio.

Cesare Pavese nel suo romanzo “La luna e i falò” scriveva che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Quanta verità in queste semplici parole.

Anche Piero Chiara, lo scrittore nato a Luino, in provincia di Varese, in quasi tutti i suoi libri raccontò quella provincia lombarda, un po’ sonnacchiosa e oziosa, affacciata sulle rive del Lago Maggiore. Anche lui si sentiva parte integrante di quel territorio perché “portava indosso, come tutti quelli cresciuti in un paese, una crosta di rustichezza”. Ed ogni volta che usciva fuori del paese, era invogliato a ritornare su quelle sponde del lago dove era nato, dove il tempo stagnava, dove anche la noia era sopportabile e dove non sarebbe stato mai solo, perché ad ogni passo avrebbe incontrato un amico con cui andare in barca, giocare a carte o a biliardo.

Confesso che questo sentimento del “ritorno” mi assale sempre più spesso.

Si, perché anch’io ho un paese che mi aspetta, da cui sono andato via, sperimentando quel “gusto di andarsene”, come scriveva Pavese. Se ne sta lì adagiato su una collina che si affaccia sul mare, contornato da ulivi secolari    e da querce, da castagni e da viti, come immobile nel tempo. E’ un paese del Cilento, terra di miti e di bellezze naturali, in cui si realizza sapientemente l’incontro tra il mare e la montagna.

I più “vecchi” ricorderanno senz’altro quella bella canzone degli anni 70, cantata da José Feliciano:

“Paese mio che stai sulla collina
disteso come un vecchio addormentato
la noia l'abbandono il niente
son la tua malattia
paese mio ti lascio e vado via”

Soprattutto dalle giovani generazioni il paese, a volte, viene visto così, un po’ sonnacchioso, noioso, dove non succede mai niente, da cui si vorrebbe scappare. Poi si ritorna, inevitabilmente.

Perché “paese” vuol dire equilibrio tra passato e presente, tra una razionalizzazione a volte spinta agli eccessi ed un modo di vivere più naturale, vuol dire sforzarsi di trovare un modo di essere se stessi più genuino, libero da mode effimere e passeggere e da condizionamenti negativi, vuol dire scegliere ritmi di vita più lenti, lontani dal frastuono e dalle folle.

Io quando vedo due vecchietti che se ne stanno seduti su una panchina in un prato spelacchiato di periferia di una grande città come Roma – dove vivo abitualmente - mi rattrista il cuore. Quell’immagine sintetizza molto bene lo spaesamento e l’emarginazione che provoca la metropoli sui suoi abitanti. Ebbene, se io provo ad immaginare gli stessi vecchietti seduti su una panchina antistante il sagrato della chiesetta del paese, la reazione emotiva che ne traggo è totalmente diversa. Non vedo più la solitudine, ma un quadro familiare di grande serenità. Quei due vecchietti, che in quel contesto urbano sembrano aspettare la morte, portati i un ambiente più naturale, come può essere il paesello che li ha visti nascere, evocano sentimenti di pace, di tranquillità, di longevità.

Il paese, quindi, come medicina del corpo e dell’anima.
Un’ancora di salvezza.

giovedì 2 gennaio 2014

RECENSIONE: "Il coraggio del pettirosso" di Maurizio Maggiani


E’ un libro super premiato, avendo vinto nel 1995 i premi Viareggio, Répaci e Campiello.

Prima di comprare e leggere questo romanzo, avevo avuto l’occasione di conoscere e ascoltare lo scrittore ligure Maurizio Maggiani in una trasmissione televisiva: mi aveva colpito il suo modo pacato di raccontare e affrontare qualsiasi argomentazione, ero rimasto piacevolmente sorpreso per quelle sue caratteristiche di grande affabulatore capace di incantare e affascinare l’uditorio. Direi che lui scrive come parla e di conseguenza, per me, sarebbe preferibile ascoltarlo, piuttosto che leggerlo. Con questo, però, non mi permetto assolutamente di sminuire la sua scrittura. Anzi. La trovo gradevole, fluida, a volte poetica. Per la critica, Maggiani – che peraltro pare sia politicamente vicino agli anarchici, ma per me è semplicemente un uomo libero - è considerato uno dei maggiori “raccontatori” di storie della nostra letteratura contemporanea.

Ma si può scrivere per guarire da una malattia? Possono le parole mitigare non solo i mali dell’anima, ma anche quelli del corpo? Sembrerebbe di si, visto che il protagonista che esce dalla penna di Maggiani, Saverio, nato ad Alessandria d’Egitto da genitori italiani, si trova ricoverato in un ospedale di quella città ed il suo medico, il dottor Modrian, gli ha consigliato di scrivere: “Scriva, scriva, mio signore...scriva che è tutta salute. Alleni le dita, le fortifichi sui tasti, e vedrà che questo sarà il primo passo verso la completa guarigione”.

E così Saverio, figlio di un italiano che era scappato dal suo paese d’origine (Carlomagno) subito dopo la guerra – il padre era un fornaio “e come tutti i fornai anche lui era un libertario, un anarchico, perché di notte c’è modo di avere più coraggio e più libertà” – inizia a scrivere le sue storie, scorazzando con la penna tra il sogno e la realtà.

Notte dopo notte, riprende le sue storie sognate da dove le avevate lasciate, con personaggi e avvenimenti che a volte si fa fatica a capire quanto siano frutto della fantasia e quindi dei sogni e quanto siano invece malinconici ricordi. “Quando li racconti, i sogni” dice il nostro protagonista “non sono più sogni ma diventano racconti, storie più o meno bizzarre a seconda di come li ricordi e li ricostruisci con il tuo stile, con la forma della tua coscienza”. E’ un po’ come quelle storie popolari e antiche raccontate dalla sua gente, con i tanti personaggi ognuno dei quali porta sulle spalle il peso della fatica del vivere quotidiano. I sogni riempiono la sua vita e la sua è una vita notturna, nascosta, lontana dagli altri, ma è pur sempre un’esperienza che ha la capacità di guarirlo e renderlo felice. E intanto scrive, come gli ha ordinato il dottor Modrian, scrive tutto ciò che gli passa per la testa, inorgoglito da tutte le letture, dalla frequentazione delle biblioteche: “a volte ci si monta la testa con le parole scritte, ti sembrano chissà che cosa”:

In queste sue farneticazioni è spesso presente il sentimento anarchico: il padre gli parlava dell’anarchia come di una vecchia zia lontana, buona e coraggiosa. La zia anarchia era lontana, ma i suoi benefici lo avrebbero fatto migliore, più coraggioso e più bello, diverso dalla massa dei servi che non osavano alzare la testa.

Anche la poesia e la musica lo avrebbero elevato. Soprattutto la poesia di Ungaretti, il poeta prediletto dal padre: non riusciva a capire, Saverio, come il padre potesse apprezzare il poeta di Alessandria d’Egitto,  “traditore del proletariato, rinnegato della fede libertaria”. La forza della poesia.

E poi la musica “che fa alla mia anima quello che il mare fa al mio corpo. Io ci nuoto dentro la musica, mi tuffo di testa e di schiena, mi immergo e risalgo...”

In questo viaggio fantastico il protagonista, che racconta sempre in prima persona, si muove alla ricerca del paese d’origine di suo padre, quel Carlomagno che evidentemente esisteva solo nella sua fantasia e che ogni notte sognava. Forse era il suo paese dell’anima: ognuno dovrebbe averne uno per non consumarsi di solitudine.

Affronta il deserto con un asino affittato al mercato. Tutti gli arabi ci vanno ogni tanto: è come una norma igienica, una vaccinazione, è come fare gli esercizi spirituali di purificazione. Visita città come Napoli e Roma.

E poi c’è l’amore per Fatiha, una donna di Palestina forte e bella, una donna che non fa parte dei sogni ma che esiste nella vita di Saverio al quale dice: “penso che saresti un bravo romanziere se scrivessi per vivere invece che per guarire”.

Un libro dalle complesse e intimistiche tematiche, che celebra la difficile arte del “raccontare”.