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sabato 19 dicembre 2015

Quella provincia addormentata alle falde del Vesuvio



Se c’è uno scrittore meridionale che forse più degli altri ha saputo analizzare con grande maestria l’animo umano attraverso i suoi libri, interrogandosi su alcuni grandi temi del vivere quotidiano che tormentano l’uomo moderno - quali la solitudine, la sofferenza, l’incomunicabilità tra le persone, i difficili rapporti familiari - ebbene questi è Michele Prisco, lo scrittore partenopeo nato a Torre Annunziata e morto nel 2003 nella città che lui più amava, Napoli.

La provincia addormentata – il libro che ho appena finito di leggere - rappresenta il suo esordio nel mondo letterario, pubblicato nel 1949. E’ un testo che comprende dieci racconti, attraverso i quali Prisco dipinge, in chiave psicologica, un affresco umano ed esistenziale di notevole impatto emozionale incentrato sulla ricca borghesia partenopea degli anni ‘50, alla quale egli stesso apparteneva.

“Chi percorre la zona che si adagia alle falde vesuviane – leggiamo nella prefazione del libro - noterà un gruppo di borgate interrotte o separate tra loro da colline di pini o castagneti o altre zone altrimenti boschive: sono contrade semplici e sane, dove la vita sembra fermarsi improvvisamente intorpidita dall’invadenza del sole. In questa regione vive e si muove una ristretta aristocrazia di facoltosi borghesi agganciati tra loro da un vincolo di pigra amicizia: proprietari terrieri, industriali di aziende alimentari o corallifere nelle vicine città costiere, le più sviluppate, taluni professionisti, qualche rappresentante della stanca nobiltà cittadina, e conducono tutti una vita placida, ferma, un po’ trasognata: ogni tanto c’è un’andata in città, dove può chiamarli l’esigenza di una spesa ovvero l’attrattiva di un’opera lirica o d’altri spettacoli; ogni tanto, magari, c’è un dramma. Sembrerà impreveduto e improvviso, mentre fu preparato con minuzia addirittura estenuante nella noia di giornate sbiadite, sicché porta il calore di questa terra immersa nei colori sulla quale la luce si cala a fare imprecisi i contorni, arroventati in un barbaglio bianco e violento di sole. È la luce del Sud”.

In questa pigra e addormentata provincia vesuviana  un po’ tarda, pettegola ma tanto pacifica” satura di luce, di colori e di profumi, dove le case sono “seppellite di verde, così calme e borghesi, dove tutto è tranquillo e i sentimenti stessi son cose catalogate” si muovono tutti i personaggi del libro, molti dei quali hanno come voce narrante una donna; gli stessi si dibattono, direi senza speranza e vie d’uscita, tra conflitti interiori e difficoltà ad instaurare sereni e duraturi rapporti interpersonali, tra monotonia ed abitudini consolidate, in contrasto con la tranquillità del circostante paesaggio naturale. Quasi sempre gli uomini e le donne, protagonisti di questi racconti, sono reduci da esperienze dolorose; sembrano appesantiti da un fardello di sofferenza e avvolti da una insanabile solitudine che appare come la loro unica possibilità di conforto. Vittime di ossessioni, vere o presunte che si portano dietro, i personaggi che escono dalla penna dello scrittore napoletano richiamano alla memoria tempi passati carichi di nostalgia, i quali pur vivendo in ambienti ricchi e curati, non riescono ad essere felici e vivere una vita normale. Quasi a voler significare che la ricchezza non dona la felicità ai suoi possessori. Alcuni di essi, che si erano allontanati dalla propria casa, dai propri familiari, dal proprio mondo, per inseguire sogni e desideri, spezzando inconsapevolmente un legame sicuro, ritornano alle origini cercando con difficoltà di ricucire gli antichi rapporti con le persone e con le cose che avevano lasciato.

Sono storie velate di leggera malinconia, inserite in un contesto urbano che la modernità ha notevolmente cambiato, scritte con uno stile raffinato che appartiene – senza ombra di dubbio - ad una maniera antica e colta di raccontare, non riscontrabile tra i tanti scrittori alla moda dei nostri tempi.

 

mercoledì 9 dicembre 2015

Caro amico ti scrivo...



Si tu vales bene est, ego valeo: se tu stai bene sono contento, io sto bene. Era usanza degli antichi romani iniziare una lettera con questa formula. Lo scriveva Seneca oltre duemila anni fa (lettera n. 15) a quel suo amico di Pompei che si chiamava Lucilio. A quei tempi non esisteva il telefonino e se volevi mandare i saluti ad un conoscente lontano, dovevi procurarti carta e penna (o meglio calamus e papiro) e poi affidarti alle poste dell’epoca (si fa per dire). Da allora – a partire, appunto, dalle Lettere a Lucilio - ne sono state scritte di lettere e di epistolari famosi, anche di alto valore letterario! Ma chi scrive più le lettere come una volta? Nessuno. Eppure, io penso che certi pensieri riportati sulla carta acquistino un sapore ed un valore speciale, un modo diverso di ascolto e di comprensione, perché quando si scrive si è molto più attenti a studiare le parole, a limarle, a trovare quelle che meglio si adattano in quella particolare circostanza. Si sa che la comunicazione verbale è più immediata, però quella che si esplica attraverso una lettera è senz’altro più meditata, più elaborata, permette di leggere tra le righe anche ciò che non viene detto esplicitamente e – diciamocelo - consente anche di verificare le capacità letterarie e di scrittura di chi mette nero su bianco. Mi azzardo a dire che quando ci esprimiamo a voce siamo un po’ “stupidi”, quando invece scriviamo ci sforziamo di essere intelligenti.

La lettera, quale originario strumento di comunicazione, era un oggetto che si poteva accarezzare e stringere fra le mani. E si poteva scorrere con gli occhi per cogliervi non solo il senso delle parole, ma anche  lo stato d’animo di colui che scriveva; era una sorta di reliquia che si conservava e si rileggeva a distanza di tempo, ogni volta rinnovando emozioni ed evocando ricordi. Le parole volano, soprattutto quelle dette al telefono in maniera distratta, o nelle conversazioni; quelle scritte, invece, sono sempre lì, a portata di mano e di occhi e dietro ad esse il volto e l’ animo di chi l’ ha inviate.

La lettera vergata a penna, come si faceva una volta, è praticamente scomparsa; ma per fortuna hanno inventato la mail, che in qualche modo ricorda la vecchia lettera, sebbene sia più sofisticata e veloce, in linea con i tempi moderni che sono paladini della rapidità. Certo, non esiste più quel tempo di attesa, con tutto il suo carico di emozioni, tra il momento in cui si scriveva ed il momento successivo in cui si riceveva la risposta, che era pur sempre un tempo di piacere. Oggi avviene tutto all'istante: è come rinunciare alla vigilia saltando immediatamente alla festa.
Io sono un po’ all’antica: preferisco la lentezza alla sveltezza, la lettera al telefonino. Tant’è che non ne posseggo uno. E già: il telefonino! Con lui devi essere super rapido. Devi sempre dare una risposta immediata e senza indugio Non hai più la possibilità di riflettere, di pensare, di meditare la risposta. Ti devi sempre giustificare se per caso ti cercano e non ti trovano. Non dicono mai pronto, quelli che ti chiamano, ma ti chiedono sempre dove stai. Abbiamo perso la riservatezza e di pari passo sono aumentati i bugiardi. Ma vuoi mettere la lettera? E se ci pensate bene, io credo che il telefonino sia lo strumento più maleducato che sia stato mai inventato, u’ cchiu scustumato (come direbbero a Bolzano). Perché squilla – attraverso musichette e suoni tra i più stravaganti - nel momento meno adatto, anche nelle situazioni più imbarazzanti, senza chiedere permesso a nessuno. Mettiamo, per esempio, che il sottoscritto si trovi in piacevole compagnia, da qualche parte, a chiacchierare con un amico e all’improvviso squilla il suo telefonino. L’amico che fa? Non dice allo scocciatore di richiamare più tardi perché ora è impegnato. No. Se proprio non vuole farmi ascoltare la sua telefonata (ma non succede mai, perché le telefonate degli altri sono rivolte soprattutto ai presenti), si alza e si allontana, lasciandomi naturalmente come un carciofo, per dare retta a quell’altro carciofo, a quell’intruso che ha interrotto la nostra amabile conversazione per chiedergli, evidentemente, una cosa urgentissima e cioè se aveva visto la partita in televisione. Non è arroganza, questa? Non è un malcostume? Era proprio necessaria quella telefonata? Invece con la lettera-mail non può mai succedere una simile e sciocca invadenza. Lei, la mail, se ne sta buona da qualche parte - annunciata in grassetto - in attesa che venga aperta. Non è maleducata. Non si intromette nella conversazione. Rimane tranquilla e aspetta il suo turno. E quando viene finalmente aperta, è perché chi l’ha ricevuta vuole leggerla proprio in quel momento. L’aspettava. Era ansioso di scorrerla con gli occhi – e perché no – di stringerla tra le mani, se usa l’accortezza di stamparla e conservarla, per rileggerla poi nelle ore di dolce malinconia. Mi domando: come si può non amare la lettera. Pardon, la mail.