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domenica 11 dicembre 2016

Il rosso e il nero di Stendhal



Quando mi trovo al cospetto di un grande romanzo dell’Ottocento, la cui storia si dipana in mille sfaccettature e pone in evidenza tutta la sua complessità narrativa - dalla passione amorosa a quella politica, dalla rappresentazione della società in cui sono calate le vicende alle ambizioni personali del protagonista, dai riferimenti storici, culturali e religiosi all’introspezione psicologica dei personaggi – lo confesso, mi sento decisamente in difficoltà nell’abbozzare due righe che possano dare forma ad una “recensione”. E’ come se improvvisamente mi mancassero le parole e avvertissi un senso di indefinibile inadeguatezza. In tali circostanze, sono spinto a chiedermi cosa potrei mai scrivere di tanto interessante, da catturare l’attenzione dei lettori, che non sia già stato scritto da qualcuno molto più autorevole e qualificato di me. I grandi classici della letteratura mondiale - quelli che non muoiono mai e che vengono continuamente ristampati – mi fanno sentire davvero piccolo e mi trasmettono una strana sensazione: di non essere all’altezza della loro grandezza. Se, poi, il libro non dovesse neppure piacermi ovvero mi trovassi nella condizione di leggerlo con estrema difficoltà - come a volte succede - non potrei mai avere la sfrontatezza di incolpare l’autore senza riconoscere la mia inettitudine.

Ho letto in questi giorni “Il rosso e il nero” di Stendhal, un libro pubblicato nel 1830 e devo dire che il mio stato d’animo di lettore si è scontrato con siffatti pensieri. Diciamo pure che è stato un procedere a singhiozzo nelle oltre 500 pagine del romanzo, tra alti e bassi, tra momenti di entusiasmo e altrettanti di smarrimento.

Julien Sorel, il personaggio principale del libro - intorno al quale ruota tutta la storia - è un giovane di umili origini, però molto scaltro e ambizioso il quale sogna di poter un giorno ricalcare la carriera militare di Napoleone Bonaparte, il suo indiscusso e irraggiungibile mito ( il “rosso” della divisa). Costui comprende che per essere qualcuno nella società del suo tempo (ci troviamo nella seconda decade del 1800), dovrà inizialmente vestire l’abito talare (da qui il “nero”) – vero trampolino di lancio verso il successo - o, quantomeno, avere conoscenze altolocate nell’ambiente clericale. Ma si accorge che tutto ciò non basta, perché al fine di poter migliorare la propria condizione socio-economica e scalare i gradini della casta sociale, il nostro eroe dovrà impegnarsi per essere introdotto negli ambienti politici più forti, avrà l’obbligo sociale di vestire alla moda e di conoscere famiglie aristocratiche. E, proprio in tali occasioni – sfruttando le sue belle maniere e la sua spiccata intelligenza – conquisterà le grazie delle nobildonne che lo ospitano nei loro ricchi palazzi come precettore dei figli. Assistiamo quindi alle gesta di un arrampicatore sociale che di volta in volta – con sentimenti falsi ed egoistici, pur detestando l’ipocrisia del potere – non disdegnerà di vestire i panni del seminarista, del prete, del dandy, dell’amante e dell’innamorato. Ma gli eventi che ne scaturiscono finiranno per travolgerlo.

Secondo Leonardo Sciascia, Julien è un personaggio che Stendhal si porta dentro da sempre. Questa affermazione - ritrovata nella prefazione del libro - mi ha spinto a leggere alcune note biografiche dell’autore da cui si evince che lo scrittore francese era uno spirito libero e anticonformista, che disprezzava le convenzioni sociali e la società del suo tempo, che amava viaggiare ed era un profondo conoscitore dell’arte, che non aveva un buon rapporto con la città natale e, soprattutto, ho appreso che era un inguaribile seduttore ed un tenace sostenitore di Napoleone. Caratteristiche, queste, che si ritrovano – tutte – nel personaggio che esce dalla sua penna. E allora appare chiaro che Stendhal, attraverso Julien, voglia rappresentare se stesso, la sua storia e i suoi sentimenti. Correggendo, in qualche maniera, i suoi vizi e celebrando senza sotterfugi le sue virtù.

18 commenti:

  1. ...non l'ho mai letto...
    l'anno scorso alternavo un libro contemporaneo, con un grande classico...
    quest'anno di classiconi ZERO

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    1. Non si può leggere tutto. Abbiamo una sola vita...e si deve fare pure altro.

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  2. Ricordo che Lo lessi con piacere ...
    Però non ricordo come finisce!

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  3. ho letto che Stendhal ha soggiornato a lungo in Italia dopo la caduta di Napoleone, con compiti di rappresentanza. Questo mi fa pensare che come il suo personaggio non avesse grandi scrupoli a cambiare casacca.
    massimolegnani
    (interessante e condiviso il tuo discorso sul senso di sproporzione lettore-autore di grandi romanzi)

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    1. Si, non aveva "scrupoli a cambiare casacca". E' un po' quello che avviene in politica ai nostri giorni. Un grande libro, anche se a volte non piace, ti abbatte comunque. Non è come leggere l'ultimo romanzo di Fabio Volo o la strenna natalizia di Bruno Vespa.

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  4. ecco, lo sapevo.
    Hai scritto in modo così convincente che ho tirato giù il libro dallo scaffale. Lo lessi oltre trent'anni fa in francese, ma avevo preso il tascabile in italiano.
    Mi pare di ricordare una brutta fine, una grande amarezza, ma adesso vorrei rinfrescare la memoria e vedere come, dopo tanto tempo, possa essere cambiata la mia prospettiva...

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    1. Grazie: non pensavo di possedere queste capacità tali da poter convincere qualcuno. :-). Devo dire che sollevi una riflessione molto importante sul diverso approccio emotivo che noi riserviamo ad un libro già letto nel passato. Ti dirò che ogni qual volta riprendo tra le mani un romanzo per rileggerlo una seconda volta, mi accorgo, dalle sottolineature che vado ad aggiungere a quelle già presenti, che nella prima lettura mi era sfuggito qualcosa. Evidentemente il nostro stato d'animo, la nostra capacità di "leggere tra le righe" cambia con il tempo.

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  5. scusa, Remigio, sono Marzia. Ho fatto un po' di pasticcio con Blogger, tanto per cambiare!

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    1. Non preoccuparti Marzia. Ciao e buona giornata

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  6. Di questo romanzo, letto da adolescente o poco più, conservo solo il ricordo dell' impronta principale, ed è un'impronta scura, torva, senza grandi svolte. Non ne faccio un motivo di scarso apprezzamento per Sthendal, ci mancherebbe! Del resto, un'impressione di tonalità simile me l'ha lasciata anche "Madame Bovary" di Flaubert e i racconti di Maupassant, tra tutti cito "Bel Ami". Credo che ognuno di noi sia portato a sentire vicina una letteratura più di un'altra, ci si ritrovi e se ne appassioni per motivi personali e profondi, spesso non del tutto comprensibili.
    Ecco, a me la letteratura francese che gira intorno alla smania di apparire e riuscire dei suoi personaggi, personaggi per lo più generati da un ambiente mediocre ma immensamente ambizioso, non ha mai "trafitto il cuore". Questione di punti di vista e di sentimento, nulla più.
    :)

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    1. Apprezzo e condivido le tue parole: è proprio così, ognuno di noi ha le sue preferenze e le sue idiosincrasie letterarie. E non è detto che un capolavoro della letteratura - da tutti ritenuto tale, tranne che da noi - debba essere per forza di cose esente da difetti e da critiche, con tutto il rispetto per l'autore. Ci mancherebbe! Resta il fatto, però, che le critiche (le nostre) nessuno se le fila, mentre il capolavoro (che a noi non piace) continua a vivere nei secoli dei secoli. Dici una cosa esatta quando scrivi che "la letteratura francese gira intorno alla smania di apparire e riuscire dei suoi personaggi". E la conferma è data non solo da Julien, il personaggio di Stendhal, ma anche da quell’arrampicatore sociale di "Bel Ami" che esce dalla penna di Maupassant (la tua menzione è calzante), il quale somiglia molto al primo. I due romanzi possono anche non piacere, però sono di estrema modernità ed attualità sia per la tematica trattata (il potere e la corruzione con tutte le sue nefande conseguenze), che per lo stile letterario che li allontana dai libri usa e getta dei nostri tempi. E mentre quest’ultimi (che magari a noi piacciono tanto) sono destinati a sparire, gli altri invece resistono, nonostante le nostre critiche. E diventano dei classici della letteratura mondiale.

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  7. Io faccio fatica a leggere libri di ambientazione non contemporanea

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    1. Ognuno ha i suoi gusti letterari. A me invece succede il contrario, caro Francesco: sono proprio le storie del presente che mi annoiano. Vedi, la quotidianità è già ampiamente trattata dai mezzi di informazione di massa e dalla televisione in particolare e, pertanto, non ha bisogno dello scrittore. Ci sarà pure qualche spunto interessante ai nostri giorni che meriterebbe di essere riportato in un romanzo, ma lo scrittore contemporaneo non sa coglierlo o non può coglierlo. Quando il presente sarà diventato passato, quando si sarà mitigata l'abbuffata televisiva, forse qualcuno sarà capace finalmente di scrivere qualche storia interessante ambientata sul nostro presente. Ma anche allora, se la natura potesse riservarci una seconda vita, sarebbe comunque una storia del passato, che potrebbe piacere ancora una volta a me e non a te :-) :-) 

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  8. Tra i classici adoro questo libro assieme a L'uomo che ride di Victor Hugo. Li trovo entrambi imprescindibili.

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    1. L'uomo che ride di V. Hugo non l'ho letto. Me lo sono segnato. Ciao Franco

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    1. Devo essere sincero: ho faticato un po' a leggerlo

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