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lunedì 15 luglio 2019

Roma: tra rifiuti e sfilate balneari

dal web


Il decoro urbano di Roma – lo sappiamo bene – è assai compromesso. E’ un problema, questo, che si trascina ormai da decenni, tanto da sembrare irrisolvibile. I marciapiedi (in centro come in periferia) sono regolarmente un tappeto di cartacce e cicche di sigarette, ovunque ti giri vedi cumuli di spazzatura, cassonetti sempre strapieni e debordanti di immondizia, scritte e graffiti su qualsiasi superficie, anche sui monumenti, manifesti pubblicitari che invadono ogni spazio disponibile, un’edilizia abitativa (in periferia) che intristisce, macchine e poi macchine dappertutto. E come se tutto ciò non bastasse a turbare e a deturpare il paesaggio urbano, con l’arrivo dell’estate noi cittadini, non soddisfatti di sporcare la città in cui viviamo (prendiamoci ogni tanto questa responsabilità, anziché incolpare sempre la Raggi), la trasformiamo in una località di mare (nonostante il mare sia distante una trentina di chilometri), grazie al nostro look balneare. Infatti, chi in questi giorni passeggia per Roma (ma credo sia un andazzo che ha preso piede in tutte le città), può assistere ad una incessante passerella “moda mare”: pantaloncini a mezza gamba, di tutte le fogge, con mocassini e calzini corti, sandali francescani abbinati con calze lunghe, e poi bermuda, canottiere multicolori, infradito, zoccoli. Mancano solo le sdraio e gli ombrelloni. Un vestiario decisamente inappropriato, in alcuni casi ridicolo e osceno, non giustificato neanche dal gran caldo di questi giorni. Gli indossatori non sono quelle statuarie figure che vediamo in televisione nelle sfilate di moda, ma signori attempati che esibiscono allegramente e senza alcun pudore corpi su cui la natura, prima ancora che gli anni, hanno lasciato segni disastrosi. Oltre ad essere esteticamente brutti a vedersi, questi “modelli” sono l’espressione di una moda sciatta, di una condotta poco rispettosa del decoro di un luogo, dove il brutto prevale - non dico sul bello - ma sulla decenza. Ora tralasciamo i ragazzi che – grazie alla loro freschezza giovanile – se la possono pure permettere questa mise balneare. Ma gli altri, quelli che non hanno né il fisico né l’età adatti allo spogliarello, più che svestirsi dei propri abiti e, soprattutto, della propria dignità, dovrebbero coprirsi il più possibile. Nascondere anziché svelare le proprie brutture. Mostrare in maniera disinvolta pance prominenti, gambette rinsecchite o cosce da elefante, gambe storte con vene varicose, pelurie pettorali ed ascellari sudate è quanto di più indecente e deplorevole si possa vedere per le strade, nei negozi mentre fai la spesa, nei locali e sui mezzi pubblici. Sono scene sgradevoli alla vista che non si addicono al buon senso, prima ancora che al ritegno ed alla rispettabilità di una persona.

Lo stile balneare, anche per chi non ha il fisico di un adone, è ammesso in casa propria (dove nessuno ti vede) e viene ben tollerato nelle località marine e sulle spiagge (si va lì per prendere il sole e fare il bagno), ma non può essere accettato in altri contesti sociali. Ora io non voglio fare la morale a nessuno, ma sinceramente quando vedo in giro certi “tipi da spiaggia” che si atteggiano pure a bronzi di Riace, si acuisce in me quel senso di malessere, già provocato dal degrado urbano, dalla spazzatura, dal traffico e dai comportamenti volgari. Ho letto da qualche parte che in alcuni Stati dell’America è vietato andare in giro in maniera discinta e chi non rispetta tali norme rischia multe salate. Il decoro di una città – diciamocelo - si misura anche dall’abbigliamento dei suoi abitanti, che va di pari passo con la pulizia delle strade, il senso civico e l’educazione. Insomma esiste un’etica anche nel modo come ci si veste.

Chissà cosa avrebbe scritto, oggi, Ennio Flaiano di questa moda balneare che ha preso piede nelle nostre città. Lo scrittore abruzzese, passeggiando negli anni ‘60 per una via Veneto che non gli sembrava una strada ma una spiaggia, ebbe a scrivere: “Il nostro destino è sul mare. Siamo tanto affezionati a questa idea, che abbiamo dovuto tradurla nell’unico modo accettabile alla nostra pigrizia, trasformando le strade in località balneari, elaborando uno stile balneare per le abitazioni, per l’abbigliamento, per le automobili e infine per i cittadini, che sembrano – e intimamente sono – soltanto bagnanti. Anche le conversazioni sono balneari, prive cioè di ogni riferimento alla realtà, barocche e scherzose. Manca che ci si spruzzi o che si giochi col pallone”.

6 commenti:

  1. Condivido le tue parole. Certe scene non si possono proprio vedere.
    Quando fa caldo i pantaloni corti li indosso solo in casa mia. e al mare
    Piero

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  2. Purtroppo tutto quello che dici è vero, spesso parliamo di perdita di valori, e insieme a quella abbiamo perso l'eleganza non solo comportamentale ma di costume. Per adesso sto facendo una serie di esami oculistici, io non posso più permettermi mise particolari, vengo però notata perchè sono "vestita" e la dottoressa con il camice aperto e sotto un abitino mini, che evindenzia almeno 8 rotoloni, insieme a sandaloni con zeppe allucinanti, non è certo una figura che incute credibilità nel paziente. La nostra immagine e il nostro presentarci parla di noi, e l'abito della gente e la spazzatura che ci circonda parla della mediocrità della società attuale.

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    1. Purtroppo è così. Il mio post voleva sottolineare proprio questo aspetto: il nostro abbigliamento sciatto e trasandato, specchio del degrado dei nostri tempi e dei luoghi in cui viviamo. Siamo schiavi di un sistema consumistico modaiolo che ci spinge - tra l'altro - ad indossare pantaloncini corti e infradito ed a coprire tutto il corpo con un tappeto di tatuaggi. Dici bene, mia cara Gingi: "abbiamo perso l'eleganza non solo comportamentale ma di costume". Ma questi sono i tempi e chi non si adegua viene emarginato. Buona serata

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  3. eheh, Flajano ti ha anticipato di mezzo secolo.
    massimolegnani

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    1. Si, mi ha anticipato. Oggi, comunque, avrebbe scritto un pezzo al vetriolo su questa moda balneare che impazza in tutte le città. La sua penna sarcastica sarebbe stata, naturalmente, molto più efficace ed incisiva della mia. :-)
      Ciao Carlo

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