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lunedì 11 marzo 2019

Poveri e semplici



Chi mi segue su questo blog avrà certamente notato che mi piace dissotterrare vecchi libri, che sembrano del tutto dimenticati dal mercato editoriale e dagli stessi lettori. Penso che certi autori del passato, morti da tempo, siano più vivi di tanti scrittori contemporanei. Questi libri - che spesso sono fuori catalogo e quindi non vengono più ristampati - io li trovo quasi sempre gironzolando tra i banchetti dei mercatini dell’usato. E’ il caso di “Poveri e semplici” di Anna Maria Ortese, romanzo che si aggiudicò il Premio Strega negli anni sessanta. Il titolo dell’opera è emblematico, perché rimanda alla difficile condizione socio-economica di alcuni giovani squattrinati i quali, animati da velleità artistiche e ideali social-comunisti, condividevano un appartamento nella Milano del dopoguerra. E’ un libro che presenta molti aspetti autobiografici, come un po’ tutti quelli scritti dalla Ortese. Ma la cosa che più fa riflettere è che questa condizione di ristrettezza economica, descritta nel romanzo, accompagnò sempre in vita la scrittrice, visto che morì in solitudine con un vitalizio statale (legge Bacchelli) che aiutava finanziariamente (forse ancora oggi) gli artisti in difficoltà.

I giovani protagonisti che ritroviamo in questo romanzo erano arrivati a Milano dal centro-sud della penisola, chi dalla Calabria, chi da Napoli, ma anche da Firenze, inseguendo un desiderio di riscatto sociale e personale. Non avendo ricevuto alcun aiuto dalla società o dalla famiglia né tantomeno dal destino, sbarcavano il lunario scrivendo e dipingendo. E si rifugiavano in queste attività culturali non per fare arte, come si potrebbe pensare, ma per manifestare la loro confusione e incertezza, la loro rabbia e voglia di cambiamento all’interno di una società alle prese con la ricostruzione post-bellica. Essi trascorrevano intere giornate a discutere - oltre che dei loro problemi quotidiani - di politica e di avvenire e di come sarebbe stata l’Italia e di cosa ci si attendeva dalla gioventù. Tra di loro c’era Bettina - voce narrante del libro  e alter ego della scrittrice - i cui genitori erano emigrati a Napoli dall’Abruzzo, la quale scriveva articoli, ma soprattutto racconti neo-realisti per una rivista letteraria, nei quali si sforzava di rappresentare quel mondo arcaico e mediterraneo da cui era fuggita. Il suo ideale era “lavorare per l’umanità” mediante il suo lavoro di scrittrice; era “collaborare alla pace e al miglioramento degli uomini”. Questo doveva essere, per lei, il compito principale degli scrittori. Ma il libro racconta anche un amore tormentato: quello tra la nostra protagonista, che si sentiva “proprio una nullità, almeno esteticamente” e un giovane e brillante giornalista, Gilliat, “di una bellezza assai dolce”. Le pagine che descrivono questa passione sono delicate e malinconiche, così come una sottile malinconia pervade tutta la narrazione. I sofferti sentimenti che si aggrovigliano nell’animo di Bettina generano pensieri struggenti… 

“No, a sposarmi non potevo pensare, non solo per la mia bruttezza (tale, pensavo, fosse l’insieme della mia figura), ma anche perché non trovavo nella mia natura nulla che provasse entusiasmo per una simile condizione. Mi pareva che là, in una casa coniugale (ammesso che mi fossi mai sposata), mi sarei annoiata terribilmente. Mi pareva poi che con qualsiasi uomo, dopo un po’, mi sarei annoiata. Mi pareva anzi, in un certo senso, che non esistessero neppure uomini. Io stavo bene sola, o pensando Gill, ascoltando la voce di Gill! Quel giornalista io lo amavo, lo amavo come nessun altro essere al mondo, ma per me egli era un angelo, una luce, era anche un silenzioso dolore, era tutto, ma mai lo avrei veduto come un uomo. L’idea sola che egli avesse potuto capire questi miei pensieri su lui, mi faceva star male. No, ciò che io desideravo più intensamente di tutto, era riavere una famiglia, tornare bambina nella casa di mio padre, risentire la dolce voce di mia madre! Ma ciò era impossibile, perché la mia casa era finita, e i miei genitori morti.”


6 commenti:

  1. Di Anna Maria Ortese ricordo la grande sensibilità verso gli animali. Dedicò loro un commosso libro, “Le Piccole Persone”, che un po', solo un po’ purtroppo, ho letto. Questa tua recensione ha risvegliato il mio interesse verso di lei. Sono affascinato dalla Milano di quegli anni. Io vivo nel suo Hinterland.

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    1. Era una donna di grande sensibilità, una scrittrice poco ascoltata, invisa all’ élite culturale del suo tempo, tant’è che subì un forte ostruzionismo dai suo colleghi scrittori, soprattutto quelli napoletani. L’ho “scoperta” leggendo “il mare non bagna Napoli”, forse il suo libro più conosciuto. E’ una scrittrice ormai dimenticata, che meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto per la sua grande libertà di pensiero. Fai bene a rileggerla.

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  2. Se riuscissimo a focalizzarci un po di più sulla bellezza attraverso altri occhi ,come tu hai fatto con questa scrittrice,e noi con te che ti leggiamo...avremmo meno affanni su una strada in salita!

    Quando intendo leggere qualcosa di serio e valido so dove fermarmi,grazie e buona giornata

    L.

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    1. Come sempre, grazie per le tue belle parole di apprezzamento. E’ vero quello che dici: la bellezza ci esalta e ci migliora e se ci accostassimo a lei con maggiore frequenza, “avremmo meno affanni su una strada in salita”. La bellezza riesce a toccare le corde più intime e più sensibili dell’animo umano. Esistono luoghi che ci fanno stare bene, dove la bellezza è di casa. Ma ci sono anche luoghi che trascinano verso il basso e ci rattristano. E questo vale, naturalmente, anche per le persone che frequentiamo: talune hanno la straordinaria capacità di arricchirci, altre invece tendono a svuotare la nostra intelligenza e ci avviliscono. Ma una persona, capace di elevare il nostro animo, possiamo frequentarla anche leggendo un suo libro, cogliendo così quella bellezza in esso racchiusa, raccontata attraverso le sue parole.
      Ciao L., e buona giornata anche a te.

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  3. Conosco questa autrice ed hai fatto bene a "riesumare" una sua opera.

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