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martedì 28 febbraio 2017

La Sardegna di Giuseppe Dessì "tanto vecchia e tanto lontana"



Giuseppe Dessi è uno scrittore poco conosciuto al grande pubblico dei lettori – ed al pubblico giovanile in particolare - nonostante sia da annoverare tra i grandi narratori del Novecento italiano. Credo, inoltre, che i suoi libri siano ormai quasi tutti “fuori catalogo” e non vengano più stampati. Chissà secondo quali perverse strategie commerciali, oggi, un editore può permettersi il lusso di rinunciare alle sue opere letterarie, vista la buona qualità della sua prosa. Una prosa chiara, suggestiva, poetica che si legge con piacere. Ho iniziato ad apprezzare questo autore leggendo, qualche tempo fa, quello che forse è considerato il suo romanzo più importante, con cui vinse nel 1972 il Premio Strega: Paese d’ombre. Dessì era nato a Villacidro, un grosso centro del sud della Sardegna, a cui rimase legato per tutta la vita e che fa da sfondo a tutte le sue opere. Questo piccolo mondo - metafora di una Sardegna arcaica e sotto certi aspetti defraudata - lo ritroviamo già nel suo primo romanzo “San Silvano”,  che segnerà il suo esordio narrativo. Lo scrittore sardo – così come spesso hanno fatto altri autori del passato – ha quasi sempre dato un nome di fantasia ai luoghi reali in cui collocava le vicende dei suoi romanzi, salvo poi spargere lungo il percorso narrativo tracce di un contesto facilmente identificabile, a lui noto e caro. Evidentemente, attraverso località non ben definite, Dessì preferiva non ingabbiare il lettore in rigide coordinate di riferimento che potessero in qualche maniera limitarne il racconto, lasciando così anche un ampio spazio di manovra alla sua appassionata immaginazione. Così facendo, il suo amato paese, Villacidro, diventa Norbio in “Paese d’ombre” per assumere poi il nome di San Silvano nell’omonimo romanzo che ho appena finito di leggere. E ancora una volta devo ringraziare quei mercatini dell’usato se ho potuto sfogliare questo libro, rifiutato in modo ostinato da una certa “modernità” che rincorre spasmodicamente solo le novità. Anche le più mediocri.

San Silvano è un racconto autobiografico costruito con frammenti di ricordi, un nostalgico atto d’amore nei confronti del paese dell’infanzia; è la trasposizione nella scrittura degli affetti familiari dell’autore, delle sue memorie giovanili, del suo amore struggente per una terra “tanto vecchia e tanto lontana”. Rappresenta, in estrema sintesi, una sorta di manifesto del suo essere orgogliosamente sardo. Qualsiasi paese, per chi ha la fortuna di averne uno, costituisce sempre un gioioso e sereno approdo nei momenti tristi e malinconici. Per Dessì, Villacidro era il suo buen retiro, la sua  “piccola patria”, capace di scatenare in lui sentimenti di forte passione ma anche di inevitabili contrasti. “Là sono diventato uomo – scriveva – là è la mia gente: case e tombe. Ma ciò che conta di più è che io, anche ora, se vado là, mi sento più forte, più intelligente, anzi onnisciente”. Sepolto nella memoria, San Silvano appare nei ricordi dello scrittore con i suoi ritmi lenti e con il suo silenzio, con le sue atmosfere serene e con i suoi ulivi enormi simili a pachidermi, chiusi nei campi cinti di muri a secco; e con quella tipica monotonia dei mesi estivi che rendeva immobile il paesaggio facendo quasi perdere la cognizione del tempo e degli avvenimenti. Un paese avvolto nella solitudine che sembrava essere la condizione persistente, l’ineludibile destino di ogni sardo. Eppure, Dessì si trovava a suo agio in quell’ambiente tagliato fuori dal mondo, aspro e selvaggio “come gli animali selvatici nel bosco e gli uccelli nell’aria”. Devo dire che San Silvano è un libro che ha una sua straordinaria forza evocatrice, capace di trasmettere nell’animo del lettore sensazioni e sentimenti, gli stessi provati dall’autore. E quel paese che scorgiamo tra le sue pagine, attraverso i ricordi del suo illustre figlio, ci appartiene perché diventa simbolicamente il nostro antico paese nativo, retaggio di un passato ormai perduto.

Anna Dolfi, nella sua introduzione al libro (Oscar Mondadori – ediz. del 1980) ha scritto che San Silvano è il libro “più intensamente poetico, più struggentemente disperato, più appassionatamente lucido, coraggioso, patetico (nell’accezione antica, silenziosa di pathos), tra quelli scritti da Giuseppe Dessì”.

venerdì 24 febbraio 2017

Come leggere un libro



Tre modi di leggere un libro, secondo Ennio Flaiano:

“La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per noia, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valery Larbaud è il vizio impunito, ma in certi casi smettere di leggere come di fumare può evitare gravi conseguenze.

Si può anche leggere un libro per sospetto e invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libri che ottengono grande successo, i “meglio-venduti”. Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per tentare di scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d’anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi, sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c’è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente.

Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. E’ più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono ad un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.”

 
Tratto da “Frasario Essenziale  per passare inosservati in società“
di Ennio Flaiano (Bompiani)

sabato 11 febbraio 2017

"Sorelle Materassi" di Aldo Palazzeschi



Alcuni libri della nostra letteratura sono ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo perché descrivono luoghi e personaggi quali metafore di una particolare condizione umana. Sono libri molto conosciuti - anche solo per sentito dire – che custodiscono simboli universali. “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi rientra tra queste opere, la cui storia è sinonimo di un’esistenza grigia, di un mondo femminile schivo e bigotto, dal sapore antico. E poi – diciamolo - quando si parla di “zitelle” la memoria non può che andare alle protagoniste di quel romanzo.

Ambientato in un sobborgo di Firenze nei primi anni del ‘900 e pubblicato per la prima volta da Vallecchi nel 1934, il libro narra le vicende di tre inseparabili sorelle: Teresa, Carolina e Giselda (le prime due sui cinquant’anni, la terza più giovane di una quindicina) a cui si deve aggiungere la fedele domestica Niobe. Costoro trascinano una vita piatta ed appartata nella grande casa ereditata dal padre: Teresa e Carolina – che non si sono mai sposate sebbene non siano “più brutte di tante altre che prendono marito” – sono delle esperte ricamatrici, specializzate in vestiti da sposa e altra biancheria di lusso, loro commissionata dalle facoltose famiglie fiorentine, mentre Giselda - respinta dal marito – è stata accolta nella loro casa, delusa dalla vita e dal matrimonio.

Le tre sorelle hanno accumulato, durante un’intera vita di lavoro, denaro senza accorgersene e non hanno mai pensato di allontanarsi  da quella loro filosofia di vita, godendosi magari qualche giorno di riposo o concedendosi una distrazione, un viaggio, un momento di divertimento. Niente di tutto questo. Le loro giornate trascorrono tutte uguali, tra merletti, ricami e pettegolezzi, osservando il via vai di persone che transitano sotto la loro finestra, “parlando di un passato amoroso inesistente che gonfiavano fino all’assurdo ispirate e sospinte dal passaggio delle coppie”. Conoscono gli uomini solo per sentito dire, mentre con le donne sono spietate e cattive: anche alle belle ed alle carine, un difettaccio glielo trovano sempre.

Tutto sembra scorrere liscio nella casa, con il solito tran tran quotidiano, fino al giorno in cui irrompe prepotentemente tra di loro il nipote Remo, rimasto solo al mondo, figlio di una quarta sorella morta ad Ancona, il quale finisce per sconvolgere quel saldo e duraturo equilibrio familiare. E’ un giovane dalla raffinatezza e dall’eleganza incomparabili. E poi è di una bellezza stupefacente. Io penso che nella finzione letteraria mai un personaggio maschile sia stato descritto in tale maniera, come il simbolo stesso della bellezza e visto come un vero e proprio Adone  “…soltanto nella scultura greca e in quella del rinascimento – leggiamo nel testo - ci è dato riscontrare campioni di questa specie: Leonardo, Michelangiolo, Donatello, il Verrocchio, ne sarebbero rimasti colpiti”. Ma ad esserne colpite ed ammaliate sono soprattutto Teresa e Carolina (un po’ di meno Giselda, forse perché aveva già avuto una brutta esperienza con il marito), che vengono travolte da un “bisogno cocente di dare, di dare a quel nipote piovuto dal cielo in mezzo ad esse, e che metteva nel loro animo inaridito tanta confusione”. E il nostro bellissimo Remo che fa? Si dimostra subito un gran furbacchione - per non dire altro - perché, resosi conto di essere l’oggetto prediletto delle zie, capace di risvegliare con la sua carnalità anche i loro sensi addormentati, sfrutta abilmente la favorevole situazione al fine di ottenere soldi e soddisfare così tutti i suoi desideri e le sue voglie improvvise. Insomma, a quel bisogno sincero, quasi materno, di “dare” che nasce nell’animo delle zie, si contrappone un bisogno sfrenato di “avere” da parte del nipote. E’ noto che esiste un principio secondo il quale non si può spendere più di quanto si guadagna; quando ciò avviene, fatalmente ci si caccia nei guai. E nei guai vanno a finire le povere sorelle Materassi, soggiogate agli ordini ed ai capricci di quel nipote opportunista.

Con questo romanzo dal sapore agrodolce, velato di malinconia crepuscolare, Palazzeschi ci regala – senza rinunciare alla sua proverbiale ironia - un grande affresco di un mondo al femminile, che appartiene ormai alla memoria del passato.

lunedì 6 febbraio 2017

"Io e Agata": il brillante esordio narrativo di Nicola Losito



“Sappiamo tutti quanto siano suscettibili e presuntuosi gli scrittori e io, sebbene non appartenga ancora a questa speciale consorteria umana, ho gli stessi loro difetti”
 
Sono un lettore tradizionale e non mi lascio irretire dai moderni strumenti elettronici. Mi piace troppo il libro cartaceo e l’idea di diventare un lettore “digitale”, di dover eventualmente modificare il mio approccio alla lettura non mi entusiasma affatto. Amo toccare la carta stampata, sentire il suo odore, quel fruscio della pagina che viene girata. Sensazioni, queste, che non si possono avvertire stando davanti ad uno schermo elettronico. Nonostante queste mie idiosincrasie, mi si è presentata l’occasione per leggere un romanzo pubblicato nella versione ebook, su Amazon, e devo dire che per me è stata una vera sorpresa: non pensavo di riuscire nell’impresa. E questo grazie non tanto al dispositivo digitale – che continua a non attrarmi – quanto al romanzo che ho avuto il piacere di leggere. Si tratta di “Io e Agata” di Nicola Losito, un autore emergente che cura anche un suo blog  “i pensieri e le divagazioni del signor Giacomo”. Siamo un popolo che legge poco – lo sappiamo bene – e con questi presupposti avere il coraggio di scrivere un libro e provare a diffonderlo in rete significa, davvero, lanciare una sfida enorme al mondo dell’editoria. A meno che l’autore non sia un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’industria libraria si spalancano e le vendite spiccano il volo.

Nicola Losito ha notevoli doti letterarie e sa scrivere come pochi, ma non essendo un divo della televisione (non basta somigliare in modo impressionante a Gianni Minà), viene ignorato dagli editori che non sempre premiano gli autori migliori. Io e Agata rappresenta il suo positivo esordio narrativo: un bel libro che meriterebbe una diversa attenzione. La storia narrata - che presumibilmente contiene spunti autobiografici – ripercorre, attraverso località ben definite e in un arco temporale che va dalla seconda decade del ‘900 fino ai giorni nostri, desideri e passioni, gioie ed amarezze, frustrazioni e riconoscimenti di due personaggi sui generis i quali, incontrandosi per caso – lui ha solo 28 anni, lei una cinquantina –  riescono a stabilire tra loro, nonostante la differenza di età, un intenso e profondo rapporto di amicizia, reso ancora più forte da una comune passione per la letteratura e per i libri. E sarà proprio grazie a tale sentimento se la relazione non sarà mai scalfita dalle tante conflittualità e difficoltà che pure li riguarderanno.

L’io narrante è Fabio, un professore di liceo in pensione, di origini pugliesi che vive a Milano, tormentato dalle sue velleità artistiche e letterarie: diventare uno scrittore famoso e possedere una biblioteca con un numero infinito di libri”, sposato con Marta che gli ha dato 4 figli. E’ alla continua ricerca di conferme circa le sue dotte capacità ed il raggiungimento del successo diventa la sua vera ossessione. La protagonista femminile risponde al nome di Agata, una donna con una personalità molto complessa, una eccentrica e “strampalata” psicologa ( è la zia di Marta) che nella vita non fa altro che “esplorare le menti bacate della gente” in forza della sua presunta capacità d’introspezione psicologica supportata da una sorta di influenza benevola proveniente dalle sue piante. Appassionata di pittura grazie al padre mercante d’arte, Agata possiede anche  una preziosissima biblioteca, il sogno proibito di Fabio, e sarà lei stessa ad offrire a quest’ultimo, in punto di morte, gran parte degli elementi che serviranno a realizzare personaggi e trama del libro.  

E’ una bella e struggente commedia umana e familiare, tra realtà e finzione, che si legge tutta d’un fiato nonostante la mole, raccontata con garbo e leggerezza, a volte velata di sottile malinconia, in cui Agata appare la vera eroina protagonista, mentre Fabio - con il suo carico di problemi esistenziali e la sua malcelata vanità – si mostra come un accorto testimone dei fatti, oltre che suo antagonista, sempre pronto a sbrogliare qualsiasi problema gli si dovesse presentare. Intorno ai due interpreti principali del  “romanzo di due vite”  - come si legge nel testo - si muovono altri interessanti personaggi i quali, sebbene appaiano complementari rispetto alla vicenda narrata, riescono tuttavia ad arricchire il quadro familiare. Tra tutti, spicca la figura della moglie di Fabio, Marta “una donna incomprensibilmente gelosa del suo privato” che ama starsene in disparte, fedele alla promessa fatta ai genitori di Agata di vigilare, vita natural durante, sull’unica rappresentante non maritata e un po’ scapestrata di una famiglia che, per antica tradizione, considerava il matrimonio e il procreare le sole attività adatte a una signorina di bell’aspetto e con una buona dote alle spalle”.

Tormentati dalle loro diverse ambizioni  di grandezza, i due appassionati protagonisti del libro sembrano rincorrere traguardi illusori, custoditi nemmeno tanto segretamente nel cassetto della propria anima. E pur di raggiungere i loro obiettivi che appaiono sempre più lontani, non risparmiano le proprie forze tra sconfitte e piccoli riconoscimenti, mentre intorno a loro la vita scorre severa come sempre, con le sue piccole gioie e con i suoi affanni quotidiani, con le sue speranze e con le sue delusioni.