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giovedì 26 novembre 2015

Caino di Josè Saramago: un uomo come tutti gli altri



Libro provocatorio e irriverente, tant’è che la gerarchia ecclesiastica - in occasione della sua pubblicazione - lo marchiò immediatamente come blasfemo, da mandare al rogo. L’ho letto qualche tempo fa semplicemente perché l’avevo ricevuto in regalo da una collega; e probabilmente non l’avrei mai comprato, perché del grande scrittore portoghese, premio Nobel per la letteratura, avevo già l’esperienza di due precedenti letture quali “Cecità” e “La Caverna”, libri che secondo me rappresentano meglio il vero Saramago, la cui tematica narrativa si pone al limite tra il sogno e la realtà, tra il dramma umano e sociale e la fantascienza, piuttosto che su temi ironici/irrispettosi.

Lo stile narrativo è sempre quello caro a Saramago: lunghi periodi, a volte senza punteggiatura, con i suoi personaggi (Dio, Caino, Abramo ecc.) sempre indicati con la lettera minuscola, mentre altre parole, che possono essere avverbi o cose comuni, inspiegabilmente (per me) portano la lettera maiuscola. Vorrà dire qualcosa?

Con questo libro Saramago intende fare una rilettura, naturalmente a modo suo ed in maniera tagliente (ed è per questo che la Chiesa l’ha disapprovato e condannato) del Vecchio Testamento, a partire dalla creazione di Adamo ed Eva (io li scrivo con la maiuscola, perché non sono Saramago) soffermandosi su Caino, il figlio maggiore della prima coppia creata dal Signore, il primo uomo nato nella storia umana, un agricoltore che uccise il proprio fratello Abele, che di mestiere faceva il pastore.

Capovolgendo la tradizione storica cristiana, che ha sempre considerato Caino il prototipo dell’uomo cattivo, l’assassino del proprio fratello, Saramago ci rappresenta un Caino né migliore né peggiore degli altri uomini, un Caino che offriva al Signore - in segno di riconoscenza e di devozione - i frutti e le primizie del proprio lavoro nei campi, ma il Signore sembrava non gradire; si compiaceva, invece, per gli agnelli che Abele, suo fratello, gli sacrificava e così giorno dopo giorno cresce il rancore da parte di Caino non solo nei confronti del suo Dio, che considera ingrato, ma anche nei confronti del fratello, che lo irride. Perciò perciò un giorno lo uccide con le sue stesse mani. E alla domanda del Signore del perché lo avesse fatto, del perché si fosse macchiato di un tale crimine, Caino risponde: “...il primo colpevole sei tu, io avrei dato la vita per la sua vita se tu non avessi distrutto la mia”.

Per Saramago, il Signore non tratta i suoi figli nella stessa maniera e da questa considerazione ne viene fuori un Dio ingiusto, cattivo, invidioso il quale di fronte alla torre di Babele, credendo che gli uomini potessero arrivare fino al cielo, arriva perfino a temerli, ad avere paura di loro. “La gelosia è il suo grande difetto” dice Saramago nel libro “invece di essere orgoglioso dei figli che ha, ha preferito dar voce all’invidia, è chiaro che il Signore (con la s minuscola nel testo) non sopporta di vedere gente felice”. Quindi l’infelicità degli uomini come principio e sentimento che regge le sorti del mondo, perché “la storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui”.

sabato 21 novembre 2015

Riscoprire il "vuoto"



Io penso che nella società in cui viviamo e soprattutto nella vita delle tante persone “super impegnate”, oggi manchi un rigenerante e salutare “spazio vuoto”, inteso come momento di pausa e di riflessione quotidiana. Quel “vuoto” fatto di silenzi... di assenza di rumori molesti...di raccoglimento....di attesa. Quel vuoto che permette di riflettere e di stare con se stessi, di pensare e di progettare e di accantonare, per qualche istante, oggetti e occasioni che hanno reso l'esistenza sempre più nevrotica.

Il “vuoto”, anche nella sua accezione positiva, ci fa paura e lo viviamo come un incubo; siamo sempre alla ricerca spasmodica di qualcosa che possa riempirlo, qualora si dovesse presentare durante la nostra giornata, tra un impegno e l’altro, tra un incontro culturale ed una riunione di lavoro, tra un corso di inglese ed uno di pianoforte, tra un esercizio in palestra e una gara di ballo, tra un acquisto al centro commerciale e un cazzeggiare con il telefonino.

Siamo terrorizzati dal vuoto e allora dobbiamo imbottirlo a tutti i costi di messaggi....di telefonate....di oggetti...di musica come sottofondo, ma non per ascoltare musica, ma solo per non ascoltare il silenzio. Il costante bombardamento di immagini, di informazioni, di pubblicità visiva e uditiva dovrebbe suscitare in chiunque una reazione di rifiuto. Ma non succede. Siamo assuefatti ad ogni forma di orrore. Anche il nostro paesaggio urbano in cui viviamo abitualmente ( e mi riferisco soprattutto alle grandi città ) è saturo di un’infinità di segnali visivi disturbanti, di graffiti e di pitture murali di ogni genere, di insegne pubblicitarie, di rumori, di sporcizia e di macchine che riempiono ogni spazio disponibile.

Maestra di riempimento è, naturalmente, la televisione. Trasmette 24 ore su 24. Senza fine. Senza vuoti. Qualche secondo di pausa tra una trasmissione e l’altra crea panico e imbarazzo. Lo si capisce subito se si presenta un piccolo impedimento tecnico, per cui le immagini o il servizio non partono: immediatamente si legge il terrore sul viso del malcapitato giornalista. Non sono ammesse pause, la narrazione deve essere continua e costante. Con una momentanea sospensione, il telespettatore può anche pensare con la sua testa e allora potrebbe decidere di spegnere quei 42 pollici che arredano la sua casa. O cambiare canale. Ed ecco allora che la pausa diventa un pericolo da evitare a tutti i costi.

Abbiamo perduto quell’antico modo di fare televisione, il cui palinsesto prevedeva un inizio ed una fine. E con la fine dei programmi serali si presentava davanti a noi un bellissimo “vuoto”, da riempire – se Morfeo tardava a venire - leggendo un libro o chiacchierando con una persona cara. Ricordo con nostalgia quell’intervallo televisivo che veniva trasmesso tra un programma e l’altro senza messaggi pubblicitari, fatto solo di fotografie, in bianco e nero, di vecchi borghi o di greggi di pecore che pascolavano, il tutto accompagnato con un dolce sottofondo musicale. Erano sprazzi di autentica felicità e di rilassamento.

Oggi sono disgustato dal “troppo pieno”, che ormai affligge la società in cui viviamo e quindi auspico un ritorno graduale ad un piacevole “vuoto” quotidiano: di oggetti, di impegni, di immagini, di notizie che generano altre notizie che a loro volta fanno nascere smentite e contro-smentite, di messaggi pubblicitari che invadono le nostre esistenze, tant’è che alla fine gli occhi e la mente finiscono per percepirli solo come consueti e irrinunciabili rumori di fondo. Le nostre capacità percettive e sensoriali sono straordinarie, però a tutto c’è un limite.

sabato 7 novembre 2015

Il giorno del giudizio



“Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte”. Così scriveva Salvatore Satta - uno dei più autorevoli studiosi italiani di Diritto processuale civile - nel 3° capitolo del suo libro “Il giorno del giudizio” ultimato un anno prima della sua morte, avvenuta a Roma nel 1975. Lo scrittore sardo – era nato a Nuoro nel 1902  - evidentemente ebbe modo di riflettere con serena lucidità sul suo estremo proposito e non portò a termine il compito che si era prefisso; e così, chi ama la bella scrittura, ha potuto leggere quelle pagine che lui avrebbe voluto distruggere per sempre.
Ne “Il giorno del giudizio”, considerato il suo capolavoro, Salvatore Satta dipinge un grande affresco storico ed umano sui vizi, le virtù, le miserie, i bisogni  e i desideri di un intero popolo, quello a cui lui stesso apparteneva ed a cui si sentiva legato: la gente della sua Nuoro. Il racconto si svolge, come scrive nel libro, attraverso “onde di ricordi che si accavallano in un assurdo disordine, come se tutta l’esistenza si fosse svolta in un solo istante”, mentre i suoi personaggi – che sono morti ma che il narratore ben conosceva in vita – li fa rivivere nella scrittura, li chiama quasi a raccolta uno ad uno. Uomini e donne di Nuoro, contadini e pastori, notabili e miserabili, notai ed avvocati, preti ed impiegati, ricchi e poveri, sfilano davanti a noi lettori “come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco”. Personaggi che non avevano mai avuto una seppure minima identità e visibilità, che non avevano importanza per nessuno, perché la loro esistenza si riduceva a un atto di nascita e di morte, sembrano quasi chiedere all’autore di essere liberati dai propri affanni e dalle proprie miserie “…tutti si rivolgono a me – scrive l’autore – tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati (…). E forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria”.

Un libro che ci parla della vita di un’intera comunità attraverso la morte, perché a Nuoro, quando moriva qualcuno era come se morisse tutto il paese e la vita e la morte erano regolate e scandite dalle campane del borgo, dall’ave squillante del mattino all’ave spiegata della sera, fino ai rintocchi che davano notizia che uno di loro era passato a miglior vita: “nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili”.
Un libro che mi ricorda, in qualche modo, l’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters; infatti, così come il poeta statunitense fa parlare i suoi personaggi sepolti in un piccolo cimitero di un villaggio americano, attraverso componimenti poetici in forma di epitaffi, Salvatore Satta dà voce ai morti della sua terra che potranno finalmente essere ricordati, svela fatti e misfatti di una piccola comunità rurale, la Nuoro della sua infanzia e della sua giovinezza, attraverso un epitaffio funebre in prosa.  Quasi a voler significare che solo la morte può restituire dignità e verità nascoste.