Cerca nel blog

domenica 29 marzo 2015

Raccontare la vita



“L’estro quotidiano” di Raffaele La Capria (pubblicato nel 2005) è un libro bello ed intenso, scritto sulle ali di malinconici ricordi in cui lo scrittore partenopeo - dall’alto dei suoi 93 anni - racconta sprazzi della sua vita del passato e del presente “non come la si è vissuta, ma credendo di averla vissuta come la si racconta”; un libro in cui l’illusione si confonde con la realtà e la verità.

Forte della sua esperienza umana e letteraria, La Capria a volte è convinto di essere una sorta di fantasma del passato, un sopravvissuto, e con malcelata nostalgia, con leggerezza ed ironia, ricorda i suoi anni che non ci sono più, gli amici morti che lo hanno lasciato negli ultimi tempi, quei suoi coetanei nei cui confronti sente una fratellanza che prima non avvertiva.

Aleggia nel racconto un suo pensiero ricorrente, che è quello della morte, della sua morte, che ha un legame molto forte con il suo senso estetico “...il mio senso della morte ha molto a che fare col rapporto che ho col mio corpo. Più lo vedo decadere, incresparsi, gonfiarsi, più sento di morire...”, eppure riesce ad essere, con la sua scrittura incredibilmente acuta ed elegante, sempre amabile e leggero anche quando la sua mente è rivolta verso questi strani pensieri, è occupata da questa dimensione finale della vita che si affaccia alla nostra riflessione proprio in quella decade in cui le possibilità di morire sono molto alte, e cioè tra gli ottanta e i novant’anni “...per esorcismo e con poca vera convinzione di dover morire”, dice l’autore.

E’ un diario molto intimistico in cui i genitori sono spesso presenti, con aneddoti a volte curiosi e divertenti, così come sono presenti tra le sue pagine i suoi amici più stretti e più cari, i suoi figli, sua moglie, i suoi ricordi più belli, perché, dice lo scrittore “...salvando un po’ della loro vita salvo un po’ anche la mia, perché le nostre vite si intrecciano, e la vita di ognuno non è solo quella personale, intima, che si gioca tra sé e sé, ma è anche quella di tutte le persone che abbiamo avuto intorno e l’hanno arricchita con la loro presenza..”.

E non poteva mancare tra le sue pagine il ricordo di Capri, meta delle sue passate vacanze, delle sue riflessioni, un’isola - quella attuale - affollata da orde di turisti, molto diversa dall’immagine presente nei suoi ricordi giovanili, quando stare seduti in “Piazzetta” aveva un valore e un significato. Oggi invece, scrive l’autore, con quel continuo viavai che scorre a fianco della tua sedia “mi sottraggo alla tirannia delle facce intorno, da cui emana un vuoto che mi spaventa”.

Così come oggi è spaventato da quella “nuvola di chiacchiere” che arriva da ogni parte, dalla televisione, dai giornali, dal mondo della comunicazione ipertrofica di massa, che sta trasformando le idee in gossip e la situazione non può che peggiorare, col peggiorare della coscienza disturbata degli italiani, perché quando si degrada il linguaggio “...anche noi ci degradiamo, anche la vita morale e spirituale si abbassa di livello”.

 

 

domenica 22 marzo 2015

Il piacere della lentezza



Perché  è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Se lo chiedeva Milan Kundera, in un suo famoso libro pubblicato nel 1994 che si intitola, appunto, “La lentezza”. Viviamo in un mondo in cui questo atteggiamento lento nei confronti delle cose e della vita sembra sia stato bandito definitivamente. Dobbiamo andare sempre più veloci; dobbiamo fare le cose sempre di fretta; non possiamo perdere tempo perché il tempo è denaro; ci spostiamo da un punto all’altro della terra a velocità supersonica; al semaforo dobbiamo partire qualche secondo prima che scatti il verde, altrimenti quello dietro di noi – che ha sempre fretta - ci suona immediatamente; il computer deve essere una scheggia altrimenti diventiamo nervosi.
Abbiamo inventato degli strumenti tecnologici talmente potenti e veloci che non ci consentono più di riflettere, perché la velocità annulla il pensiero. Un uomo che corre a piedi, avverte sempre il proprio peso, la propria età, sente la stanchezza, può decidere se aumentare la corsa o diminuirla, fermarsi o continuare, perché è sempre consapevole di se stesso e delle proprie forze. Ma quando quell’uomo delega il potere di generare velocità ad una macchina, quando insomma si trova alla guida di una Ferrari lanciata a 300 chilometri all’ora, il suo corpo non è più presente e la velocità sostituisce il pensiero. La velocità diventa ebbrezza e rimpiazza la mente. Non c’è più riflessione ma solo estasi.

Kundera dice ancora che “c’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto, cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi, invece, vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa, che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo”. Quindi il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria quanto il grado di velocità all’intensità dell’oblio. In altre parole la lentezza ci permette di ricordare mentre la velocità ci incita a dimenticare. Sembrerebbe, a questo punto, che la nostra società - che si è completamente abbandonata al demone della velocità ed è ossessionata dall’iperattivismo produttivo - non voglia fare altro che dimenticare e non pensare. Ma una società che non ha memoria non può avere un futuro. E per questo che oggi noi viviamo solo il presente e non abbiamo idea di come possa essere l’avvenire.
Ci affrettiamo senza sosta, ma nel contempo non sappiamo dove stiamo andando. Ma perché ogni nostra giornata deve essere inevitabilmente all’insegna della fretta e dell’ansia? Perché ci sottoponiamo quotidianamente a ritmi di vita sempre più intensi e snervanti? Essere inattivi, bighellonare, lasciare che il tempo scorra lento su di noi, oziare e, perché no, annoiarsi: sono tutte azioni che non sono apprezzate nella nostra società. E’  d’obbligo correre da un impegno all’altro. Restare invece a casa, lasciarsi assorbire da un buon libro, fare le cose con ritmi più umani e naturali, far scorrere il tempo standosene seduti sul terrazzo a prendere il sole o a coltivare i gerani….tutto ciò viene marchiato come inerzia, mancanza di iniziativa, inettitudine. Bisogna, invece, dare l’impressione di essere sempre attivi, efficienti, scattanti, impegnati.

La lentezza oggigiorno è considerata una brutta parola: sinonimo di indolenza, svogliatezza che non porta da nessuna parte e – secondo i cultori della velocità e degli ottimizzatori del tempo - non crea ricchezza, non genera progresso. Eppure è fondamentale per ristabilire i nostri ritmi naturali e per ritrovare le nostre pause quotidiane. Non riusciamo più a vivere secondo i cicli naturali ed abbiamo stravolto completamente il rapporto umano con il tempo. Un rapporto che andrebbe curato e regolato attraverso delle regole di comportamento più vicine alle esigenze naturali dell’uomo. Dovremmo ritornare a coltivare l’ozio, quale arte di saper ascoltare, riflettere, pensare, perché la velocità è nemica del nostro equilibrio psico-fisico. Ma andrebbe rivisto anche il rapporto con la natura, perché non possiamo sempre forzare e velocizzare la crescita delle piante e delle verdure. Non capisco perché dobbiamo mangiare le ciliegie a natale e le fragole a febbraio. Se vogliamo salvarci, è importante riscoprire la verità di quel vecchio adagio secondo il quale chi va piano, va sano e va lontano. Dobbiamo quindi cercare di vivere con lentezza, appropriandoci dei nostri tempi naturali a discapito della frenesia imperante e lottando contro chi vuole rubarci il nostro tempo.

lunedì 16 marzo 2015

Uno scrittore che appartiene a quella "provincia dell'intelligenza"



Non sono un acceso lettore di racconti brevi; piuttosto che leggere tante piccole storie raggruppate in un solo libro, preferisco il classico romanzo le cui vicende vengono dipanate attraverso una narrazione più complessa. Io penso che non tutti gli scrittori siano in grado di sintetizzare in poche pagine una storia, sappiano cioè delineare in così poco spazio dei personaggi e delle vicende tali da appassionare il lettore. Anche se il racconto breve può sembrare, apparentemente, una forma di scrittura più accessibile - soprattutto per chi, avendo qualche velleità letteraria, si avvicina per la prima volta alla parola scritta - io credo che se non si possiede il dono della sintesi, abbinato ad una grande capacità creativa, sia davvero molto difficile scrivere - in poche pagine - una storia che abbia una qualche valenza letteraria.

Il libriccino che ho appena finito di leggere - di poco più di 100 pagine, edito da Sellerio – fu scritto nel 1995 da Sebastiano Addamo, uno scrittore e poeta siciliano che appartiene a quella vasta schiera di autori “dimenticati” e quasi sconosciuti. Come spesso accade quando non si conosce un autore, sono rimasto colpito dal titolo “Non si fa mai giorno” che mi ha indotto prima a dargli un’occhiata in libreria e poi a comprarlo. E devo dire che non me ne sono affatto pentito perché il libro, strutturato in cinque brevi racconti, merita tutto il mio apprezzamento per la sua alta qualità letteraria. Credo che a volte sia davvero arduo, se non azzardato, parlare di certi libri così trascurati, quando le librerie – lo sappiamo bene - brulicano di tante novità editoriali e di autori cosiddetti “affermati”. Io però, lo ammetto, quest’ultimi non li digerisco e mi rifugio quasi sempre tra i grandi della letteratura o tra quelli un po’ “stagionati” che a mio avviso meriterebbero una giusta e diversa collocazione. Come Sebastiano Addamo, questo scrittore appartato che proveniva, come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia, da quella “provincia dell’intelligenza da dove spesso arrivano le pagine più suggestive e più capaci di trasportare per strade lontane e inattese”. E quella provincia era Catania, dove lo scrittore nacque nel 1925 e dove si spense all’età di 75 anni: provincia dell’intelligenza ma anche provincia sonnacchiosa e abitudinaria, dove non succedeva mai nulla di importante, anche perché, come dice un personaggio dei suoi racconti “non ci sono, in sé, cose importanti e cose non importanti, dato che gli eventi ci riguardano e noi siamo pur sempre la misura di tutto”.

I protagonisti di questi cinque racconti sono essenzialmente dei perdenti “davanti ai quali la vita passa come un fiume, e loro stanno sulla riva e si scostano se l’acqua li lambisce”. Come, in particolare, quel giudice “padrone delle sottigliezze della legge e degli uomini” descritto nel primo racconto, immerso sempre fra i suoi codici, il necessario spartiacque della sua esistenza, in piena crisi esistenziale e coniugale. Così come perdenti sono pure i quattro amici che ritroviamo nel secondo racconto intitolato “noia a Catania” - secondo me quello più illuminante - figli di quella provincia quasi del tutto scomparsa, con la sua quotidiana monotonia ed i suoi riti immutabili nel tempo. “…erano invecchiati adagio adagio, tra lavoro, casa, bar, facendo qualche figlio e riempiendo mucchi di registri. (…) Le abitudini s’erano impadronite di loro, e loro vi stavano acquattati come lucertole al sole, ciascuno nel proprio cantuccio, attento a non scalfire il ritmo dei giorni e degli anni, oppressi intanto e confortati da una reiterazione senza fine, e Catania si stendeva intorno a loro, era cresciuta mentre loro invecchiavano, caparbia e sonnolenta come la lava dei suoi palazzi, quella pietra nerastra e dura ma porosa di caldo e di salmastro”.

E perdente è anche quell’impiegato del racconto “il cuore della legge” che si ritrova per caso in mezzo ad una rapina in una gioielleria e, mentre scappa assieme al rapinatore, viene preso e processato suo malgrado. Perché il caso spesso “decide gli eventi, giunge inappuntabile e definitivo, quasi losco, scompiglia il giorno”.

Sono racconti che si possono leggere - così come riportato nella quarta di copertina del libro - alla maniera di “storie di orfani di una provincia che non c’è più: una crepa nella loro giornata li precipita dove mai avrebbero creduto”. E per loro non si fa mai giorno.

lunedì 9 marzo 2015

A chi giova l'ingresso gratuito nei musei?



A partire dal mese di luglio dello scorso anno è cambiato il sistema tariffario dei musei statali e dei siti archeologici, grazie ad un decreto del Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Dario Franceschini che prevede, tra l’altro, la possibilità di visitare musei e siti archeologici, gratuitamente, la prima domenica di ogni mese. Un’iniziativa che appare lodevole e degna di apprezzamento. E così, la prima domenica del corrente mese – dopo aver consultato la lista dei luoghi statali della cultura della mia città (abito a Roma) - ho voluto personalmente saggiare questa novità scegliendo – quale prima visita - la Galleria di Arte Antica ospitata all’interno di un palazzo magnifico, fatto costruire dalla potente famiglia Barberini quando salì al soglio papale, con il nome di Urbano VIII, il cardinale Maffeo Barberini. Un palazzo iniziato nel 1627 sotto la direzione dell’architetto Carlo Maderno, cui subentrò Gian Lorenzo Bernini nel 1629 con il contributo successivo del giovane Francesco Borromini.

Avevo già visitato anni addietro questo importante Museo – pagando allora un regolare biglietto – il cui percorso espositivo è articolato secondo una successione cronologica che tiene conto della varie scuole pittoriche e comprende le opere di alcuni dei più grandi artisti della nostra storia dell’arte: da Andrea del Sarto a Giovanni Baglione, dal Bronzino al Caravaggio, da Giulio Romano al Guercino, da Pietro da Cortona a Raffaello da Guido Reni a Tiziano. E tantissimi altri.

Mentre mi apprestavo ad entrare, risucchiato da una folla vociante simile ad un fiume in piena (diamo un’occhiata, tanto è gratis, l’ho sentito da alcuni che passavano per caso da quelle parti), mi è venuto da pensare a quanti sostengono che tutti i beni artistici ed architettonici del nostro Paese, ed in particolare i musei, dovrebbero essere offerti gratuitamente affinché il cittadino medio possa abituarsi all’arte e che tali luoghi, dove già è tanto se si entra una volta, ma raramente si torna, diventino spazi familiari e rientrino nelle abitudini di ognuno. Punti di vista rispettabili.

Comunque, vista la grande confusione che già si preannunciava nel giardino antistante il museo, mi chiedevo perché mai l’arte dovrebbe essere a sbafo  e la televisione pubblica, invece, debba avere un canone annuale. Chissà in base a quale logica la TV ha il compito di informare il cittadino, ma a pagamento, mentre l’arte dovrebbe forgiarlo culturalmente in forma gratuita. E così – con questi pensieri non in linea con i sostenitori del “tutto gratis” - dopo aver percorso l’elegante e maestosa scala elicoidale opera del Bernini, mi sono trovato al cospetto, al piano nobile, della più sfarzosa e monumentale sala del palazzo, la cui volta fu affrescata da Pietro da Cortona. Il mio rinnovato stupore per la bellezza di quel salone è stato pari alla incredulità che ho provato nel vedere così tanta gente lì assiepata che brandiva, contemporaneamente, un telefonino e anziché ammirare in silenzio, fotografava tutto ciò che c’era da guardare. Ma non solo. Di fronte alla “Betsabea al bagno” dipinto di Jacopo Zucchi, non sono mancate le battutacce sulle “grosse tette” della protagonista dell’opera e al cospetto del grande quadro di Caravaggio “Giuditta taglia la testa ad Oloferne” c’è stato chi non ha rinunciato all’ultima moda in fatto di fotografie: farsi un selfie. Tutto questo mentre intorno brulicava una folla più disposta a ridere e a scherzare che non ad osservare i capolavori per i quali si era lì riunita. Dopo oltre un’ora, sono uscito frastornato, ma non per la sindrome di Stendhal – che pure avrebbe potuto colpire qualche visitatore più sensibile in una situazione di normalità - ma per quel brusio e quel chiacchiericcio continuo che hanno accompagnato l’intera visita. Per quella calca disordinata e vociante, parte della quale non interessata affatto all’arte, che ha letteralmente invaso un luogo in cui, se non fosse stato per l’ingresso gratuito, non vi avrebbe messo mai piede.

Si dirà: l’arte appartiene a tutti e quindi bisogna dare la possibilità di conoscerla anche a coloro che non se la possono permettere pagando un biglietto. D’accordo! Anche se c’è chi è disposto a spendere centinaia e centinaia di euro per uno smartphone ultimo modello, o 50 euro allo stadio per una mediocre partita di calcio, ma si lamenta se deve sborsare 7 euro per un museo. In ogni caso, a prescindere da quelle che possono essere le reazioni emozionali di ognuno di noi di fronte alla “bellezza” – che nascono essenzialmente dal modo di pensare di chi guarda, dalla sua sensibilità, dai suoi principi morali e dalla sua cultura - non è pensabile che non si riesca a regolarizzare il grande afflusso di visitatori, in una giornata in cui l’entrata al museo è gratuita, quando anche alle poste viene regolato l’accesso agli sportelli  nelle ore di maggiore affluenza. Tutto ciò va naturalmente a discapito della qualità complessiva della visita che non sopporta l’affollamento: se ci sono di continuo persone che ti passano davanti non si riescono nemmeno a vedere i quadri esposti. E’ come andare ad un concerto dove la gente fa tanto di quel baccano da non poter sentire la musica.

E’ altrettanto evidente che l’arte non può essere offerta gratis: è come svilirla. Ha un suo valore anche economico che va preservato e rispettato. Altrimenti perché non consentire, una volta all’anno, il libero ingresso anche alla “prima” della stagione lirica al teatro della Scala di Milano? Perché lo Stato non regala un libro ogni anno a tutte le famiglie? Non sarebbe un modo per invogliare le persone a leggere? E’ chiaro che non è così che si eleva il livello culturale di un paese. Queste giornate dedicate alle visite museali gratuite, nonostante il successo di pubblico assicurato (noi italiani, si sa, corriamo a frotte dove se magna gratis, ma se dobbiamo mettere mano al portafogli, diventiamo inappetenti), secondo me non portano le persone a “vivere l’arte” nella giusta maniera ma costituiscono - per la maggior parte degli interessati - solo un pretesto per cambiare aria la domenica; e per il Ministro, che ha ideato la proposta, un facile e demagogico sistema per racimolare qualche consenso in più.

giovedì 5 marzo 2015

Chesil Beach



Chesil Beach è un romanzo di Ian McEwan, uno scrittore inglese che gode di molta popolarità anche in Italia. Lo regalai, tempo fa, ad una mia collega che lo apprezzò moltissimo. Devo dire che, per evitare brutte sorprese, difficilmente regalo un libro che io non abbia già letto. Ho la presunzione di pensare che se quel tale romanzo mi è piaciuto, possa interessare anche alla persona cui è diretto, conoscendo un po’ le curiosità culturali della stessa. D’altra parte, sarebbe come consigliare ad un amico la visione di un film, senza averlo visto, o elogiare la prelibatezza di un piatto culinario, senza prima averlo assaggiato. Chesil Beach è un piccolo gioiello della letteratura dei nostri tempi (anche se il titolo lo trovo brutto), perché attraverso una prosa leggera e piacevole - nonostante un finale alquanto triste - sa coinvolgere emotivamente il lettore, con descrizioni acute e dettagliate dell’animo dei suoi personaggi.

Non tutti gli scrittori sono capaci di descrivere l’amore e il dramma di una vicenda sentimentale che vede protagonisti - nell’arco di tempo di poche ore, in un antiquato hotel vicino alla spiaggia di ciottoli di Chesil Beach - due giovani sposi digiuni di esperienze sessuali, nell’Inghilterra degli anni sessanta. Ebbene McEwan, con uno stile personalissimo, è riuscito perfettamente a raccontare questa storia che è insieme un contenitore di tensioni emotive e di aspettative erotiche. Ma è anche la vicenda di una breve e fallimentare esperienza amorosa, vissuta con apprensione dai due giovani protagonisti, prima di coricarsi sul letto a baldacchino e consumare la loro prima notte di matrimonio.

Un libro godibile che affronta il tema, sempre molto attuale, dell’incomunicabilità di coppia, dove l’amore tra gli sposi non riesce a superare le convenzioni sociali e le aspettative deluse, dove i veri protagonisti sono le parole non dette e le situazioni non affrontate. E allora dopo il “pasticcio” di quella prima notte, come lo chiamano entrambi, avvertiamo immediatamente il precipitare della situazione e ci chiediamo come sia possibile che due innamorati come Florence ed Edward, legati da un sentimento di amore fortissimo, possano fermarsi e bloccarsi dinanzi a un banale e spesso ricorrente “incidente” di percorso.