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venerdì 9 ottobre 2015

Alla scoperta dei luoghi del silenzio



Pur vivendo in una grande città come Roma – ricca di storia, ma anche soffocata dal rumore del traffico sempre più caotico - sono in continua fuga proprio da quei luoghi molto frequentati e rumorosi, sempre alla ricerca di spazi più vivibili e silenziosi. E devo dire che - anche tra le mura della città eterna - a volte basta svoltare un angolo, percorrere una stradina secondaria e poco frequentata, per trovarsi all’improvviso in un altro mondo, in un’oasi di pace e di tranquillità, dove magari una piccola chiesa, un convento, un antico e nobile palazzo o solo una suggestiva piazzetta con al centro una fontanella, ti invitano alla lentezza, alla serenità, alla contemplazione. E’ noto che chi viene in visita a Roma, in maniera frettolosa e solo per qualche giorno, finisce quasi sempre per aggirarsi nei soliti posti superaffollati (Fontana di Trevi, Piazza Navona, Piazza di Spagna, il Colosseo…), visitando i monumenti più noti e tralasciando alcune bellezze e taluni scorci urbani che da soli meriterebbero una visita approfondita. E’ pur vero, però, che se certi posti conservano ancora il loro fascino, è perché non vengono letteralmente invasi da orde di turisti rubicondi, scortati come un gregge di pecore da una guida che agita un ombrellino alla testa del gruppo. Tuttavia, senza essere tacciati di snobismo, chiunque voglia osservare il fenomeno con un po’ di spirito critico, non può non considerare che frequentando in massa lo stesso luogo, si finisce per distruggerlo in poco tempo. Questo vale per le città d’arte ma anche per le località di mare.
Dicevo che mi piace “scoprire”, durante le mie solitarie passeggiate romane, spazi alternativi rispetto a quelli maggiormente frequentati, per poter godere di rilassanti momenti di silenzio che almeno in una grande città sembrano definitivamente scomparsi. E così l’altro giorno sono ritornato al Monastero dei Santi Quattro Coronati, annesso alla omonima Basilica paleocristiana risalente al V secolo, il cui complesso monumentale si trova incastonato tra Piazza S. Giovanni ed il Colosseo, sede fin dal 1564 di una comunità di monache agostiniane. Il luogo – che è dedicato, secondo la leggenda, ai “quattro scalpellini cristiani messi a morte sotto Diocleziano per essersi rifiutati di scolpire idoli pagani” - è raggiungibile attraverso una stradina fin troppo silenziosa, visto il traffico di macchine che gravita intorno alla zona, che parte da piazza S. Giovanni in Laterano e sfocia in una deliziosa piazzetta proprio davanti al complesso monastico, sormontato da una enorme torre quadrata. L’imponente struttura, che comprende non solo la basilica ma anche altri ambienti religiosi e residenziali, fu utilizzata nel Medioevo come fortezza papale a guardia del Palazzo Lateranense e nel corso dei secoli ha subito diverse trasformazioni ed interventi di restauro.

Non appena ho oltrepassato il portone d’ingresso, mi sono trovato immerso in una suggestiva atmosfera medioevale; ho attraversato due cortili esterni comunicanti, dove il tempo sembrava essersi fermato e, prima di entrare nella Basilica, mi sono lasciato attrarre da un luogo di autentica bellezza che ispira sentimenti di grande spiritualità: l’Oratorio di S. Silvestro.
 
In forma rettangolare, la cappella presenta un pavimento in stile cosmatesco e un soffitto a botte, le cui pareti sono abbellite da pregevoli affreschi duecenteschi in stile bizantino, raffiguranti le storie di Papa Silvestro e dell’imperatore Costantino. Poi sono entrato nella chiesa che presenta tre navate abbracciate dalla sua maestosa abside, unico esempio in tutta Roma. A quell’ora non c’era nessun altro visitatore: solo una monaca, che sembrava uscita da un dipinto del ‘600, in un angolo poco illuminato diffondeva musica sacra suonando un organo, le cui note rendevano ancora più mistico e suggestivo il luogo in cui mi trovavo. Da una porticina della navata sinistra mi sono affacciato nel meraviglioso chiostro, risalente alla prima metà del XIII secolo.
 
Si tratta, come scrive Lia Barelli nella storia del convento, “di uno splendido esempio di quella che viene definita architettura 'cosmatesca', dal nome di una delle principali famiglie di scultori-architetti operanti a Roma tra XII e XIII secolo, i Cosmati”. Quando mi trovo in un luogo come questo – dove “chiuso e aperto” convivono in splendida sintonia - al centro del quale si leva una preziosa fontana di marmo “probabilmente dell’XI secolo”, dove l’acqua zampilla, circondato da un luminoso giardino, ebbene confesso che non smetterei mai di passeggiare lungo il suo porticato che lo cinge in un morbido abbraccio. Immerso nella solitudine e nel silenzio - come una sorta di monaco laico - mi sono soffermato a lungo in quel chiostro, così lontano dal rumore della città e dalle miserie umane. Un luogo che eleva l’animo verso la spiritualità, che fa comprendere la bellezza dell’arte, che stimola la ricerca di un’armonia verso se stessi e gli altri. E invita alla riflessione, alla calma interiore, all’amore per la vita. Ma noi, imbrigliati dalla frenesia quotidiana che in maniera così crudele contraddistingue e degrada il nostro tempo, sommersi dai rumori di sottofondo, non ci accorgiamo che stiamo perdendo una dimensione fondamentale della nostra esistenza che ci permette di pensare e di ascoltare: il silenzio. Dopo circa un’ora di permanenza in quel “mondo”, sono uscito: ero più sereno. Pronto ad affrontare il caos della città che faceva sentire forte il suo ruggito.

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