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martedì 15 settembre 2015

Prigionieri di troppi fantasmi: splendore e declino di una nobile famiglia del passato


Jean d’Ormesson è un famoso scrittore e giornalista francese di 90 anni (è nato a Parigi nel 1925). Figlio di un diplomatico, ex segretario generale dell’Unesco ed ex direttore de Le Figaro, Jean d’O, come viene soprannominato, fu eletto tra gli immortali della Académie francaise nel 1973 a soli 48 anni, il più giovane di sempre, record rimasto finora imbattuto. Ha vissuto la sua giovinezza nello splendido castello di Saint-Fargeau, nella Borgogna, che fa da sfondo al suo libro più noto “a Dio piacendo, la cui lettura mi ha fortemente coinvolto durante l’ estate appena trascorsa.


Mi sento di dire che è un romanzo di rara bellezza (di oltre 500 pagine), entrato prepotentemente tra i miei preferiti, tant’è che a fine lettura ero quasi tentato di ricominciare dall’inizio. Un libro di memorie e di confessioni, un saggio storico, un testamento spirituale, un diario intimo: l’opera è tutto questo, inserita in un periodo storico di circa 70 anni, a partire dagli inizi del ‘900. La voce narrante - probabilmente l’alter ego dello scrittore - è quella di uno degli ultimi discendenti di una delle più blasonate dinastie d’Europa, il quale sul filo dei ricordi ci parla dell’ascesa e del declino della sua famiglia, a cui lui appartiene e alla quale si sente profondamente legato.

La cosa che più mi ha colpito, leggendo questo libro, è il culto della famiglia che traspare in tutta la narrazione, le cui origini, al pari del suo patrimonio, provenivano dalla notte dei tempi: l’avventura era iniziata in Terrasanta, con il vecchio Eléazar “maresciallo della fede e dell’esercito di Dio”, e finiva circa 9 secoli più tardi, nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con l’avvento della modernità. Una famiglia che si riconosceva nella superiorità un po’ orgogliosa dei greci e dei romani, in seguito imparentata con le teste coronate di mezza Europa, i cui membri avevano conosciuto e intrecciato rapporti con condottieri e ambasciatori, ministri e capi di stato, papi e cardinali, vescovi e santi. E altrettanti ne avevano forniti alla stessa chiesa. Una famiglia abituata e immersa nel “sacro”, un sentimento questo che dominava la vita di tutti i suoi componenti: in primis la fedeltà al re (almeno fino a quando ce n’era stato uno) ed al Santo Padre. Era inoltre sacro il matrimonio visto come unione tra passione e interesse, tra corpo e spirito; era sacra la famiglia, nata nel matrimonio e intesa come un gioco di squadra dove le imprese personali tornavano sempre e soltanto a vantaggio del gruppo, un gioco dove bisognava  vincere tutti insieme e ciascuno era l’anello di una lunga catena; e poi erano sacri i riti immutabili della vita di tutti i giorni quali la messa all’interno della cappella di famiglia, i pranzi e le discussioni intorno al grande tavolo di pietra ai piedi del castello, all’ombra dei vecchi tigli, le passeggiate nel parco, le soste lungo lo stagno, i balli nei saloni affrescati, le feste di compleanno. Ed erano sacre le idee, i libri, i morti per la fede e per la patria, e poi il pane e i poveri, quest’ultimi in un duplice senso: “bisognava che ci fossero e bisognava amarli”. Una famiglia che provava nei confronti di tutti una cortesia disarmante e trattava con identica deferenza e garbo sia un vescovo che un guardiano o un fattore delle loro terre. Una famiglia che non viaggiava mai, dal tempo delle crociate, perché “negli spostamenti c’era qualcosa di convulso e di impercettibilmente volgare”, che conduceva un’esistenza “squisitamente poetica” persuasa che il suo nome fosse al centro dell’universo, che disprezzava il denaro nonostante ne avesse tanto e che nessuno “avrebbe mai avuto la sfrontatezza di parlarne. Né naturalmente di guadagnarne”. Perché il denaro non proveniva né dall’industria, né dal commercio né dai giochi di borsa o da altre attività mercantili, ma derivava esclusivamente dalla terra e dalle case, dalle foreste e dalle pietre, per arrivare, poi, tra le mani dell’ amministratore, “di dove poi usciva sotto le specie dei cocchieri, dei domestici, dei cuochi, dei giardinieri”.

“Era così semplice essere ricchi” – afferma la voce narrante. E tutto ciò piaceva a Dio. Au plaisir de Dieu era il motto di famiglia. Esisteva una sorta di ordine naturale delle cose, di sistema voluto da Dio, non dagli uomini. E di questo sistema ne beneficiava “la famiglia”.

Un mondo, quello che ci viene descritto dal narratore, che teneva gli occhi fissi sul passato, per paura che di colpo si cancellasse, si dissolvesse; prigionieri dei propri fantasmi, i discendenti di questa antica dinastia vivevano in un universo chiuso, circondato da barriere insormontabili e inamovibili e protetti da alcune certezze: la monarchia (finché è durata) e la chiesa, la famiglia e il matrimonio, la terra e il castello di Plessis-lez-Vaudreuil. Quest’ultimo, con le sue 365 stanze, con il suo parco di alberi secolari e la sua enorme biblioteca, con i suoi mobili pregiati e i suoi quadri che celebravano gli antenati dei secoli passati, era il centro della loro vita, del loro potere, testimone della loro grandezza e del loro splendido passato. Con i suoi mattoni rosa e il suo tetto nero d’ardesia, era un’isola circondata dal tempo che inesorabilmente avanzava e corrodeva tutto al suo passaggio. E frantumava un poco alla volta tutta l’impalcatura su cui si reggeva.

 

E una tale famiglia, con le sue belle maniere, con la sua educazione, con la sua simpatia per gli artigiani, per i vasai, per gli impagliatori di sedie, con il suo disprezzo per il denaro e per il lavoro, con il suo amore per la terra e per il passato, in un mondo lanciato a tutta velocità verso un avvenire in cui gli alberi e i cavalli e la terra e la pazienza e la lentezza e il rispetto venivano espulsi in partenza, era condannata inesorabilmente a soccombere, a estinguersi. Per secoli si era opposta alla borghesia perché si sentiva più vicina ai soldati, agli artigiani e soprattutto ai contadini. Il rispetto della natura, il timore per qualsiasi cambiamento, la sottomissione alla Chiesa, la diffidenza per le macchine e l’ostilità per il denaro e le merci aveva reso i suoi membri diversi dai borghesi. Ma il tempo e gli eventi stavano logorando lentamente le basi di quel mondo. Dopo secoli di grandezza e di orgoglio familiare, i discendenti di coloro che disprezzavano i borghesi finivano per sprofondare nella vanità e diventare essi stessi borghesi. E tutto ciò che questa famiglia aveva realizzato “alla corte di Vienna e di Versailles, nei salotti di Londra e di Roma, negli accampamenti militari e sui campi di battaglia, nei conventi e nelle cattedrali, sulla maggior parte dei mari del mondo, si allontanava a grandi passi…”

Tantissimi sono i personaggi, uomini e donne, che vediamo sfilare lungo le pagine di questo libro. Tra tutti spicca la figura del nonno, solenne e intransigente patriarca che detestava la modernità e il progresso e credeva solo nel passato, il quale era stato non soltanto il capo, ma il centro di questa grande famiglia, morto alle soglie dei cent’anni.

Un libro semplice e complesso, nello stesso tempo, e nessuna recensione ma solo la sua lettura può rendere giustizia al fascino di un racconto velato di dolce e struggente malinconia, fonte di riflessioni su alcuni grandi temi come il tempo, la storia, la felicità, il denaro, la morte, la modernità. E la famiglia, naturalmente. Per finire, mi piace riportare di seguito qualche stralcio finale del libro:
 
“ Non eravamo dei santi. Non eravamo dei geni. Non sono nemmeno sicuro che, noi che avevamo quasi tutto, abbiamo vissuto bene quanto avremmo potuto e dovuto. Avremmo potuto essere liberi, più divertenti, più felici. Avremmo dovuto avere più generosità, più cuore e intelligenza, più fantasia, più talento. Eravamo, spero di averlo fatto capire, prigionieri di troppi fantasmi. Altri, in questo secolo e nel secolo precedente, avranno mostrato il futuro. Noi mostravamo soltanto il passato. Altri avranno brillato per il mondo. Noi brillavamo soltanto per noi stessi. (…) Quel che mi sono proposto di fare è, per la verità, abbastanza semplice: ho cercato di dipingere la lotta di ciò che si ostina a restare stabile contro le fluttuazioni della moda, del progresso e del tempo, e il trionfo del tempo sulla nostra eternità. (…) Credete che non sappia che ho vissuto nei privilegi e che il mondo che evoco non stava dalla parte dell’ombra, ma del sole? Credete che non sappia che molti altri sono fuggiti dal passato come da un incubo detestato? (…) Nel passato non vedo un modello per l’avvenire. La moglie di Lot fu trasformata in statua di sale proprio perché guardava indietro. Ma nel passato non vedo nemmeno quella abominazione delle abominazioni che bisogna distruggere e dimenticare per costruire in sua vece le cittadelle della felicità. Abbiamo visto di peggio di Sodoma e Gomorra. Immagino che molti cercheranno anche, ma invano, di evadere dall’avvenire. Vedremo, quando anche questo futuro sarà diventato passato, se avrà un aspetto più bello dei nostri giorni scomparsi. (…) Per molto tempo la nostra follia è consistita nel non vedere che il passato non aveva altro senso che quello di servire il futuro (…) I figli naturalmente, sono la morte dei genitori. Ma discendono da essi. Li uccidono, ma li continuano. A mio nipote auguro molte cose, ma forse soprattutto questa: di saper conciliare dentro di sé passato e futuro. Passato e futuro non hanno mai mostrato tanta ostilità reciproca come oggi. Io ho evocato un passato che si dissolve giorno per giorno. Il futuro non ha bisogno di me: saprà fare da solo, con l’aiuto di altri. Ma il domani, proprio perché c’è una storia, è legato all’ieri. Passato e futuro non s’ignorino! Si ricordino che anche il futuro un giorno diventerà passato. Non lascino che il tempo distrugga l’eternità. (…)

6 commenti:

  1. è sparito il mio commento!
    ti dicevo che le tue recensioni sono così curate e appassionate che è un piacere leggerle anche quando il libro segnalato non rientra nei miei principali interessi.
    ciao,
    ml

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    1. Che strano! il tuo commento mi è arrivato via mail, ma non è apparso qui. Ti ringrazio comunque per le belle parole: sei di una squisita gentilezza. :-)Ciao

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  2. Ottimo suggerimento, mi pare.
    Anche perché, e faccio di nuovo "mia culpa", non conosco questo scrittore.

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  3. mi piacciono le saghe familiari!

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    1. E allora, Silvia, questo è il libro che fa per te :-)

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