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domenica 30 marzo 2014

La felicità la ritroviamo in un retrobottega


A proposito di felicità il grande Totò scriveva:

Vurria sapè ched’è chesta parola,
vurria sapè che vvò significa.
Sarrà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,
ma chi ll’ha ‘ntiso maje annummenà.

 Non credo serva la traduzione per capire il significato di queste parole bellissime impregnate, però, di tristezza; evocano tempi passati, ristrettezze economiche, misera e privazioni. Eppure, la poesia riesce a sublimare quei momenti. E ci rende felici. Se per Totò la felicità era difficile da trovare, per Trilussa, invece, bastava accontentarsi di poco per afferrarla; egli infatti ci ricordava che

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

Ma che cos’è davvero la felicità? Cosa ci rende felici?

Ognuno di noi potrebbe dare una risposta, spesso legata alle sensazioni di quel momento, ad un particolare avvenimento che noi consideriamo importante, ad un nostro stato d’animo, ad un ricordo piacevole, alle emozioni che sa trasmetterci una persona.

Eppure, oggi noi rincorriamo spasmodicamente solo quella felicità opaca e passiva fatta di cose, di oggetti, che ci rendono sempre più spaesati e insoddisfatti. Consumiamo tutto in fretta: oggetti nuovissimi diventano obsoleti prima del tempo. Non riusciamo più ad affezionarci alle cose; consumiamo in fretta anche i sentimenti, le relazioni umane. E ciò riguarda non solo i rapporti di coppia, ma anche quelli tra genitori e figli. La dinamica dell’usa e getta, propria di una società consumistica e globalizzata, ormai si è impadronita di tutti noi.

Siamo sempre alla ricerca di un piacere spesso irrealizzabile, di un qualcosa che ci faccia uscire da quell’inquietudine grigia che si prova nella ripetitività del quotidiano, siamo sempre portati a cercare quella felicità nella realtà che ci circonda e soprattutto negli altri. Crediamo che gli altri (la moglie, il marito, l’amico, l’amante...ma anche l’ultimo modello di telefonino, internet, ecc.) possano renderci felici, possano liberarci da quelle pene che teniamo nascoste nel nostro animo. Non pensiamo che spesso la felicità sta in noi stessi e che dentro di noi dobbiamo cercarla.

E allora affidiamoci qualche volta alle parole dei filosofi. Diceva Michel de Montagne che “..bisogna avere donne, figli, beni e soprattutto salute, se si può; ma non bisogna attaccarvisi in modo che la nostra felicità ne dipenda; bisogna riservarsi un retrobottega tutto proprio, tutto indipendente, in cui possa riporsi la nostra vera libertà e il nostro principale e solitario rifugio”.

 

 

venerdì 28 marzo 2014

L'uomo calvo: un essere divino



Non ho mai avuto dubbi sulla superiorità degli uomini calvi rispetto a quelli capelluti…. ( non ridete!! ) e la conferma mi viene data da un filosofo del 370 d.c., Sinesio di Cirene il quale così scriveva:

“….se ti capita di vedere una testa perfettamente “sgusciata”, stà pur certo che lì si è insidiato il senno: anzi considera quella testa come un tempio di Dio.

Sfere perfette sono il sole, la luna, gli astri, le stelle e i pianeti: hanno tutti la stessa forma, dal più grande al più piccolo; e che cosa c’è di più calvo di una sfera? Che cosa anzi di più divino?

L’organo della vista è poi di tutti il più divino e, di conseguenza, il più glabro. E se di un uomo le parti più nobili sono le meno pelose, dobbiamo aspettarci che meno pelosi siano anche gli individui migliori della nostra specie.

Insomma, il genere umano è tanto più distante dalla natura ferina quanto più è privo di peli. E se è vero, come è vero, che l’uomo è fra tutte le creature la più divina, fra gli uomini che hanno avuto la fortuna di perdere i capelli, l’individuo completamente calvo è in assoluto l’essere più divino sulla terra”

 

 

lunedì 24 marzo 2014

RECENSIONE: "Un eremo non è un guscio di lumaca" di Adriana Zarri (1919-2010)



Adriana Zarri, teologa e scrittrice, era una donna molto scomoda – sotto certi aspetti fastidiosa - almeno per la gerarchia ecclesiastica. Durante la sua lunga vita – è morta a 91 anni – portò avanti tantissime battaglie civili, quali l’aborto, il divorzio (era peraltro contraria al celibato del clero), in pieno contrasto con le posizioni ufficiali della chiesa cattolica. Era una donna libera che non aveva paura di esporsi a difesa delle sue idee e dei suoi principi. Non aveva mai praticato l’arrendevolezza: preferiva legare l’asino dove meglio credeva, anziché legarlo dove voleva il padrone. Decise, ad un certo punto della sua vita, di vivere in solitudine. E questa esperienza di vita eremitica, vissuta in una cascina sulle colline attorno ad Ivrea, l’ha raccontata in questo bel libro.

Quando si pensa all’eremita, inevitabilmente affiorano alcuni pregiudizi duri a morire: si ritiene che il soggetto sia un asociale, che abbia paura della vita e allora non fa che chiudersi in un suo mondo, al riparo dalle difficoltà. Ma non è così. Scrive la Zarri che un eremita “non è un misantropo inavvicinabile, non è nemmeno necessariamente un recluso che non possa, di tanto in tanto, muoversi e incontrarsi con la gente, che non possa soprattutto ricevere chi venga a condividere qualche ora della sua solitudine e a fargli dono della sua amicizia. L’eremita è semplicemente uno che sceglie di vivere da solo perché nella solitudine ha il suo momento privilegiato d’incontro”. Ecco l’incontro si può avere solo in solitudine: l’incontro con gli uomini, l’incontro con Dio e con la preghiera e l’incontro con la scrittura. Si, perché quando si scrive si sta in solitudine e quindi, in qualche maniera, la scrittura è anch’essa eremitica, consente un incontro con la pagina bianca e la pagina bianca “è una sorta di tacito deserto che va fiorendo di parole”.

Con questa esperienza eremitica - da monaca laica - la Zarri ha inteso anche contestare il nostro mondo che si fonda essenzialmente sull’ arrivismo e sul carrierismo, che predilige gli arrampicamenti sociali, calpestando magari i diritti delle classi più deboli. Ha inteso sottolineare alcuni valori sociali che oggigiorno sembrano completamente dimenticati come il silenzio, il rispetto della natura e la preghiera, intesa - per un non credente – quale momento di ascolto interiore.

Per la Zarri un eremo non è un guscio di lumaca: e lei non vi si è rinchiusa, ma ha solo scelto di vivere in piena libertà, lontana dal clamore, lottando contro quella falsa retorica dello “stare insieme”, che vede i solitari come persone individualiste, nemici del vivere sociale. Ma il singolo, affinché possa acquistare una sua autonomia di pensiero e di giudizio che gli consenta di inserirsi nella comunità senza “affogarvi dentro”, ha bisogno di uno spazio di silenzio che gli permetta di non essere plagiato dal gruppo e da quei persuasori occulti che a volte si annidano nei mass media. “Silenzio e solitudine sono valori ineludibili” afferma la teologa; ma la cosa più interessante è che in ciascuno di noi “c’è una valenza monastica che attende d’essere tratta in superficie e sviluppata secondo le varie vocazioni”.

Non mancano, in questo libro, le frecciate alla Chiesa, quando l’accusa di essere rimasta ingabbiata nella trappola dell’efficientismo dominante e di avere quasi smarrito il senso vero della contemplazione.

Consiglio vivamente questo libro a chi oggi va sempre di fretta; a chi è convinto che i soldi siano l’unico valore in cui credere; a chi pensa che la solitudine sia un isolamento e un tagliarsi fuori e non, invece, un vivere dentro, percorsa da voci e animata di presenze. Lo consiglio a chi si fa possedere dalle cose, anziché possederle; a chi si lascia stordire dal rumore, dimenticando che il silenzio “contiene ogni possibile parola”. Lo consiglio a chi vuole coltivare l’ “otium” - come l’ha coltivato per tutta la vita questa grande testimone dei nostri tempi – quell’otium che è “continuo stupore delle cose, continua sorpresa del mondo, continua scoperta della vita”.

venerdì 21 marzo 2014

Telefono ergo sum



Ve la ricordate quella locuzione latina “cogito ergo sum” che letteralmente significa “penso dunque sono”? La pronunciò Cartesio più di 400 anni fa. Il filosofo francese sosteneva che l’uomo è sicuro di esistere in quanto è un soggetto che dubita e quindi, avendo la capacità di dubitare, egli pensa. Se fosse vissuto nella nostra epoca ed avesse avuto la possibilità di osservare come si comporta oggi la gente per strada, avrebbe sicuramente affermato: “telefono, ergo sum”.

Ai nostri giorni l’uomo esiste in quanto telefona, non in quanto pensa. Se uno non ha nulla da dire, dovrebbe stare zitto, dovrebbe osservare il silenzio: invece no. Telefona.

Mi viene da pensare che quando il cellulare non esisteva (solo una ventina di anni fa) l’idiota non era facilmente riconoscibile: si, perché non avendo la possibilità di esternare pubblicamente il suo pensiero, il silenzio lo copriva, lo rendeva non facilmente identificabile.

Il telefonino l’ha smascherato, l’ha reso visibile.

Lui telefona per appartenere al mondo e per sentirsi vivo. Telefona per esprimere il suo amore alla sua donna, attento però che intorno a sé abbia molti ascoltatori. Urla per riferire il suo sdegno contro quell’arbitro cornuto che non ha concesso “un rigore netto” alla sua squadra del cuore e per avvertire la moglie che sta arrivando, si trova a pochi metri da casa, e che buttasse pure la pasta. Telefona sempre con un occhio al suo uditorio, per affermare la sua autorevolezza e per richiamare l’attenzione su di sé, come se fosse un diritto/dovere farsi sentire. La sua enfasi è in funzione degli ascoltatori: se è colpito da una bella ragazza, diventa una modalità per conquistarla, dicendo magari che ha appena comprato una Ferrari; se vuole darsi una certa importanza, dice che si farà sentire al prossimo consiglio di amministrazione. Ho sentito uno dire che non andava di corpo neanche con il clistere (giuro! ) e che detestava la pizza alle quattro stagioni. Telefona sempre a chi sta lontano, ma le sue parole sono rivolte soprattutto a chi sta vicino.

E chi gli sta vicino è costretto ad ascoltare queste memorabili conversazioni, a subire senza possibilità di scampo un supplizio senza fine. Ma la cosa buffa è che, chi appare seccato per la telefonata del vicino, appena squilla il suo apparecchio telefonico si comporta allo stesso modo, dimenticando il fastidio che aveva provato prima ed incurante del disturbo che a sua volta arreca. Vittime e carnefici, controllati e controllori si scambiano i ruoli. Quelli che prima subivano la telefonata dell’altro, si vendicano telefonando, anzi urlando.

L’uomo oggi ama farsi sentire perché altrimenti ha l’impressione di non esistere. Con un telefonino in mano si è vivi, si è in contatto con il mondo e si può comunicare, contemporaneamente, con un interlocutore lontano e con tanti vicini, si può andare su internet, si possono inviare e ricevere e-mail, si può fare tutto. E’ una protesi che si indossa ogni mattina, appena si esce di casa. E’ la droga del terzo millennio: smartphone, iphone, tablet e chi più ne ha più ne metta. E come tutte le droghe, genera dipendenza. Si ha paura di essere tagliati fuori da questa comunicazione continua e incessante, si va in fibrillazione quando si dimentica il cellulare o si teme di averlo perso. E poi quella smania di controllarlo continuamente in cerca di notizie, messaggi, chiamate perse, pagine facebook.

E’ uno strumento rivoluzionario che è entrato in noi, ci condiziona, ci modifica, ci rende diversi. Da esseri umani ci ha reso esseri digitali. Non escludo che nel futuro venga impiantato sotto pelle ai nascituri. E allora chissà se – nell’ascoltare il vagito di un bambino appena nato – non sorga un dubbio: ma sarà la sua prima manifestazione di gioia alla vita, o la suoneria del suo telefonino che annuncia il primo messaggino di auguri del gestore di telefonia mobile?

giovedì 20 marzo 2014

Il treno, metafora della separazione




“....Ero eccitato perché non ero mai stato alla stazione e volevo vedere i treni da vicino. Fino a quel momento i treni li avevo visti passare soltanto in lontananza, dalla finestra della cucina della casa di mia nonna in campagna. La nonna abitava in collina, a meno di duecento metri in linea d’aria dalla strada ferrata; così, quando andavamo da lei la domenica, io mi affacciavo alla finestra della cucina per guardare i treni che circolavano nella vallata. La nonna conosceva a memoria gli orari di passaggio e li aveva addirittura segnati su un piccolo foglietto appeso vicino al calendario, apposta per me. Ma a me quel foglio non serviva: avevo imparato anch’io a memoria gli orari di passaggio, perché dopotutto era quella la mia occupazione domenicale preferita. Dei treni avevo un’idea vaga, lontana, filtrata dal vetro della finestra. Erano per me come lunghi serpenti di metallo, freddi e lucidi; non riuscivo ad immaginare che potessero contenere delle persone.
Facevo mille domande a mio padre, in attesa che il treno arrivasse per portarlo via. Il suo viso era tirato e stanco, ma rispondeva lo stesso anche a quelle più sciocche, sempre. Scherzava, dandomi risposte bizzarre o sconclusionate. E io gli facevo domande a raffica solo per sentirlo parlare, per sentirlo vicino. Quando percepii distintamente la preoccupazione nella sua voce, però, decisi che non era il caso di fargliene più. Mi parve addirittura più vecchio, con le rughe che si spandevano sulla fronte e poi si raccoglievano in vertigini.
Bastò quella grigia giornata a far svanire la passione della mia infanzia. Il primo incontro ravvicinato coi treni fu traumatico e sufficiente a mutare la mia eccitazione in terrore. Fui assai stupito di scoprire che i treni, visti da vicino, mi spaventavano: arrivavano sferragliando e scuotendo la terra e il cielo, vomitando fumo e acqua, ingoiando le persone. Duri tubi di metallo, luccicanti, avvolgenti, rumorosi. Ne ebbi paura. In tutto ciò che piace c’è sempre un lato che ci intimorisce; esso resta nascosto, intangibile, finché le vicende e l’esperienza non lo fanno uscire fuori. Allora mutiamo il nostro atteggiamento: ciò che ci piaceva prima, diventa per noi fonte di angoscia. E quel giorno, nella mia mente, senza volerlo, associai il treno con la partenza di mio padre. Il treno me lo portava via, verso quel luogo più trascendente che reale che avevo sempre sentito chiamare “su in Svizzera”: non poteva perciò che essere cattivo, quasi demoniaco, il mostro delle fiabe...”

(tratto dal romanzo “Percezione dell’inverno”
di Alfonso Cernelli)

mercoledì 19 marzo 2014

RECENSIONE: "A proposito di donne" di Isabella Coluzzi



Ho letto, con molta curiosità, il libro “A proposito di donne”  scritto da una scrittrice esordiente e non potevo astenermi dal fare la mia personale riflessione sulla sua opera letteraria, così come faccio ad ogni felice lettura portata a termine.

Ai tanti libri che ci parlano delle donne - scritti da donne - le cui storie sono state raccontate nella nostra letteratura passata e presente, si aggiungono anche questi racconti brevi, frutto del suo esordio letterario, elaborati con  leggerezza e garbo, con fantasia e sentimento, con passione e sensibilità. Una sensibilità, direi, tutta femminile.

Le donne che troviamo nei 13 racconti - diverse eppure eguali tra di loro - sono interessate da un sentimento comune di “amore” e tutte si interrogano sul proprio vissuto per cercarne il senso, anche attraverso un singolo episodio caratterizzante la propria esistenza. Attraverso un racconto intriso di sensibilità, ma anche velato di leggera sofferenza e nostalgia - con uno sguardo autobiografico introspettivo molto forte -  il libro affronta i diversi momenti del percorso di crescita e di maturità delle protagoniste.

Questi racconti ripongono al centro dell’attenzione la donna in tutte le sue componenti psico-fisiche; sono tanti tasselli che vengono incuneati, completando un mosaico fatto di storie, di emozioni e di sentimenti da cui emerge l’universo femminile nei suoi innumerevoli aspetti. Anche se, devo dire, si ha l’impressione che sia sempre la stessa donna che racconta e si racconta, seppure con nomi diversi e in situazioni differenti.

La scrittrice produce un tipo di “scrittura al femminile”, a volte dai risvolti narrativi un po’ scontati, attenta, comunque, ad ogni piccolo sconvolgimento interiore dei suoi personaggi, attraverso la costruzione di immagini di donne che, seppure nate dalla sua immaginazione, riflettono in qualche maniera i tratti della sua anima e della sua personalità. Una scrittura al femminile che predilige storie romantiche, con infatuazioni e delusioni, slanci passionali e cinici distacchi, sogni infranti e desideri inappagati. Una scrittura al femminile caratterizzata da uno spiccato e compiaciuto sentimentalismo, a volte  un pò sdolcinato e ingenuo. Una scrittura in cui pone sempre al centro dell’attenzione il sentimento dell’amore in tutte le sue sfaccettature, tra il sogno e la realtà, in una continua ricerca di verità, in cui l’amore di volta in volta veste i panni della passione erotica e del rapporto matrimoniale... dell’abbandono e del tradimento...dell’amicizia e del colpevole tormento interiore.

In questa simbolica narrazione, si  innestano le varie figure di donne, attraverso le quali l’autrice cerca sempre di esaltare la bellezza in tutte le accezioni del termine : bellezza di un corpo...bellezza di un paesaggio...bellezza di un sentimento....bellezza di una sensazione. E senza dimenticare che il destino a volte è ingrato, soprattutto quando “la bellezza”, quella fisica, viene aggredita inesorabilmente dalla malattia e dalla sofferenza.

domenica 16 marzo 2014

Quando la bellezza opprime



Oggi viviamo in una società in cui l’idea di “bellezza”, intesa nel suo significato oggettivo, è entrata in crisi. Non riusciamo più a produrre cose belle, come succedeva nel passato.

Si racconta che lo scrittore francese Stendhal, durante il suo grand tour effettuato in Italia nel 1817 - trovandosi nella Basilica di Santa Croce a Firenze - fu colto da una crisi emozionale che lo costrinse ad uscire dalla chiesa per riprendersi dalla forte reazione che il luogo d’arte aveva scatenato su di lui. Lo stesso Stendhal ebbe poi modo di scrivere  Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. Da lì è nata la sindrome di Stendhal, secondo la quale la grande bellezza nell’arte può apportare negli animi molto sensibili veri e propri malesseri psico-fisici; un dipinto, una statua, l’altare di una basilica possono provocare turbamenti profondi.

Esistono, quindi, dei luoghi in cui la bellezza ti schiaccia. Ti fa sentire piccolo, inadeguato, ma felice di appartenere al genere umano che l’ha realizzata. Prendiamo ad esempio la Basilica di San Pietro: una delle opere più grandiose che l’uomo abbia mai creato. Ebbene, ogni volta che vi entro, resto attonito e quella mole impressionante di bellezza, sotto forma di marmi pregiati, di dipinti, di statue, di oggetti preziosi, mi esalta e mi opprime, mi eleva e mi soffoca nello stesso tempo. E’ l’oppressione della grandezza, che apparentemente può sembrare un effetto paradossale, in quanto ci si dovrebbe sentire compressi solo in uno spazio limitato. E invece può accadere che, anche in un luogo immenso come quello rappresentato dalla Chiesa più grande della cristianità, si possano avvertire questi sintomi di sopraffazione, di gravità - oserei dire - di disagio. La bellezza può far male e può procurare, soprattutto sugli animi dotati di grande sensibilità, un forte impatto psicologico ed emotivo.

Mi sono sempre chiesto come sia possibile pregare in un luogo maestoso come la Basilica di S. Pietro. Di fronte alla grandiosità dell’ingegno umano che ha saputo realizzare un’impresa così straordinaria – penso ai tanti artisti che vi lavorarono a partire dal 1500 (da Bramante a Raffaello, da Sangallo a Michelangelo da Vasari a Della Porta, da Maderno a Bernini), credo che, per un cristiano, sia davvero difficile concentrarsi nella preghiera. La solennità dell’arte, la bellezza delle statue, la impareggiabile ricchezza delle decorazioni distolgono l’animo dal raccoglimento e dalla meditazione. Tanta bellezza appare sempre di più opera di un dio anziché dell’uomo. Opera di quello stesso Dio a cui si rivolge il cristiano devoto, sebbene soggiogato dalla solennità del Baldacchino del Bernini o dalla grandiosità della cupola del Michelangelo. Un luogo che si presta molto bene alle tante manifestazioni del culto cattolico, come la proclamazione dei nuovi papi o le esequie di quelli defunti o come l’apertura e la chiusura dei giubilei. Un luogo spettacolare per eventi spettacolari.

Ma se io devo immaginare un povero cristiano che desidera avere un incontro profondo con Dio, non posso che vederlo in un spazio più appartato, più silenzioso, meno appariscente. Un luogo che evochi la povertà piuttosto che la ricchezza, la contemplazione piuttosto che la meraviglia. La bellezza non può sovrastare il pensiero di chi prega. La ricchezza del luogo non può interferire nel dialogo con Dio. Nel momento in cui la bellezza opprime, la preghiera svanisce.

 

venerdì 14 marzo 2014

A proposito di Cilentani

Riporto di seguito un mio articolo già pubblicato sulla rivista on-line "La Mandragola" disponibile al link  http://www.lamandragola.org/?p=1911


Nella primavera del 1881 – a vent’anni dall’Unità d’Italia – l’ insigne studioso pugliese Cosimo De Giorgi intraprese un viaggio esplorativo nel Cilento, con l’incarico di redigere una carta geologica del territorio. Nel percorrerlo tutto, dalle valli del Calore a quelle dell’Alento, ebbe modo di conoscere e studiare dettagliatamente anche le condizioni di vita e di lavoro dei suoi abitanti, nonché le caratteristiche degli stessi, evidenziandone miserie e degrado, pregi e difetti. Il suo reportage è contenuto in un libro molto importante “Viaggio nel Cilento” (pubblicato da Galzerano Editore) la cui lettura – portata a termine in questi giorni – mi stimola a fare una riflessione unicamente sull’identità e sulle caratteristiche peculiari dei Cilentani, che vorrei condividere con tutti i lettori de “La Mandragola”.

Sarebbe oltremodo interessante capire – a distanza di oltre 130 anni da quel viaggio – se le specificità caratteriali di quei nostri antenati, descritte con dovizia di particolari nel libro, ancora ci appartengano o siano invece superate dai tempi, dalla cultura e dalla civiltà. Insomma, quello che io mi chiedo è se  possiamo ancora considerarci – noi moderni Cilentani – discendenti di quegli antichi abitanti della seconda metà dell’Ottocento. E’ chiaro che la mia non vuole essere un’analisi socio-antropologica a valenza scientifica dell’intima natura dell’uomo cilentano: vorrei soltanto soffermarmi, con leggerezza e senza pregiudizi, su alcuni aspetti caratteriali messi in evidenza dallo scrittore pugliese, il quale, “calandosi” tra gli uomini del Cilento, ci offre la possibilità di guardarci nello specchio del passato e verificare cos’è cambiato in questo arco di tempo.

La prima cosa che traspare dalla lettura del libro è la grande ospitalità che i Cilentani sapevano offrire ai propri visitatori “un’ospitalità franca, cordiale e senza orpelli. E’ questa la pagina più bella che renderà simpatica a tutti gli Italiani questa regione, come ha lasciato in me dei ricordi carissimi”. Così scriveva De Giorgi, il quale, girando tra i diversi paesi ebbe la possibilità di sperimentare la bontà e la meravigliosa accoglienza che gli riservavano: infatti a Roccadaspide il Sindaco lo accolse “a braccia aperte e mi offrì una cortese e gradita ospitalità nel suo palazzo”; a Felitto i signori che lo ospitarono “furono cortesissimi e mi prodigarono nel breve tempo che mi  trattenni delle cure affettuose delle quali serberò perenne ricordo”; a Vallo il sig. Ermenegildo “mi usò un mondo di cortesie nel tempo che mi trattenni da lui”; a Pollica i signori della Cortiglia si dimostrarono nei suoi confronti “gentilissimi e colti”; a Ortodonico “mi prodigarono mille cortesie”, a Rutino la famiglia Magnoni “mi fu cordialissima” e a Vatolla “fui accolto gentilmente”.

I Cilentani, insomma, erano e sono rimasti così: ospitali, dal carattere tranquillo e cortese Ecco, dobbiamo tirar fuori il meglio della nostra tradizione. E il meglio è rappresentato dall’accoglienza e dall’affabilità dei comportamenti che sono alla base della nostra forza e ci contraddistinguono.

Il De Giorgi scriveva anche che il Cilentano è in generale “docile, buono, quieto, laborioso, coraggioso e audace nei pericoli”. Però poi notava che era anche “geloso e vendicativo specialmente nella cerchia dei suoi parenti e conterranei”.  Escludo che il Cilentano – oggi – possa essere vendicativo: la vendetta è un sentimento che non gli appartiene. E poi uno che possiede una grande dose di bontà non può pensare alla vendetta come mezzo di riparazione delle offese ricevute. Sarebbe una palese contraddizione.

Aveva poi notato, il viaggiatore pugliese, che il cilentano aveva qualcosa dei popoli orientali, quando cantava le sue canzoni intrise di frasi monotone e melanconiche che egli ripeteva in maniera cantilenante: canzoni in cui vi era sempre “l’impronta dell’amore disperato, della gelosia, dell’abbandono e della voluttà”. E’ difficile oggi immaginare le giovani generazioni che si dedichino a questo tipo di canto di stampo orientale. La televisione e San Remo hanno provveduto in maniera definitiva a cancellare ogni traccia di quel passato.Parlando dell’indole del contadino, egli scriveva che “è svelto, sobrio, perspicace per talento naturale non per educazione o per istruzione: ma il suo lavoro è profuso in modo cieco ed irrazionale, e serve più come forza muscolare che come intelligenza”. Quando ho letto questa frase, il mio pensiero è andato immediatamente a ciò che mi disse proprio un contadino del mio paese natale, Prignano, il quale avendo visto il suo asino in difficoltà mentre stava per attraversare un ruscello, se lo caricò sulle spalle sussurrandogli in un orecchio: “mi puoi fottere per intelligenza ma non per forza”.

Nonostante il De Giorgi non viaggiasse per scopi artistici, tuttavia non poteva esimersi dal visitare i monumenti e i cimeli d’arte che incontrava lungo il suo percorso. “Quanti tesori di arte e di antichità sono nascosti in questi piccoli paesi”, così annotava tra i suoi appunti. A tal proposito ebbe modo di verificare, in diverse circostanze, che nel popolo cilentano il sentimento della bellezza e dell’arte “era ridotto ai minimi termini”. Infatti, osservando gli edifici pubblici oltre quelli privati, si era reso conto che non era raro “veder delle case a due e tre piani, belle e finite e mobiliate con lusso nell’interno, ma senza facciata”. Devo dire che questo vizio non l’abbiamo ancora perso, tant’è che girando per i paesi è facile imbattersi in queste costruzioni le cui rifiniture esterne lasciano molto a desiderare. Il De Giorgi aveva notato inoltre che la coltura dei fiori, che ingentilisce lo spirito e rallegra la vista, in quei posti era sconosciuta, tanto è vero che un ricchissimo proprietario gli rispose “che preferivano un cavolo cappuccio ad una rosa o a un gelsomino”. Ma la cosa più grave era che sia a Paestum che a Velia “l’incuria degli uomini verso i monumenti sa dei popoli barbari…la profanazione qui ha toccato l’apice e prosegue vandalicamente senza che nessun italiano pensi ad opporvi riparo”. Mi viene da pensare a tutte le spoliazioni di monumenti perpetrate sul suolo italico e non solo nel Cilento. Basti pensare al detto latino: quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini.

Aveva riscontrato, inoltre, nella popolazione cilentana, anche la mancanza di iniziativa, lo scarso spirito di associazione, una certa indolenza e indifferenza per le cose, caratteristiche queste che forse ancora ci appartengono e che riguarderebbero praticamente tutto il meridione. Ogni opera buona e degna di attenzione veniva accolta con freddezza e con indifferenza – rilevava De Giorgi – “va innanzi pel tenace buon volere di qualcuno, e poi rapidamente languisce. Invano l’Autorità superiore cerca di soffiare un po’ di vita nel corpo addormentato; difficilmente si sveglia e presto si addormenta”. Egli portava l’esempio di Vallo della Lucania, dove due monumentali fontane decoravano la piazza; ma erano simulacri senz’acqua nonostante i monti dei dintorni fossero ricchissimi di acque potabili.

Ma gli odierni cilentani si sono svegliati da quel torpore? Hanno abbandonato quell’atavico letargo che li costringeva all’inerzia? Sono stati capaci – nel corso degli anni – di esprimere una classe di amministratori locali all’altezza della situazione? I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nel bene e nel male. Mi viene da pensare che quando un popolo riesce ad individuare il peggio di sé – credo che nessuno oggi ne sia immune – deve munirsi di strumenti adeguati per combatterlo. Ma nello stesso tempo deve saper investire tutte le risorse e le energie necessarie per potenziare il meglio che gli appartiene. Spero vivamente che il popolo cilentano, nel prossimo futuro, sia in grado di realizzare entrambe le cose.

sabato 8 marzo 2014

L'uniformità del pensiero


Siamo quotidianamente investiti da una autentica tempesta di informazioni. Siamo circondati da strumenti (giornali, computer, televisioni, telefonini e quant’altro) che sembrano aspettarci al varco per avvilupparci in un groviglio di parole e di immagini da cui è difficile liberarci. Sono convinto che la sempre più grande diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, l’enorme volume di notizie che riceviamo in ogni momento della nostra giornata dai media, finiscano per indebolire progressivamente le nostre capacità di ascolto e di comunicazione. Non abbiamo più necessità di spostarci perché le notizie, le idee, i suggerimenti ci arrivano a casa. Basta azionare un pulsante o far scorrere su e giù un dito sullo schermo di una delle tante applicazioni tecnologiche, per entrare nel mondo.

Siamo esposti ad una quantità esorbitante di notizie e di fatti che, ormai, non riusciamo più ad elaborare e a gestire. E tutto ciò determina, da una parte, una inevitabile omologazione del pensiero e, dall’altra, un distacco da quel bisogno antico di comunicare agli altri le nostre esperienze di vita.
 
Quando mio nonno, contadino, incontrava un suo conoscente – parliamo di un tempo in cui i mezzi di informazione non erano così asfissianti – egli poteva scambiare con il suo amico esperienze di vita e di lavoro: ciò che diceva l’uno rappresentava quasi sempre una novità, un arricchimento per l’altro e viceversa, perché tra i due, nonostante tutto, esistevano ancora delle differenze di cultura e di conoscenze. Alla base, infatti, di chi parlava e di chi ascoltava, c’era sempre una diversa concezione della vita, una differente coscienza delle cose che succedevano e quindi il confronto accresceva e migliorava sia l’uno che l’altro. Esisteva, in quel contraddittorio, un dare ed un avere. Le parole di quelle due persone non erano veicolate dall’esterno, non venivano forgiate da programmi televisivi ma nascevano da conoscenze personali.

Oggi non esiste più, come nel passato, una diversa esperienza del mondo. Si va sempre di più affievolendo quel modo variegato di pensare perché il mondo fornito a tutti dai media è identico, così come sempre più identiche sono le parole ed i messaggi messi a disposizione per descriverlo. Chi ascolta una qualsiasi notizia, finisce con il recepire le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire;  chi parla, non fa che ripetere le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque perché ci abbeveriamo, tutti, alle stesse fonti di informazione, quali i giornali, la televisione, internet. Viviamo in un mondo standardizzato che alla lunga appiattisce il cervello e la società che ci viene raccontata spesso è fuori dalla realtà (vedi la pubblicità), ci allontana e ci unisce, nello stesso tempo, attraverso un pensiero unico.

Se quei due amici di prima si incontrassero oggi, non credo proprio che si scambierebbero le loro concrete esperienze di vita e di lavoro, non parlerebbero né di semina né di potatura, non si consiglierebbero vicendevolmente su come ottenere un buon vino, ma i loro discorsi sarebbero rivolti al delitto Meredith....alla nipote di Moubarak.....a Grillo e a Renzi...a questo o a quel pettegolezzo mediatico...al festival di San Remo e a  tutte le altre notizie, costruite ad arte, che plasmano le coscienze e tendono ad abolire la vera comunicazione interpersonale e le differenze che ancora sussistono tra gli uomini.

E chi non si adegua, viene emarginato.

giovedì 6 marzo 2014

Candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese -
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte e storte.

Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto,
la memoria m'accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
come s'alluga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

(Costantino Kavafis)

sabato 1 marzo 2014

Quelle lettere di una volta



 
Sappiamo bene che la libertà di una persona si fonda, tra l’altro, sul bisogno di poter esprimere liberamente il proprio pensiero sia verbalmente che attraverso la parola scritta. E la parola scritta può essere intesa anche  come una semplice lettera, vergata a penna come si faceva una volta, o con strumenti più sofisticati come facciamo oggi.

Sono convinto che quando la parola, da timbro vocale diventa segno nella scrittura, acquista una sua particolare armonia e ci racconta di come siamo o vorremmo essere. Attraverso la scrittura liberiamo verso l’esterno i nostri sentimenti; la parola scritta è lo strumento che promuove....emoziona...commuove.....ci distingue o ci uniforma. E’ l’espressione della nostra appartenenza a una determinata epoca; è un modo per scaricare la nostra rabbia e per manifestare la nostra gioia.

A mio parere certi pensieri, riportati sulla carta, acquistano un sapore particolare, un modo diverso di ascolto, perché quando si scrive siamo molto più attenti a studiare le parole, a limarle, a trovare quelle che meglio si adattano alla discussione ed alla comprensione. La comunicazione verbale è più immediata, quella invece che avviene attraverso una lettera è più meditata, più elaborata, permette di leggere tra le righe anche ciò che non viene detto esplicitamente e ci consente anche di verificare le capacità letterarie e di scrittura di ognuno di noi.
Mi viene da dire che quando comunichiamo verbalmente siamo un po’ “stupidi”, quando invece scriviamo, ci sforziamo di essere più intelligenti.
Qualche giorno fa “Il Fatto Quotidiano” ha pubblicato un’inchiesta sulla lentezza delle Poste nel recapitare lettere e cartoline, che arrivano a destinazione con ritardi biblici, ammesso che arrivino. Roba che se scrivi un messaggio d’amore – scriveva ironicamente Ferruccio Sansa – quando viene consegnato la destinataria è già nonna.
Ma oggi abbiamo internet e, in quest’epoca super tecnologica, nell’era delle e-mail, della telefonia fissa e mobile – mi chiedo - chi possa mai scrivere lettere d’amore, o semplici missive a parenti o amici lontani, come venivano scritte una volta.
Non esiste più quel tempo di attesa, con tutto il carico di emozioni che comportava, tra il momento in cui si scriveva la lettera ed il momento successivo in cui si riceveva la risposta; che era pur sempre un momento di piacere. Oggi è tutto più veloce. Non si ha il tempo di pensare, perché nel momento in cui tu stai riflettendo, gli altri vogliono già la risposta. Tutto deve accadere prima ancora che le cose succedano. E’ come rinunciare alla vigilia e saltare immediatamente alla festa. Come può un uomo oggi pensare di opporsi a Internet! la nostra società è sempre meno legata da rapporti personali, diretti, fisici e sempre più da connessioni telematiche e virtuali.
La lettera, quale originario strumento di comunicazione, era un oggetto che si poteva toccare, che si poteva stringere fra le mani, che era possibile scorrere con gli occhi per cogliervi non solo il suono e il senso delle parole, ma anche  la personalità e perfino lo stato d’animo di colui che scriveva; oggetto che si conservava e si rileggeva a distanza di tempo, ogni volta rinnovando sentimenti ed evocando ricordi. Le parole volano, soprattutto quelle dette al telefono in maniera distratta, o nelle conversazioni; le parole scritte, invece, sono sempre lì, a portata di mano e dietro ad esse il volto e il carattere di chi le ha scritte. La lettera era pensata, meditata, un messaggio da leggere e rileggere nelle ore di dolce malinconia. Oggi non ci si scrive più come nel passato, si preferisce comunicare i propri sentimenti con altri mezzi più veloci.  C’è forse qualcuno che si azzarderebbe a scrivere una lettera d’amore?
Nel passato venivano scritti epistolari famosi, di alto valore letterario, seducenti lettere tra innamorati. Mi viene in mente una struggente lettera di D’annunzio che rivolgendosi a Barbara Leoni, una sua amante, le diceva: “Ieri, dopo che ti scrissi, andai ai giardini, solo, per parlarti senza interruzione. Rimasi là fino a sera. Tutti i miei pensieri vennero a te. Era un tramonto quasi tragico, oscurato da densi fumi. Tu sola sei la vita della mia vita. Nel silenzio solenne la mia anima grida il tuo nome disperatamente”.
D’accordo, non tutti sanno scrivere come D’Annunzio. Però, chi mai avrebbe oggi il coraggio di rivolgersi all’innamorata in tal modo?
E come non ricordare il bellissimo carteggio tenuto tra la poetessa Sibilla Aleramo e lo scrittore Dino Campana. In una sua lettera del 1916 la bellissima Sibilla scriveva così al suo amato: “Possa tu riposare mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice”.
Andando più indietro nel tempo, mi viene in mente la storia dell’amore appassionato e travolgente tra Abelardo ed Eloisa che utilizzarono la pagina scritta per le loro prime esperienze amorose. E così, rivolgendosi ad Eloisa, il monaco Abelardo scriveva: ”....pensavo anche che se pure fossimo stati lontano avremmo potuto scriverci e che anzi molte cose avremmo osato più facilmente scriverle che dirle, e così saremmo stati sempre vicini attraverso questo dolce modo di conversare..” Sapevano stare vicini, scrivendosi. Quindi la scrittura che univa e accorciava le distanze. La scrittura che permetteva di dire cose ardite, senza arrossire.
Si potrebbe continuare. Ma, per finire, mi piace andare con il pensiero a quella singolare corrispondenza che noi adolescenti tenevamo tra i banchi di scuola con le nostre compagne, con quello scambio di bigliettini teneri nascosti fra le pagine dei libri. Mi ricordo che uno di quei bigliettini fu sequestrato ad un mio amico dal professore: l’aveva inviato ad una ragazzina di cui si era innamorato. C’era scritto semplicemente : Ti voglio bene. Era, quello, uno scambio di SMS cartacei, antesignani di quelli che vengono trasmessi con i telefonini, con la differenza che oggi nessuno si sognerebbe di scrivere per intero quelle tre parole: ti voglio bene. Tutt’al più scriverebbero TVB, in linea con quel pensiero disarticolato, sintetico, freddo, poco profondo che va tanto di moda di questi tempi.