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sabato 8 novembre 2014

Un libro sull'infelicità?...il piacere è assicurato.



Facciamo di tutto per essere infelici: è la cosa che forse ci riesce meglio. D’altra parte i motivi per essere sconsolati non mancano mai: gli anni che avanzano inesorabilmente, il lento disfacimento del corpo, le ipocrisie della società e della classe politica, gli effetti deleteri del tran tran quotidiano, il traffico e i rumori della grande città, la crisi economica, ecc.

Facevo queste amare riflessioni mentre mi trovavo a gironzolare tra i banchi di un mercatino dell’usato, alla ricerca di un qualcosa che potesse scacciare dalla mente il mio temporaneo malumore. Ed ecco che all’improvviso la mia attenzione è rivolta ad un libro, dal titolo tutt’altro che appetibile: “L’infelicità – Storia di una passione”. Non sembrava affatto il balsamo della situazione. E’ pur vero che se dovessimo soffermarci solo sul titolo, certi libri apparirebbero autentici “mattoni” che allontanano, anziché invogliarci alla lettura. A volte può capitare, infatti, che per una serie di motivazioni psicologiche difficili da spiegare, o di pregiudizi duri a morire - che probabilmente nascono dal tema trattato, ma anche dalla dimensione del volume - almeno inizialmente si avverta una strana sensazione che ti fa pensare di non riuscire a portare a termine tale lettura. Ebbene, devo dire che nonostante le premesse, le cose sono andate diversamente. L’ho comprato e l’ho letto con immenso piacere: un libro ti può dare felicità anche se parla di infelicità. E’ un po’ come leggere una poesia di Leopardi, la quale sebbene contenga tutto il dolore di questo mondo, riesce tuttavia a trasmettere gioia in chi la legge (almeno al sottoscritto), grazie alla bellezza ed alla profondità dei versi e alla ricchezza delle immagini. E poi, se proprio vogliamo fare un discorso leggermente egoistico: non esiste forse un sottile e cinico legame tra la presunta infelicità degli altri e il nostro personale piacere? Tutte le tragedie familiari che vengono trasmesse a puntate dai programmi televisivi, che generano angoscia e infelicità in chi le subisce, non sono forse liberatorie per chi le guarda con eccessivo interesse?

“L’infelicità”, con quel suo sottotitolo che rimanda ad una passione, è un libro godibile, delicato e accattivante, scritto con leggerezza ed ironia da Armando Torno, giornalista e scrittore. Ci tiene a sottolineare l’autore che con questo testo non intende approdare ad alcun risultato, né a dare consigli per debellare le sofferenze che attanagliano  l’umanità; tanto meno è sua intenzione competere con i grandi del passato che si sono cimentati in dotte dissertazioni su tale tematica. Perché l’infelicità, scrive Torno, “la proviamo, la viviamo, la subiamo, ma non riusciamo però a conoscerla razionalmente”. E’ uno strano e impenetrabile sentimento che tutti i giorni “si incontra con gli uomini, frequenta le loro case, indugia nei loro pensieri”. L’hanno cantata i poeti, l’hanno raccontata gli scrittori, ne hanno discusso i sommi filosofi dell’antichità. Tutti i grandi animi hanno incontrato l’infelicità, chiamandola con nomi diversi e cercando di sconfiggerla, con le loro opere e con il loro esempio, senza però riuscirci.

E’ ormai risaputo, scrive l’autore, che l’infelicità aumenta di pari passo con la civiltà; ma pare che esista anche uno stretto rapporto tra l’intelligenza e l’infelicità. Nell’Ecclesiaste si legge “grande sapienza grande tormento, più intelligenza avrai, più soffrirai”. Anche Arthur Schopenhauer puntualizzava che “man mano che la conoscenza diviene più distinta e che la coscienza si eleva, cresce anche il tormento, che nell’uomo raggiunge quindi il grado più alto, e tanto più alto, quanto più l’uomo è intelligente; l’uomo di genio è quello che soffre di più”. Sembrerebbe, quindi, che la stupidità attenui l’infelicità e che non occorra particolare acume per essere felici. Davvero una magra consolazione: l’idiota non sa nulla ed è felice.

Ma come si fa per affievolire e combattere l’infelicità? Naturalmente non esiste un metodo preciso; l’uomo ha bisogno del piacere, uno dei pochi anestetici contro il dolore e le sofferenze che tanta infelicità ci procurano. Ma anche qui siamo dinanzi a un enigma – afferma Armando Torno – perché ci si chiede cosa sia questo piacere che sa lenire i dolori dell’infelicità. A questo punto ci vengono in soccorso i filosofi: Aristotele, Epicuro. Montaigne e tanti altri. Ha scritto Eugenio Montale in Ossi di seppia che la nostra vita si svolge al di qua di “una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Per Armando Torno quella muraglia si può chiamare con un nome più semplice: infelicità.

Vale comunque la pena trarre giovamento da chi ha sofferto e ha conosciuto l’infelicità, perché nessuno meglio di chi è stato infelice può darci lezioni di quotidiana felicità.

6 commenti:

  1. Sicuramente una persona intelligente e sensibile, nella vita, soffre di più rispetto ad una persona superficiale. Però proprio questo significa vivere. Diversamente è quasi un vegetare.
    Si sa, "il mestiere di vivere" non è facile però è affascinante. A questo proposito mi vengono in mente le parole di Madre Teresa di Calcutta . "E' necessaria l'infelicità per capire la gioia, il dubbio per capire la verità. . . la morte per comprendere la vita.Perciò affronta e abbraccia la tristezza quando viene."
    Cerco di metterle in pratica, ma è così difficile. . .

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    1. Belle, le parole di madre Tersa di Calcutta. Grazie

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  2. l'infelicità è un quadro incompiuto, a volte ci sentiamo tela, altre il soggetto, altre ancora il pittore, il tutto con una grande incognita... non è detto che una volta finito il quadro sia bello e/o esprima il messaggio desiderato. La felicità forse è solo una chimera.

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    1. Scriveva Totò, a proposito della felicità (spero che tu comprenda il dialetto napoletano)

      Vurria sapè ched’è chesta parola,
      vurria sapè che vvò significa.
      Sarrà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,
      ma chi ll’ha ‘ntiso maje annummenà. Ciao e grazie Tads

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  3. Grazie Remigio, un libro e un argomento affascinante che mi da lo spunto per ricordare questi versi di Montale:

    Felicità raggiunta, si cammina
    per te sul fil di lana.
    Agli occhi sei barlume che vacilla,
    al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
    e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

    Se giungi sulle anime invase
    di tristezza e le schiari, il tuo mattino
    è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
    Ma nulla paga il pianto del bambino
    a cui fugge il pallone tra le case.

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    1. Grazie a te, Giorgio, per questa straordinaria poesia.

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