Cerca nel blog

sabato 4 ottobre 2014

Rendere bello l'ospedale serve al bene



“…Un ospedale, oltre all’efficienza delle strutture, deve proprio contemplare una dimensione affettiva che compensi il malato di ciò che ha perduto, non solo la salute, quindi, ma i famigliari, gli affetti, che sono essenziali. E’ la cosa più importante: la dimensione umana, riflesso di quella umanistica. (…) Ma non basta che una cosa funzioni: occorre anche che una cosa sia bella, che corrisponda a un’esigenza interiore, e questa esigenza non è appunto quella della mera funzionalità. Il funzionalismo e il razionalismo hanno molto spesso ridotto l’uomo a una macchina che alla fine del lavoro deve essere parcheggiata come un’automobile in un deposito per essere umani. Questo ha distrutto il senso stesso dell’architettura. (…)
La sanità è una condizione normale, che non avverti. La malattia non la puoi scegliere: ti accade, è una violenza che tu subisci senza poter far nulla. Non puoi dire: scelgo tra l’essere sano e l’essere malato. La sanità ti accade e non la senti, la malattia ti accade e la senti. (…)

L’ospedale, come la prigione, è un luogo che cristianamente mira alla riparazione, alla possibilità (ma questo non capita quasi mai in prigione…) che uno ne esca migliorato. Non un luogo della scelta, ma della necessità. Quindi, la bellezza è un sostegno che consente di renderti più disponibile a guarire, a non lasciarti prendere dalla malattia, a non abbandonare la resistenza, a non lasciarti morire. L’ambiente, illuminato dalla bellezza, ti mette in buona disposizione rispetto alla guarigione. Ecco perché abbiamo detto, citando autori del passato, che un ospedale deve essere bello come una reggia, tale che anche un re sano possa andarci e starvi bene come fosse in vacanza. Se in una stanza di ospedale c’è un quadro o una piccola biblioteca, venti o trenta libri, il malato vede ricrearsi intorno a sé un ambiente che ha a che fare con la normalità, con la quotidianità, con il benessere. Rendere bello l’ospedale serve, cioè, al bene. E’ quello che hanno fatto le strutture ospedaliere del Quattrocento in poi. Perché il tema dell’assistenza è un tema sociale, civile. E’ la risposta della società al bisogno individuale urgente, improvviso, come è la malattia. La risposta della solidarietà umanistica. Se l’ospedale è un luogo di costrizione, quella costrizione deve essere allora temperata dalla bellezza. Diceva Palladio, delle sue architetture, che dovevano essere tanto comode quanto belle. “Perfettamente commode e onestamente belle”. E un ospedale, perciò, dev’ essere tanto comodo quanto bello, per le ragioni che ho appena esposto. Ricordiamo però che non si tratta di una bellezza messianicamente intesa, la bellezza estrema di una visione consolatoria, come in Morte a Venezia di Thomas Mann, quando il protagonista sta morendo e vede in lontananza il giovane Tadzio che gli piaceva…La bellezza negli ospedali è una bellezza funzionale alla sanità, al bene, alla guarigione. Uno strumento per un fine. Contro la fine”

(tratto da “Il bene e il bello” di Vittorio Sgarbi)

5 commenti:

  1. Peccato che gli ospedali siano tutt'altro, in genere.

    RispondiElimina
  2. Ci penserà il Ministro Lorenzin a rendere più belli gli ospedali...: ;-(

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sapessi le risate che mi faccio io!! In che mani sta la sanità...

      Elimina