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lunedì 24 marzo 2014

RECENSIONE: "Un eremo non è un guscio di lumaca" di Adriana Zarri (1919-2010)



Adriana Zarri, teologa e scrittrice, era una donna molto scomoda – sotto certi aspetti fastidiosa - almeno per la gerarchia ecclesiastica. Durante la sua lunga vita – è morta a 91 anni – portò avanti tantissime battaglie civili, quali l’aborto, il divorzio (era peraltro contraria al celibato del clero), in pieno contrasto con le posizioni ufficiali della chiesa cattolica. Era una donna libera che non aveva paura di esporsi a difesa delle sue idee e dei suoi principi. Non aveva mai praticato l’arrendevolezza: preferiva legare l’asino dove meglio credeva, anziché legarlo dove voleva il padrone. Decise, ad un certo punto della sua vita, di vivere in solitudine. E questa esperienza di vita eremitica, vissuta in una cascina sulle colline attorno ad Ivrea, l’ha raccontata in questo bel libro.

Quando si pensa all’eremita, inevitabilmente affiorano alcuni pregiudizi duri a morire: si ritiene che il soggetto sia un asociale, che abbia paura della vita e allora non fa che chiudersi in un suo mondo, al riparo dalle difficoltà. Ma non è così. Scrive la Zarri che un eremita “non è un misantropo inavvicinabile, non è nemmeno necessariamente un recluso che non possa, di tanto in tanto, muoversi e incontrarsi con la gente, che non possa soprattutto ricevere chi venga a condividere qualche ora della sua solitudine e a fargli dono della sua amicizia. L’eremita è semplicemente uno che sceglie di vivere da solo perché nella solitudine ha il suo momento privilegiato d’incontro”. Ecco l’incontro si può avere solo in solitudine: l’incontro con gli uomini, l’incontro con Dio e con la preghiera e l’incontro con la scrittura. Si, perché quando si scrive si sta in solitudine e quindi, in qualche maniera, la scrittura è anch’essa eremitica, consente un incontro con la pagina bianca e la pagina bianca “è una sorta di tacito deserto che va fiorendo di parole”.

Con questa esperienza eremitica - da monaca laica - la Zarri ha inteso anche contestare il nostro mondo che si fonda essenzialmente sull’ arrivismo e sul carrierismo, che predilige gli arrampicamenti sociali, calpestando magari i diritti delle classi più deboli. Ha inteso sottolineare alcuni valori sociali che oggigiorno sembrano completamente dimenticati come il silenzio, il rispetto della natura e la preghiera, intesa - per un non credente – quale momento di ascolto interiore.

Per la Zarri un eremo non è un guscio di lumaca: e lei non vi si è rinchiusa, ma ha solo scelto di vivere in piena libertà, lontana dal clamore, lottando contro quella falsa retorica dello “stare insieme”, che vede i solitari come persone individualiste, nemici del vivere sociale. Ma il singolo, affinché possa acquistare una sua autonomia di pensiero e di giudizio che gli consenta di inserirsi nella comunità senza “affogarvi dentro”, ha bisogno di uno spazio di silenzio che gli permetta di non essere plagiato dal gruppo e da quei persuasori occulti che a volte si annidano nei mass media. “Silenzio e solitudine sono valori ineludibili” afferma la teologa; ma la cosa più interessante è che in ciascuno di noi “c’è una valenza monastica che attende d’essere tratta in superficie e sviluppata secondo le varie vocazioni”.

Non mancano, in questo libro, le frecciate alla Chiesa, quando l’accusa di essere rimasta ingabbiata nella trappola dell’efficientismo dominante e di avere quasi smarrito il senso vero della contemplazione.

Consiglio vivamente questo libro a chi oggi va sempre di fretta; a chi è convinto che i soldi siano l’unico valore in cui credere; a chi pensa che la solitudine sia un isolamento e un tagliarsi fuori e non, invece, un vivere dentro, percorsa da voci e animata di presenze. Lo consiglio a chi si fa possedere dalle cose, anziché possederle; a chi si lascia stordire dal rumore, dimenticando che il silenzio “contiene ogni possibile parola”. Lo consiglio a chi vuole coltivare l’ “otium” - come l’ha coltivato per tutta la vita questa grande testimone dei nostri tempi – quell’otium che è “continuo stupore delle cose, continua sorpresa del mondo, continua scoperta della vita”.

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