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domenica 16 marzo 2014

Quando la bellezza opprime



Oggi viviamo in una società in cui l’idea di “bellezza”, intesa nel suo significato oggettivo, è entrata in crisi. Non riusciamo più a produrre cose belle, come succedeva nel passato.

Si racconta che lo scrittore francese Stendhal, durante il suo grand tour effettuato in Italia nel 1817 - trovandosi nella Basilica di Santa Croce a Firenze - fu colto da una crisi emozionale che lo costrinse ad uscire dalla chiesa per riprendersi dalla forte reazione che il luogo d’arte aveva scatenato su di lui. Lo stesso Stendhal ebbe poi modo di scrivere  Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. Da lì è nata la sindrome di Stendhal, secondo la quale la grande bellezza nell’arte può apportare negli animi molto sensibili veri e propri malesseri psico-fisici; un dipinto, una statua, l’altare di una basilica possono provocare turbamenti profondi.

Esistono, quindi, dei luoghi in cui la bellezza ti schiaccia. Ti fa sentire piccolo, inadeguato, ma felice di appartenere al genere umano che l’ha realizzata. Prendiamo ad esempio la Basilica di San Pietro: una delle opere più grandiose che l’uomo abbia mai creato. Ebbene, ogni volta che vi entro, resto attonito e quella mole impressionante di bellezza, sotto forma di marmi pregiati, di dipinti, di statue, di oggetti preziosi, mi esalta e mi opprime, mi eleva e mi soffoca nello stesso tempo. E’ l’oppressione della grandezza, che apparentemente può sembrare un effetto paradossale, in quanto ci si dovrebbe sentire compressi solo in uno spazio limitato. E invece può accadere che, anche in un luogo immenso come quello rappresentato dalla Chiesa più grande della cristianità, si possano avvertire questi sintomi di sopraffazione, di gravità - oserei dire - di disagio. La bellezza può far male e può procurare, soprattutto sugli animi dotati di grande sensibilità, un forte impatto psicologico ed emotivo.

Mi sono sempre chiesto come sia possibile pregare in un luogo maestoso come la Basilica di S. Pietro. Di fronte alla grandiosità dell’ingegno umano che ha saputo realizzare un’impresa così straordinaria – penso ai tanti artisti che vi lavorarono a partire dal 1500 (da Bramante a Raffaello, da Sangallo a Michelangelo da Vasari a Della Porta, da Maderno a Bernini), credo che, per un cristiano, sia davvero difficile concentrarsi nella preghiera. La solennità dell’arte, la bellezza delle statue, la impareggiabile ricchezza delle decorazioni distolgono l’animo dal raccoglimento e dalla meditazione. Tanta bellezza appare sempre di più opera di un dio anziché dell’uomo. Opera di quello stesso Dio a cui si rivolge il cristiano devoto, sebbene soggiogato dalla solennità del Baldacchino del Bernini o dalla grandiosità della cupola del Michelangelo. Un luogo che si presta molto bene alle tante manifestazioni del culto cattolico, come la proclamazione dei nuovi papi o le esequie di quelli defunti o come l’apertura e la chiusura dei giubilei. Un luogo spettacolare per eventi spettacolari.

Ma se io devo immaginare un povero cristiano che desidera avere un incontro profondo con Dio, non posso che vederlo in un spazio più appartato, più silenzioso, meno appariscente. Un luogo che evochi la povertà piuttosto che la ricchezza, la contemplazione piuttosto che la meraviglia. La bellezza non può sovrastare il pensiero di chi prega. La ricchezza del luogo non può interferire nel dialogo con Dio. Nel momento in cui la bellezza opprime, la preghiera svanisce.

 

2 commenti:

  1. Le chiese in stile romanico sono infatti quelle che preferisco, proprio per questo motivo.
    Però è anche vero che è magnifico venire rapiti da tutta quella "grande bellezza" !

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