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lunedì 10 febbraio 2014

Il superfluo ci rende felici?



Post pubblicato sulla rivista “La Mandragola” http://www.lamandragola.org/?p=1731

Ci sono alcuni luoghi in cui si respira un’atmosfera del tutto particolare, dove è possibile perdersi piacevolmente e dimenticare, per qualche momento, gli affanni e le fatiche del vivere quotidiano: questi luoghi sono le librerie, i vivai e i ferramenta. Si, proprio quegli esercizi commerciali dove rispettivamente si vendono libri, si vendono fiori e piante e si vendono attrezzi vari. Sono spazi magici e incantati che mi conquistano in maniera diversa. Non mi stancherei mai di curiosare tra i banchi che espongono quella merce, così differente.

Sono tre luoghi che appaiono molto distanti l’uno dall’altro, assai diversi per le peculiarità  che presentano singolarmente, e la capacità di poter attrarre e stimolare lo stesso visitatore sembra davvero inconciliabile. Tuttavia hanno un filo sottile e speciale che li unisce: la meraviglia e la curiosità che immancabilmente destano in un visitatore come me. Sono della autentiche cattedrali, permettetemi l’accostamento. La cattedrale del sapere e della conoscenza, per quanto riguarda la libreria, la cattedrale dei colori e dei profumi per il vivaio ed infine la cattedrale della creatività per i ferramenta. Insieme celebrano la bellezza: quella dell’ingegno umano, quella della natura, quella della manualità creativa.

Ho cominciato ad avvertire interesse e curiosità per  questi luoghi, nonché il piacere per le cose che vi si possono trovare, allorquando ho iniziato a frequentarli: luoghi in cui ho trascorso e tutt’ora trascorro momenti davvero gradevoli. Con questo non voglio dire che tutti i giorni io mi rechi in questi posti. Non è proprio così. Però confesso che se durante i miei percorsi giornalieri vedo una libreria, oppure incrocio uno di quei negozi in cui fanno bella mostra martelli, cacciaviti, trapani e quant’altro, ovvero scorgo in lontananza vasi di fiori, e alberelli da piantare, ebbene la voglia di entrare e di curiosare resta sempre fortissima. Comprare quel libro di quell’autore che volevo leggere da tempo…trovare finalmente quel “geranio parigino”, a portamento pendente di colore lillà, per decorare il balcone di casa…procurarmi quei due reggi mensole di ferro battuto per attrezzare quell’angolo della cucina. Ecco, sono idee come queste che mi spingono ad entrare. Ed è molto difficile uscirne a mani vuote. Semmai è il portafogli che potrebbe svuotarsi. Queste visite me le godo quasi sempre in solitudine, condizione fondamentale per assaporare meglio quel piacere che vi si può trovare.

In questa nostra società consumistica tutta basata sul profitto, sull’utilitarismo e sull’efficienza visibile, luoghi come le librerie o i fiorai, dove si vendono per lo più cose “inutili”, potrebbero apparire sprecati e superflui. Con la cultura non si mangia, ha detto recentemente un politico. Nell’accezione consumistica i libri non servono, con i fiori non si pranza; eppure se noi abbiamo da mangiare e da dormire, abbiamo cioè le cose che in una società civile ognuno dovrebbe avere, non per questo siamo felici. Che cosa, allora, ci rende felici o ci illude di esserlo? Potrebbe essere un regalo… come un bel libro che ci procura quella felicità immateriale fatta di stimoli, di idee, di intelligenza che ci porta magari a  comprendere qualcosa prima non compresa. Potrebbe essere un mazzo di rose o un vaso di ciclamini. E perché no: un bel trapano elettrico che ci permette di unire l’utile al dilettevole.

Quando entro in una grande libreria, la prima reazione emotiva che ne ricevo è quella dello smarrimento. Mi sento piccolo, come un guscio di noce in mezzo all’oceano. Le mie ridotte conoscenze vacillano di fronte alla vastità di milioni di pagine scritte. Poi un po’ alla volta mi riprendo. Mi lascio incuriosire da un titolo, da un autore e immediatamente vengo irretito da un altro titolo, da una bella copertina, da una frase significativa. Vengo rapito dalla quarta di copertina di un romanzo e poi salto all’interno del libro per leggere, magari, un’intera pagina. E poi che gioia che provo quando scorgo quel romanzo già letto…e poi quell’altro ancora. Mi capita di sorvolare con uno sguardo il mondo incantato delle fiabe, raccontato in centinaia di titoli. Mi soffermo, ma solo per un attimo, sugli scaffali del “brivido” dove sono depositati quei romanzi che fanno della suspense la propria ragione di vita. Il mio sguardo non può non indugiare sui best seller, quelli che dovrebbero essere i più letti del momento (anche se non sempre sono i migliori) che stanno sempre in bella posizione. Poi mi trattengo a lungo coi classici, che come disse Calvino, sono quei libri che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire.

Ricordo sempre quello che scrisse in un suo libro il critico d’arte Vittorio Sgarbi “il libro è il “superfluo” della nostra esistenza, è quell’oggetto tanto necessario quanto apparentemente inutile, che vive e ti fa vivere meglio, che ti dà libertà”

Il superfluo, insomma, è ciò che rende felice la vita.

E già il superfluo! Come posso non pensare alla mia cassetta degli attrezzi, se la confronto alle mie modeste e ridottissime capacità di utilizzo. Oltre che superflua, appare inutile. Se potesse parlare, mi griderebbe: usami! Eppure è talmente piena e completa di cacciaviti e di chiavi di tutte le misure, di martelli e di tenaglie, di pinze e di viti, di chiodi, di chiodini, di bulloni, di gancetti, di feltrini, di punteruoli; e poi tutta la serie delle punte da trapano, da muro, da ferro, da legno…e i tasselli, le rondelle, le fascette. Una cassetta degli attrezzi che farebbe invidia ad un vero professionista del settore. Se ne sta custodita in un angolo del ripostiglio e si riempie sempre di più ogni qual volta mi capita di entrare in un ferramenta. Ricordo quelli di una volta: erano piccoli avamposti dall’apparente disordine, che spesso si tramandavano di padre in figlio. Si entrava con il pezzo vecchio da cambiare, con quel bullone spanato a filettatura metrica che ci serviva e ci accoglieva un omino con il camice grigio e gli occhialini sul naso, una sorta di chirurgo-meccanico-falegname, che prima ancora di salutarti aveva già individuato il pezzo che cercavi. Oggi quei ferramenta all’antica sono spariti e al loro posto sono sorti enormi brico center. Fai da te. Non ti accoglie più l’omino, ma giovani ed efficienti commessi con il computer.

Ma il fascino del posto è rimasto intatto. Come rimanere indifferenti di fronte a quella fila di scale e scalette di tutte le dimensioni…di armadi e armadietti…di seghetti alternativi e di seghe circolari, di motoseghe e decespugliatori, di trapani, di levigatrici, di smerigliatrici, di avvitatori. E poi il reparto delle vernici, con i suoi innumerevoli colori, la fila di pennelli pura setola e le spatole. E poi i prodotti per l’edilizia, raccordi e guarnizioni per l’idraulica. E le serrature di sicurezza. E poi il reparto minuteria con la serie infinita di viti a testa esagonale, a testa cilindrica a testa svasata, chiodi, dadi, bulloni, cerniere, tasselli, cassette porta minuteria. I prodotti elettrici e per falegnameria. Le casseforti. Le tronchesine.

Compro sempre qualcosa che “mi potrebbe servire”, che mi dà quella vana e piacevole illusione di saper fare tutto, in virtù di quella chiave inglese cromata e di quel set di cacciaviti a croce appena comprati e di cui vado fiero.

Entrare, poi, in un vivaio è come accedere in uno speciale reparto maternità, dove al posto dei bambini nascono i fiori e le piante. Ci si entra sempre sorridenti, di buon umore, sicuri che il posto non può che predisporci al bello, non può che migliorarci. Perché i fiori ingentiliscono, decorano gli ambienti e abbelliscono l’animo di chi li regala e di chi li riceve. E’ un luogo che, attraverso i suoi profumi e la varietà dei colori, rende lievi le difficoltà del vivere quotidiano e attenua lo stress. Al cospetto di un glicine o di una bougainvillea, chi mai può rimanere distaccato? Provate a guardare un glicine nel pieno della fioritura: lo spettacolo è bellissimo. Provate ad osservare una piantina di limoni o di mandarini cinesi  in vaso: quella visione vi rilassa.

A volte mi capita di incontrare lungo il percorso delle bellissime composizioni floreali in ciotole di terracotta che sembrano appena uscite da un dipinto di Renoir; inoltre certi colori cangianti e fiammeggianti, certe sfumature mi riportano ai pittori impressionisti dell’Ottocento, come Monet, che per dipingere le sue opere traeva ispirazione dalla natura. E il vivaio è ricco di spunti pittorici. E’ un modello naturale che ispira bellezza e ci fa diventare più buoni. Un luogo che prelude all’ottimismo.

 

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