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mercoledì 15 gennaio 2014

RECENSIONE: "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi

Posto, di seguito, la mia recensione apparsa sulla rivista on-line "La Mandragola"
http://www.lamandragola.org/?p=1454#more-1454

Le problematiche mai risolte del sud

Per la tematica trattata, oggi potrebbe essere definito un libro-denuncia, il romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” riletto recentemente a distanza di oltre 30 anni dalla mia prima lettura, avvenuta negli anni immediatamente successivi alla licenza liceale. Volevo ritornare su quei temi, volevo catapultarmi in quella terra a sud di Eboli che, oltre ad essere un luogo fisico, per me rappresenta anche un luogo dell’anima.
 
Il romanzo è essenzialmente un duro e amaro “dipinto” sulle condizioni di vita disumane delle popolazioni del Sud Italia, e della Lucania in particolare, negli anni del ventennio fascista, popolazioni abbandonate da Dio e dallo Stato, alle quali “neppure la parola di Cristo sembra mai essere giunta”.
 
Si, perché Cristo si sarebbe fermato a Eboli e non sarebbe mai arrivato in questa terra, che era stata il regno dei banditi, dove il contadino viveva la propria esistenza nella misera, eternamente paziente. Dove anche la natura, fatta di lande desolate e incolte, sembrava più matrigna che madre.
Carlo Levi, antifascista di Torino, laureato in medicina, viene confinato in Lucania nel 1935 e vi rimarrà 3 anni. Assegnato prima a Grassano, viene poi trasferito a Gagliano (l’attuale Aliano), dove si trova immerso in una realtà, per lui, completamente nuova, in un mondo arcaico, chiuso, feudale dove “gli odi e le guerre dei signori sono il solo avvenimento quotidiano”. E sono proprio i signori ed i contadini i protagonisti di questo libro. Da una parte, quindi, i cosiddetti galantuomini, rappresentati dal podestà, dal brigadiere dei carabinieri, dal medico condotto, dal farmacista, dal prete e così via, uomini  pieni di sussiego e supponenza, sempre diffidenti tra di loro “che trasformano la propria delusione e la propria noia mortale in un furore generico, in un odio senza soste, in un perenne risorgere di sentimenti antichi e in una lotta continua per affermare, contro tutti, il loro potere nel piccolo angolo di terra dove sono costretti a vivere”. Insomma una piccola borghesia degenerata  Dall’altra parte i contadini, che non sono considerati uomini, ma bestie, rassegnati alla loro sorte, che vivono miseramente in catapecchie fatte di una sola stanza che serve da cucina, da camera da letto e quasi sempre anche da stalla per le bestie, sui cui volti sono impresse la pazienza e la rassegnazione. Una rassegnazione antica, perenne.
 
I signori erano quasi tutti iscritti al Partito, perché il Partito ai loro occhi rappresentava il Governo, lo Stato, il Potere; essi naturalmente si sentivano partecipi di quel potere. I contadini invece, per la ragione opposta, non erano iscritti a nessun partito politico, non potevano essere né fascisti, né socialisti, né liberali, perché erano faccende che non li riguardavano, appartenevano ad un altro mondo, non avevano una coscienza politica. Per loro, lo Stato era un’entità sconosciuta e astratta, da cui non si aspettavano nulla; per la gente di Lucania Roma era la capitale dei signori, il centro di uno stato in cui non si sentivano di appartenere. La vera capitale era stata Napoli, al tempo dei Borboni; ora poteva essere New York, la città dove i contadini emigravano in cerca di lavoro e di fortuna. Ed infatti nelle loro case, si potevano trovare due sole immagini appese alle pareti: il Presidente Roosevelt e la Madonna di Viggiano. Quindi né il Re, né il Duce vegliavano su di loro, ma il capo di uno stato estero e la Madonna.

L’arrivo del forestiero Carlo Levi a Gagliano viene salutato dai signori con diffidenza: soprattutto i due medici del posto vedono in lui (laureato in medicina anche se non aveva mai esercitato la professione) un possibile rivale. I contadini invece lo accolgono molto bene, si affidano alle sue cure, ai suoi consigli, lo vedono come un vero medico, molto più preparato dei “medicaciucci” del paese, di cui non si fidano.
 
L’autore si dilunga in descrizioni molto intense sulle condizioni di vita di questa povera gente, alle prese con la fatica quotidiana del vivere in una terra senza risorse, completamente abbandonata dallo Stato e in continua lotta con una malattia che non lasciava scampo e mieteva vittime:la malaria.
 
Attraverso quell’amara esperienza di vita, Carlo Levi matura la convinzione che non poteva essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, perché lo Stato era il vero ostacolo a che si facesse qualcosa di propositivo verso quella terra. Levi era convinto che fra lo statalismo fascista allora imperante – e tutte quelle altre future forme di statalismo che in un paese piccolo borghese come il nostro sarebbero sorte – e l’antistatalismo dei contadini, ci sarebbe sempre stato un abisso che si poteva colmare solo quando anche i contadini si sarebbero sentiti parte integrante dello Stato.
E poi c’era la borghesia di paese, un vero nemico per quella terra, che impediva ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini “una classe degenerata fisicamente e moralmente, incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale”.
Così scriveva Carlo Levi in questo libro, che costituisce la rappresentazione di un dramma umano e sociale, le cui problematiche, a distanza di quasi 80 anni, non appaiono del tutto risolte.

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