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lunedì 2 dicembre 2013

RECENSIONE: "Estate al lago" di Alberto Vigevani (1918-1999)



Non mi era mai capitato di leggere, almeno negli ultimi tempi, un libro dai toni così delicati e poetici, velato di dolce malinconia: un libro che esplora il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di un quattordicenne (Giacomo) – figlio di una ricca famiglia della borghesia milanese degli anni ‘50 – e ci fa partecipi delle sue inquietudini, delle sue paure, dei suoi turbamenti adolescenziali, con una stile che sotto certi aspetti intenerisce e commuove.

Il protagonista del romanzo di Alberto Vigevani – uno scrittore poco noto che meriterebbe tutt’altra considerazione - è un ragazzino dall’indole solitaria e scontrosa, incline alla “tristezza contemplativa”, timido ed impacciato, a volte indolente, a cui non dispiace affatto stare da solo ad osservare ed a fantasticare. Alla compagnia chiassosa degli amici nei giardini della città in cui vive (la Milano industriale dei navigli tra paesaggi di nebbie e di palazzi grigi) preferisce i romanzi di Salgari e Verne e aspetta con viva trepidazione  l’estate, che per lui rappresenta una sorta di risveglio dal lungo letargo invernale, l’unico momento felice e spensierato della sua vita.

Quell’estate trascorsa sul lago (ci troviamo a Menaggio, sul lago di Como) alla soglia dei suoi 15 anni - un’età molto complicata in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti - così diversa da tutte le estati precedenti passate con la famiglia sempre in una località di mare, sarà vissuta dal protagonista non solo come una novità assoluta, ma anche come la sua ultima stagione da bambino, foriera  di stravolgimenti psico-fisici, che preludono alla maggiore età.

Egli, infatti, si sentiva confusamente diviso tra l’amicizia per Andrew, un bambino gracile e malato più piccolo di lui,  “era la prima volta che sentiva di poter offrire qualcosa, lui che aveva sempre avuto bisogno degli altri”, e l’amore/attrazione per la bella e bionda madre del suo compagno di giochi. I suoi tentativi goffi e timidi per farsi notare e per attirare l’attenzione della bella signora lo facevano soffrire, veniva assalito da palpitazioni ogni qual volta si trovava in sua presenza; a volte gli sembrava quasi di sfruttare l’amicizia del suo amico per conquistare l’amore della madre, ingannando così la sua fiducia senza, peraltro, raggiungere il suo scopo. Si era accorto, comunque, di quanto complesso fosse il sentimento dell’amore: “non solo desiderio d’armonia, di bellezza, ma anche aspirazione a non esistere più, ad annientarsi”.

Con questo romanzo, l’autore scruta l’età dell’innocenza in cui subentrano sentimenti nuovi, mai sperimentati prima, come l’amicizia, la seduzione e l’amore: ma sono sentimenti ancora incerti, nebulosi, come sfumati, senza contorni precisi, tipici di quell’età, che procurano sofferenze piuttosto che piaceri, dubbi piuttosto che certezze. Sono emozioni, impulsi appena sbozzati, vertigini di un istante, che ad un ragazzo molto sensibile creano apprensione ed inquietudine.

Lo scrittore milanese, attraverso una prosa davvero gradevole, ci fa vivere il dramma esistenziale di un adolescente, ci racconta il suo amore muto e platonico costellato di silenzi e contemplazione, ci dipinge con maestria la storia di un’educazione sentimentale.

 

 

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