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sabato 23 novembre 2013

RECENSIONE: "Noi credevamo" di Anna Banti

   

    Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lopresti, è una scrittrice toscana, di origine calabrese. Con questo bel libro “Noi credevamo”, poco conosciuto al grande pubblico dei lettori  - da cui peraltro il regista Mario Martone ha tratto un suo film, che ha il merito di aver rilanciato anche la lettura del romanzo – rivive le aspirazioni ed i ricordi del nonno (Don Domenico Lopresti) un fervente repubblicano mazziniano, il quale si era illuso che l’unificazione d’Italia avesse finalmente cambiato in meglio anche le sorti della sua Calabria, nonché le condizioni di vita di tutto il Meridione.
     Ora, alla soglia dei suoi settant’anni - a poco più di vent’anni dall’Unità d’Italia (siamo nel 1883) - questo ormai decaduto nobiluomo calabrese, che in gioventù aveva patito 12 anni di dura detenzione nelle carceri borboniche di Procida, Montefusco e Montesarchio, per essere stato un fomentatore di disordini sociali, ormai solo, malato e amareggiato, si ritrova a scrivere le sue memorie attraverso i ricordi di una vita, e lo fa quasi di nascosto dalla moglie e dai suoi due figli, nella sua casa di Torino, dove si era trasferito da due anni, per la gioia della moglie piemontese Annetta.
    Non ama nulla di Torino: né il suo ordine, né la sua mediocre civiltà piena di sussiego, né il razzismo strisciante dei suoi abitanti nei confronti dei meridionali, che sono tutti “napoletani, soggetti da guardarsene, da sorvegliare, qualcosa di mezzo fra il brigante e l’imbroglione”. Questi dissapori, questi contrasti nei confronti di Torino e dei Piemontesi hanno il merito, però, di sortire “il piacere amaro e inebriante della nostalgia” della sua terra lontana che, seppure da giovane gli facesse paura, nell’arida vecchiaia rappresentava senz’altro una meritata conquista.
    Il libro è pervaso da un velo di rassegnata delusione, che appare chiara quando, attraverso la scrittura, Don Domenico rivive i momenti più significativi del suo passato e si sofferma, con il pensiero, sugli ideali risorgimentali traditi e calpestati dagli eventi, ripensando a tutti gli anni durante i quali aveva lavorato e cospirato per il riscatto dei poveri della sua terra, nei cui confronti aveva riposto fiducia e comprensione per convincersi, alla fine, che si era ingannato, perché “i pregiudizi dell’ignoranza secolare erano il vero nemico da vincere e che le nostre povere armi di settari fanatici li lasciavano freddi e indifferenti”.
    Nato nel fondo di una terra arretrata, com’era la Calabria dell’800, il giovane Domenico Lopresti, nel guardarsi intorno non vedeva altro che grandi miserie e sporchi privilegi e, immaginando un futuro migliore, com’era giusto che fosse a quell’età, le sue legittime aspirazioni si scontravano inesorabilmente con l’esempio di uomini oziosi e prepotenti e con la necessità di dover servire “un governo torpido e crudele”, rappresentato dalla dinastia borbonica; scegliere, quindi, di mutare il corso delle cose attraverso l’attività politica voleva dire abbracciare una setta segreta, così come facevano certi uomini, i più coraggiosi, quelli a cui il giovane avrebbe voluto somigliare, che venivano designati come giacobini e carbonari.
    Ma cambiare quella realtà significava anche dover fronteggiare un mondo ostile rappresentato da una società contadina fondata su arcaiche credenze, che guardava con pregiudizio e sospetto chi rappresentava loro la possibilità di poter costruire una società migliore, libera dai lacci e dalle angherie di una monarchia straniera. E bisognava tener conto anche dei “traditori”, che per lo più erano uomini poverissimi e ignoranti i quali, sebbene avessero creduto inizialmente nella rivoluzione, fidando nel riscatto sociale, spinti dalla fame e dalla miseria finivano per riabbracciare l’antica reputazione per i Borboni, quali protettori dei poveri e nemici dei feudatari prepotenti.
    Ha quasi l’impressione, il nostro personaggio, di aver vissuto e sofferto invano per la realizzazione di quella sua idea repubblicana di Risorgimento, contrapposta all’idea monarchica; non saprà mai se agendo diversamente, con più accortezza e minore orgoglio, avrebbe meglio giovato alla causa di quelle idee che ancora crede giuste: e questo dubbio rappresenta l’unica salvezza che gli è rimasta.
    Nel suo monologo interiore, portato avanti attraverso la scrittura, Don Domenico Lopresti percepisce per la prima volta di sopravvivere, anzi di non essere mai stato così vivo come nel momento stesso in cui racconta la propria esistenza. Egli, che mal sopportava gli uomini di penna, avverte finalmente questo piacere e comprende di essere cambiato perché riconosce la propria memoria quale unica speranza di sopravvivenza: “in vecchiaia ho scoperto che scrivere aiuta a pensare, finché scrivo penso, non ci rinuncerò...”
    Quella memoria che - mentre se ne sta a letto nella sua casa torinese, dove gli ha dato appuntamento la morte – lo esorta a rintracciare, tra i suoi ricordi legati alle sue responsabilità e a quelle degli altri “l’errore in cui siamo caduti, l’inganno che abbiamo tessuto senza volerlo...eravamo in tanti...noi credevamo”.

 

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